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lunedì 9 novembre 2015

Perché i palestinesi non vogliono telecamere sul Monte del Tempio

Installare delle telecamere di sorveglianza rivelerebbe al mondo chi è che davvero "profana" i luoghi santi islamici

Di Khaled Abu Toameh

Khaled Abu Toameh, autore di questo articolo
l'autore dell'articolo
Perché l’Autorità Palestinese si oppone alla proposta della Giordania di installare telecamere di sorveglianza sull’Haram al-Sharif (Monte del Tempio), a Gerusalemme, luogo sacro per ebrei, cristiani e musulmani?
È questo l’interrogativo che molti giordani si pongono dopo il recente accordo tra Israele e Giordania, concluso sotto l’egida del Segretario di stato americano John Kerry. L’idea è partita da re Abdullah di Giordania con l’intento di allentare le tensioni nel sito sacro della Città Vecchia di Gerusalemme.
Mentre Israele ha subito accettato l’idea, l’Autorità Palestinese si è invece affrettata a denunciarla come “una nuova trappola”. Il ministro degli esteri dell’Autorità Palestinese, Riad al-Malki, e altri esponenti di Ramallah si sono detti preoccupati che Israele possa usare le telecamere per “arrestare i palestinesi con il pretesto dell’istigazione”.

Nel corso degli ultimi due anni, l’Autorità Palestinese e altri, tra cui Hamas e il ramo settentrionale del Movimento Islamico in Israele, hanno condotto una campagna di istigazione contro i visitatori ebrei che si recano sull’Haram al-Sharif. Scopo della campagna è sostenere che gli ebrei intendono distruggere la moschea di al-Aqsa.
Nel tentativo di impedire agli ebrei di accedere nel sito di circa 37 acri (150.000 mq), l’Autorità Palestinese e il Movimento Islamico in Israele hanno assunto decine di donne e uomini musulmani con il compito di molestare i visitatori ebrei e i poliziotti che li scortano. Gli uomini vengono chiamati murabitoun e le donne murabitat (difensori o guardiani della fede).

Nei video si vedono questi uomini e queste donne che gridano e cercano di aggredire gli ebrei e i poliziotti sull’Haram al-Sharif. Questo genere di prove video sono qualcosa che l’Autorità Palestinese cerca di evitare. Autorità Palestinese e Movimento Islamico vogliono che i loro uomini e donne continuino a molestare gli ebrei con il pretesto di “difendere” la moschea di al-Aqsa dalla “distruzione” e dalla “contaminazione”. Ma installare delle telecamere di sorveglianza nel sito rivelerebbe il comportamento aggressivo dei murabitoun e delle murabitat e mostrerebbe al mondo chi veramente “profana” i luoghi santi islamici e li trasforma in una base dalla quale aggredire e insultare i visitatori ebrei e i poliziotti.

 
Le telecamere potrebbero anche smentire l’affermazione secondo cui gli ebrei “invadono violentemente” la moschea di al-Aqsa e vanno a pregare sul Monte del Tempio. L’Autorità Palestinese, Hamas e il Movimento Islamico dicono da tempo che le visite degli ebrei sono “incursioni provocatorie e violente” nella moschea di al-Aqsa. Ma ora le telecamere mostreranno che gli ebrei non entrano affatto nella moschea come sostengono invece i palestinesi.
Un altro motivo per cui i palestinesi si oppongono all’idea di re Abdullah è il timore che le telecamere possano mostrare i palestinesi che da due anni introducono furtivamente pietre, bombe incendiarie e ordigni rudimentali nella moschea di Al-Aqsa . Scene che Autorità Palestinese, Hamas e Movimento Islamico non vogliono che il mondo veda, perché mostrerebbero chi è che davvero “contamina” l’Haram al-Sharif. Inutile dire che nessun visitatore ebreo finora è stato colto nell’atto di cercare di introdurre furtivamente armi nel luogo sacro.

martedì 20 ottobre 2015

Palestinesi nel caos: il fallimento della terza intifada




By -






La terza intifada, che noi chiamiamo più correttamente “Jihad Palestinese”, non riesce a decollare nonostante l’impegno profuso da Hamas, dalla Jihad Islamica e nonostante i tentativi di infiammare le folle da parte di Abu Mazen con l’uso sistematico di bugie. Al momento sembra più un qualcosa di mediatico a uso e consumo dei media occidentali perché quelli arabi non se ne stanno interessando più di tanto, tanto che la chiamano la “intifada dei giovani” quasi a rimarcare che dietro non c’è nessuna vera organizzazione.

In realtà non è proprio così.

La terza intifada, o Jihad Palestinese, nelle menti di chi ci sta lavorando da mesi, cioè la Jihad Islamica legata all’Iran, doveva essere prima di tutto uno schiaffo alla Autorità Palestinese (ANP) e ad Hamas rei di trattare segretamente con Israele, doveva essere cioè l’ariete di sfondamento di una faida interna ai movimenti palestinesi in un momento in cui tutti sono contro tutti, Hamas contro Fatah e la Jihad Islamica, la Jihad Islamica contro Fatah e Hamas e infine Fatah contro tutti con rotture persino nella OLP.
Una bella intifada doveva rimettere insieme i cocci dei movimenti palestinesi sempre più in difficoltà con “la base” e scatenare rivolte di massa così violente da costringere Israele a reagire duramente, tanto da portare di nuovo l’intero mondo musulmano a sostenere la lotta palestinese, ormai francamente in secondo piano rispetto alla situazione geopolitica della regione.
A rovinare i piani degli “organizzatori” ci ha pensato però la sostanziale indifferenza (o poca partecipazione) del mondo arabo che a parte qualche isolata manifestazione di solidarietà (l’ultima ieri in Giordania alla quale hanno partecipato solo palestinesi) e un po’ di articoli sulla solita Al Jazeera, non ha risposto con entusiasmo alla intifada palestinese.
Poco credibili le ragioni di Abu Mazen, poco credibile lui stesso, ma soprattutto il mondo arabo è stufo dei palestinesi (in realtà mai amati e persino detestati) in un momento in cui le gatte da pelare sono ben altre a partire dallo Stato Islamico fino all’Iran che si sta pesantemente armando a livello convenzionale e quasi certamente nucleare.


Non sto chiaramente dicendo che la terza intifada palestinese non sia un pericolo per Israele o che la cosa finisce qui, sto solo dicendo che non ha avuto nei paesi arabi quel risalto e quel sostegno che credeva di avere che poi era il primo vero obbiettivo della rivolta. Anche sui social media il sostegno maggiore alla intifada palestinese è arrivato da gruppi occidentali formati più che altro da anti-israeliani o da musulmani occidentali, gente a cui importa poco della Palestina ma che si muove prettamente in configurazione anti-Israele a prescindere da quale sia il mezzo.

Caos palestinese


Un’altra cosa che ha evidenziato con chiarezza questa supposta terza intifada è il caos che regna all’interno dei movimenti palestinesi. Abu Mazen è politicamente in rovina, se si andasse al voto oggi non arriverebbe a prendere il 20% dei voti (a stare larghi). Al Fatah ha paura di Hamas che però ha anche lui al suo interno le sue belle faide e i suoi nemici, a partire dalla Jihad Islamica e dai gruppi salafiti fino alle divisioni interne tra gli irriducibili e i possibilisti sulle trattative con Israele. Ad Hamas, checché se ne dica, mancano le armi e i mezzi per ricostruire la sua struttura del terrore. L’Egitto gli sta facendo una guerra spietata, molto più spietata di quella che sta facendo Israele. I fondi dai Paesi arabi del Golfo non arrivano più e persino Qatar e Arabia Saudita pensano più alla ricostruzione e allo sviluppo di Gaza che al riarmo di Hamas.

La terza intifada doveva essere l’occasione per riavere il sostegno arabo movimentando le folle, un sostegno che però si è dimostrato molto freddo al di la delle dichiarazioni e delle parole. E non è andata molto meglio alla Jihad Islamica legata all’Iran che su questa rivolta aveva puntato praticamente tutto. Le masse arabe non si sono rivoltate contro Hamas e Al Fatah e a Israele è bastato introdurre misure più rigide per fermare gli attentati, che chiaramente sono ancora possibili (più che probabili) ma che non hanno messo in difficoltà lo Stato Ebraico come gli jihadisti iraniani credevano. Su questo pesa molto la saggia decisione di Netanyahu di non esasperare i toni con misure troppo dure o reazioni troppo violente.
Ancora tutto è possibile, in un momento come questo basta un cerino per scatenare un incendio, ci saranno ancora rivolte e attentati, ma per ora (e sottolineo per ora) la grande intifada palestinese rimane una utopia sfruttata solo dai media occidentali mentre in Giordania sono ripresi i colloqui tra arabi e israeliani per trovare una soluzione più o meno stabile e duratura alla questione palestinese.

Scritto da Maurizia De Groot Vos

FONTE: RightsReporter


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lunedì 19 ottobre 2015

​“Una politica responsabile contro la violenza tra israeliani e palestinesi”

Gariwo - Foresta dei Giusti: "Giovani palestinesi che accoltellano ebrei e vengono uccisi dalla polizia. Che cercano di forzare le uscite di Gaza. Che lanciano sassi in Cisgiordania. L'attuale spirale di violenza, in un Medio Oriente sempre più vicino al baratro, non può non destare preoccupazione. Abbiamo interpellato la pacifista e scrittrice israeliana Manuela Dviri":

Le autorità israeliane chiudono la spianata delle MoscheeLe autorità israeliane chiudono la spianata delle Moschee radio vaticana
Giovanissimi palestinesi che accoltellano ebrei e vengono uccisi seduta stante dalla polizia. Che cercano di forzare le uscite di Gaza. Che lanciano sassi in Cisgiordania. In un Medio Oriente minacciato sempre di più anche da forze estremiste come l’ISIS, la spirale di violenza entro cui è precipitato Israele nelle ultime settimane non può non destare preoccupazione. Abbiamo interpellato la pacifista e scrittrice israeliana Manuela Dviri, autrice di recente di Un mondo senza noi pubblicato da Piemme che lei stessa ha presentato su queste pagine, che propone la buona politica e la cooperazione quotidiana tra israeliani e palestinesi per giungere a un accordo. È, infatti, fondatrice di Saving children, una realtà nata 12 anni fa che finora ha curato 11.000 bambini palestinesi negli ospedali israeliani. Perché, vedendo l’essere umano nella sua fragilità davanti alla malattia, si possa ritrovare un senso di fraternità.

Che cosa pensa degli accoltellamenti che avvengono in queste settimane nella Città Vecchia di Gerusalemme e in molte altre zone di Israele?

Penso che sia un orrore. L’avvenimento per me forse più sconvolgente è avvenuto il 12 ottobre, pochi giorni fa e sembra passata una vita, quando un adolescente di 13 anni e uno di 15 anni hanno accoltellato un altro adolescente di 13 anni che si era appena comprato delle caramelle e faceva un giro in bici; subito dopo hanno colpito anche un giovane uomo di 25 che passava anche lui lì per caso. Chi e cosa hanno spinto questi ragazzi in una tale follia?
Sono inorridita da questa intifada dei coltelli, di giovani che uccidono altri giovani, e vengono a loro volta feriti o uccisi, da questa “guerriglia di Facebook”. Molti attentatori avevano infatti pubblicato le loro intenzioni in post sul social network, scambiandosi addirittura notizie su come attaccare – (“conviene essere in due per uccidere, perché in due si riesce meglio”; o come far saltare le bombole del gas, trasformate in esplosivo come ha provato, per fortuna senza successo, a fare una ragazza). Mi turba moltissimo questa ennesima violenza inutile, questo ennesimo spargimento di sangue, e mi spaventa il collegamento tra il coltello, forse l’arma più primitiva che ci sia, e la tecnologia avanzata.
Tutto quello che sta succedendo in questi giorni, insomma, è sconvolgente, e lo è ancora di più perché è senza dubbio conseguenza di un immobilismo politico totale. Il processo di pace è fermo, e quando nulla si muove, nel vuoto entra la violenza.
Possibile che nel 2015 si muoia ancora sugli orari delle visite di ebrei e musulmani alla spianata delle Moschee?
Questi due popoli sono disperati e senza futuro. I due leader di questa terra, invece di creatività e buon senso, invece di guidare i loro popoli, si lasciano trascinare nel vortice delle solite frasi fatte di sempre, dai luoghi comuni, dal populismo più trito e ritrito. Molti, in Israele, avevano votato Netanyahu che aveva promesso “sicurezza e tranquillità”, e non abbiamo, oggi, né l’una, né l’altra.

Come reagisce l’opinione pubblica israeliana davanti a tutto ciò?

L’opinione pubblica è attonita, preoccupata, inorridita, spaventata, a volte anche paranoica. Si vedono molte armi, molto spray al peperoncino per difendersi. C’è più paura a Gerusalemme e nei territori, ma in realtà un po’ dappertutto perché la violenza arriva ovunque.
La gente è furiosa, si sente impotente. Siamo un Paese come tanti altri, quindi può immaginare come si sentirebbe un italiano a pensare che si accoltella la gente in strada. Ecco, ci si sente esattamente così. Non ci si abitua alla violenza, mai.


La tecnologia, oltre che favorire in certi casi la violenza, pare impotente a controllarla, nonostante Israele abbia una sofisticata rete di controlli e informatori nella West Bank. Questi giovani partono e compiono attentati senza apparentemente che qualcuno lo possa prevedere. Come si potrebbe fermare a suo avviso la spirale della violenza? 

È impossibile, per ora, intercettarli con l’alta tecnologia e questa impossibilità si vede dai risultati. Inoltre sembra che gli attentatori non facciano parte di cellule terroristiche o di gruppi organizzati. Se lo fossero, sarebbe più facile scovarli. Quasi tutti vengono poi feriti o uccisi dai poliziotti o da cittadini armati. Quindi sono chiaramente ben determinati e decisi a diventare “shaid”, cioè martiri.
La violenza di questi giorni ci ha colpito del tutto impreparati. È una guerra d’attrito a ondate, langue e si riprende, cresce, deborda e esplode, invade città e villaggi, cambia di giorno in giorno, di ora in ora, di minuto in minuto, sia per i luoghi che per i protagonisti. Siamo in una crisi mondiale all’interno del mondo arabo tutto e del Medio Oriente, siamo a due passi dalla Siria e dal Libano, il caos che ci circonda sarebbe stato improbabile che non arrivasse qua. Ed è infatti arrivato anche qui. L’unico modo di fermare questo vortice di violenza, prima che scappi di mano, è la politica.

Nei suoi libri ha proposto un nesso tra ciò che succede in Israele e quello che è successo in Europa e purtroppo anche in Italia con la Shoah. Insegnare ai palestinesi cos’è stata questa pagina della storia secondo lei potrebbe aiutare a prevenire la violenza? 

Non credo proprio. Io credo che un sistema educativo equilibrato possa certamente servire, ma che senso ha parlare con i palestinesi di un torto fatto dall’Europa al popolo ebraico in un altro secolo e in un altro contesto? Non credo la soluzione sia da trovare nel passato, ma nel presente. E in un presente che offra una qualche possibilità di futuro. Continuerò a dirlo finché avrò fiato, la soluzione è nel compromesso che nasce dal dialogo, non nella affermazione di un popolo a scapito dell’altro. Non c’è altra strada, non c’è altro modo. Non c’è proprio.

Ci parla del suo progetto di pace, “Saving children”? Nella malattia i nemici diventano fratelli, ha scritto. Questo funziona veramente nella sua esperienza? 

Saving children (non ha nulla a che fare con il più famoso Save the Children) si occupa di curare bambini palestinesi in ospedali israeliani quando non è possibile farlo in ospedali palestinesi, per mancanza di attrezzature o di medici specializzati. I bambini arrivano in Israele accompagnati da uno dei genitori o da un parente, e, a fine cura, consultazione o operazione, ripassano il check point e tornano a casa. I fondi per questo progetto arrivano da varie Regioni italiane, Umbria, Toscana, e ultimamente anche Lombardia. È un progetto di una semplicità disarmante che funziona benissimo, e non si è mai fermato mai, malgrado guerre e intifade.
Nella malattia ci assomigliamo tutti. E i bambini, sani o malati, sono tutti uguali. Che siano palestinesi, israeliani, ebrei o musulmani o cristiani. E tutti hanno diritto alla vita. Ad ora abbiamo curato circa 11.000 bambini palestinesi. E continuiamo a farlo anche in queste giornate convulse. La convivenza, questo progetto ci dimostra, è possibile. Però ci vogliono diplomazia e politica, buon senso e tanto lavoro. E bisogna anche che la si desideri e ci si creda, e in questo momento non è poi così ovvio.

Secondo lei questa ondata di violenze è una “intifada” o no?

Da quello che si vede, perché come dicevo prima poi è una situazione molto fluida che cambia di giorno in giorno e di in ora - qui gli esperti continuano a parlare in televisione e ognuno dice la sua e mezz’ora dopo è già cambiato tutto – probabilmente sì. È iniziata a circa metà settembre ed è proseguita così, a ondate. Da Gaza ogni tanto c’è un tentativo di entrare in Israele, ci sono i sassi in Cisgiordania. Ma poco importa il nome di questa violenza: è una spirale che non si può fermare in altro modo che con una politica responsabile, difficile, complicata, dura, ma non c’è altra possibilità.
Non c’è veramente altra scelta. Altrimenti si cadrà nel baratro da cui non si riuscirà più ad uscire.

Ha in progetto un nuovo libro?

Ho in progetto un giallo, ma ci vorrà ancora un po’ di tempo. Sono molto indietro, purtroppo. Non riesco a concentrarmi.

Carolina Figini, Redazione Gariwo - 19 ottobre 2015

domenica 18 ottobre 2015

#IoStoConIsraele (ottobre 2015)

Roma: Domenica 18 ottobre, alle ore 11.00 si è svolta con successo la manifestazione di solidarietà con Israele, promossa dalla Comunità ebraica, con l'adesione di Italia-Israele.

Centinaia di sostenitori, provenienti da varie parti d'Italia, sono giunti stamattina presso l'ambasciata d'Israele a Roma, per esprimere la loro solidarietà nei confronti di Israele e protestare contro le menzogne propagate in particolare attraverso i social media su quanto sta avvenendo in Israele. Comunità ebraica, politici, associazioni di amicizia, ebrei e no, giunti da tutta l'Italia, hanno manifestato il proprio sostegno a Israele, accolti dall'ambasciatore d'Israele in Italia Naor Gilon, che ha rivolto loro un saluto e un ringraziamento.

-*-*-*-

"Una manifestazione pacata, dove si è auspicata la pace e la convivenza, dove nessuno ha inneggiato alla morte di qualcun altro."

"Io oggi ci sono, e continuerò ad esserci sempre a fianco di Israele e contro l'ipocrisia.
Non sono ebreo per nascita o religione. Lo sono per volontà! perché non sopporto che per anni nella mia vita mi abbiano detto falsità sulla storia di Israele. Perché tutti noi, non ebrei europei, abbiamo un debito nei loro confronti. Perché nella passione per Israele rivivono le passioni della mia gioventù contro l'oppressione: 100 milioni di arabi circondano i confini di una piccola ed eroica democrazia per distruggerla. E non ci riescono. Né ci riusciranno mai. Per questo amo Israele."
"Penso che gli unici contro la Palestina siano coloro i quali non permettono ai palestinesi di avere uno stato. La Lega Araba nel 1948, quando ha rifiutato la nascita dello stato palestinese, per il solo desiderio di distruggere quello ebraico, e' stata contro i palestinesi."


  "E' nostro diritto esistere, resisteremo!"

-*-*-*-

Shalom7 - "Noi vinceremo e vivremo per sempre ed oggi ribadiamo il nostro diritto ad esistere, soprattutto in questi momenti tragici. Da Roma parte un grido che unisce tutte le comunita' ebraiche italiane". 
Cosi' Ruth Dureghello, presidente della comunita' ebraica di Roma, ha dato il benvenuto a tutti coloro che si sono radunati stamane di fronte all'ambasciata israeliana per ribadire la solidarieta' allo Stato d'Israele ed ai suoi cittadini vittime di ripetuti attacchi terroristici.

L'iniziativa, nata a Roma, ha raccolto l'adesione di altre capitali europee come Bruxelles, Madrid (con cui viene imbastito un collegamento telefonico), Barcellona e Parigi.
"Avvertiamo il pericolo in tutta Europa, ciascuno è minacciato ovunque si trovi", ha ammonito Dureghello.
"Supereremo anche questo momento, il nostro popolo è forte e continueremo ad essere avanguardia mondiale in tutti i campi", ha detto l'ambasciatore israeliano Naor Gilon, attaccando poi l'autorita' palestinese per il "continuo incitamento" alla violenza.


"Assistiamo a una costante disinformazione su quanto accade. Ma Israele vincerà, perché la sua popolazione è forte e determinata nel suo istinto di sopravvivenza” assicura l’ambasciatore Naor Gilon.
Per Riccardo Pacifici (a nome dell’Israel Jewish Congress) "questo è il momento per non dividerci, vogliamo far capire qual è la nostra etica. Non può scorrere sangue ebraico nell'indifferenza".
Alla manifestazione c'è stata una partecipazione trasversale della politica, con deputati e senatori di Forza Italia, Pd, Fratelli d'Italia. Hanno aderito il sottosegretario Sandro Gozi e Scelta Civica.


Dal palco, il presidente commissione Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto ha rivolto un appello agli ebrei italiani o di altri Paesi a non trasferirsi in Israele, seguendo l'invito del premier Netanyahu, perche' sono "parte organica del nostro Paese".
Sul palco, tra gli altri, il senatore Lucio Malan (Forza Italia), il presidente del Pd romano Tommaso Giuntella, il presidente di Equality Aurelio Mancuso, il pd Umberto Ranieri, il dirigente di Fratelli d’Italia Marco Marsilio.
Brevi messaggi di solidarietà sono stati espressi da alcuni presidenti di comunità ebraiche italiane, Sara Cividalli di Firenze, Lydia Schapirer di Napoli, Manfredo Coen di Ancona, Guido Guastalla di Livorno.
Ha chiuso l'evento il presidente dell'Unione della Comunita' Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, sottolineando che "oggi preoccupa non l'aspetto militare della violenza, ma il fatto che gli aggressori siano giovani e giovanissimi, educati all'odio e all'eliminazione di Israele". Adesso, quindi, "è il momento di creare una coalizione di forze vere per la pace contro le nuove tensioni terroristiche sanguinarie, di cui l'Isis è una degenerazione", ha aggiunto.



“La nostra forza, la forza di tutto il popolo ebraico, è anche in questo evento” conferma il vicepresidente della Comunità di Roma Ruben Della Rocca, che conduce la cerimonia è che si chiude sulle note dell’Hatikva, l’inno dello Stato ebraico. Mentre in coro si alza il grido: “Am Israel Hai”. Il popolo di Israele vive.
 
Atkiva - Roma 


Atkiva - Parigi


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Iniziativa molto chiara del Movimento BDS che chiede al Governo egiziano di supportare Hamas e la intifada palestinese. Nulla a che vedere con forme di boicottaggio pacifiche.

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La manifestazione che si chiuderà con una conferenza stampa e una mostra punta dritto a chiedere al Governo egiziano di sostenere la lotta armata dei palestinesi. La parola boicottaggio è sparita dal gergo del Movimento BDS, adesso si parla apertamente di lotta armata.


«Lo scopo principale della campagna è quello di sostenere la intifada palestinese» ha detto Ramy Shaath, portavoce del Movimento BDS in Egitto in un incontro con la stampa egiziana per la presentazione della manifestazione «e in seconda battuta quello di dirigere l’attenzione internamente alla questione palestinese e dare una risposta alle distorsioni presentate da alcuni media per quanto riguarda gli attuali sviluppi in Palestina».

Ma Ramy Shaath è molto critico anche con il Governo egiziano che nei confronti di Hamas ha attuato politiche molto dure.
«Il nostro obiettivo è quello di spingere l’Egitto e la sua gente a prendere una posizione più forte contro Israele e spingerlo a ridefinire la strategia di sicurezza nazionale dell’Egitto» ha detto Shaath «dall’assedio in corso a Gaza fino alla barriera di sicurezza costruita dall’Egitto, la politica egiziana è andata esattamente in senso opposto a quello che chiediamo noi».

Quindi, riassumendo, l’obbiettivo del Movimento BDS è quello di far cambiare la politica dell’Egitto nei confronti dei terroristi di Hamas e invece di ostacolarli passare ad aiutarli.
Cosa c’entra tutto questo con il boicottaggio a Israele ce lo dovrebbero spiegare i vertici del BDS.


Ramy Shaath è stato molto critico anche con i media egiziani che a suo dire hanno adottato una narrativa dei fatti che accadono in Israele e in West Bank molto simile a quella dei media israeliani. In sostanza il Movimento BDS accusa i media egiziani di raccontare la verità invece che distorcerla.
A una domanda precisa da parte di un giornalista che chiedeva se il Movimento BDS sostiene o meno la intifada palestinese la risposta di Ramy Shaath è stata secca e precisa: SI.


Fino ad oggi il Movimento BDS ha sempre sostenuto la lotta armata palestinese ma, subdolamente, aveva sempre nascosto il suo sostegno alla lotta armata e al terrorismo dietro a una causa apparentemente pacifista come il boicottaggio di Israele. Ora per la prima volta esce allo scoperto.


Scritto da Shihab B.

FONTE: rightsreporter.org
 


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Principe saudita: alleanza tra Israele e Arabia Saudita fondamentale per combattere Iran
Una dichiarazione rivoluzionaria del principe saudita al-Waleed bin Talal che porta alla luce quello che già si sapeva, l'alleanza tra Israele e Arabia Saudita contro l'Iran.
«Io sarò schierato dalla parte della nazione ebraica e delle sue aspirazioni democratiche nel caso esploda una terza intifada» ha detto al-Waleed bin Talal al giornale arabo. «Eserciterò tutta la mia influenza per rompere le iniziative arabe volte a condannare o danneggiare Israele perché ritengo l’alleanza arabo-israeliana di fondamentale importanza per impedire la pericolosa invasione iraniana» (...)

sabato 17 ottobre 2015

I palestinesi: "Perché i nostri leader sono ipocriti e bugiardi"

  • Noi contaminiamo le nostre moschee con le nostre mani e i nostri piedi, e poi accusiamo gli ebrei di profanare i luoghi santi dell'Islam. Se c'è qualcuno che profana questi luoghi, beh, è chi porta esplosivi, pietre e bombe incendiarie nella Moschea di al-Aqsa. Gli ebrei che si recano sul Monte del Tempio non portano con loro pietre, bombe o bastoni. Sono i giovani musulmani che profanano i nostri luoghi santi con i loro "piedi sporchi".

  • Questi leader, tra cui lo stesso Abbas, non vogliono che i loro figli e nipoti partecipino alla "lotta popolare". Essi sono pienamente responsabili della decisione di mandare i figli degli altri a lanciare pietre e bombe incendiarie contro gli ebrei. Standosene tranquillamente seduti nelle loro lussuose ville e nei sontuosi uffici, a Ramallah, essi pretendono che Israele sia ritenuto responsabile dei severi provvedimenti presi contro i palestinesi "innocenti". Il loro obiettivo principale è quello di mettere a disagio Israele e dipingerlo come uno Stato che adotta misure severe contro gli adolescenti palestinesi.

  • Questi giovani non escono per strada a combattere "l'occupazione". Il loro obiettivo principale è quello di uccidere o causare gravi lesioni personali agli ebrei. Se qualcuno lancia una bomba incendiaria contro una casa o un'auto, il suo obiettivo è quello di bruciare vivi i civili.

  • È come se i nostri leader dicessero che lanciare pietre e bombe incendiarie contro gli ebrei nelle loro auto e contro le loro case sia un diritto fondamentale dei palestinesi. I nostri leader credono che Israele non abbia alcun diritto di difendersi da coloro che cercano di bruciare vivi gli ebrei alla guida dei loro autoveicoli o che dormono nelle loro case.


Mentre Hamas e la Jihad islamica continuano a sfruttare i nostri adolescenti nella Striscia di Gaza addestrandoli a unirsi al jihad contro gli ebrei e gli "infedeli", i nostri leader in Cisgiordania commettono un crimine simile contro i giovani palestinesi.
I dirigenti dell'Autorità palestinese (Ap), guidata da Mahmoud Abbas che erroneamente dice di essere il presidente dello Stato di Palestina, incoraggiano i nostri ragazzi a ingaggiare la cosiddetta "resistenza popolare" contro Israele, ma non sono disposti a mandare i loro figli e nipoti a unirsi alla "lotta popolare". Come al solito, i nostri leader vogliamo che siano i figli degli altri a uscire per strada a lanciare pietre e bombe incendiarie contro gli ebrei.
La "lotta popolare" che la leadership dell'Ap sta conducendo in questi giorni è tutt'altro che pacifica. In alcuni casi, ha dimostrato di essere letale. Di recente, Alexander Levlovich è morto dopo aver perso il controllo della sua auto a Gerusalemme. Le indagini hanno mostrato che almeno quattro giovani arabi avevano lanciato pietre contro l'autoveicolo, facendo sì che Levlovich perdesse il controllo del mezzo e andasse a sbattere contro un albero.

Nel corso degli ultimi mesi, centinaia di giovani palestinesi di Gerusalemme sono stati arrestati per aver lanciato pietre e bombe incendiarie contro autoveicoli israeliani. Questi ragazzi hanno fornito varie spiegazioni sul motivo che li aveva indotti a prendere parte alla "resistenza popolare" contro Israele. La maggior parte di loro voleva protestare contro le visite degli ebrei al Monte del Tempio – un atto che secondo i nostri leader equivale a una "contaminazione" dei luoghi santi islamici. Mahmoud Abbas, che non è affatto un musulmano devoto, di recente ha accusato gli ebrei di profanare la Moschea di al-Aqsa con i loro "piedi sporchi".
Abbas e altre figure chiave della leadership dell'Autorità palestinese lanciano quotidianamente minacce contro Israele, in risposta alle visite assolutamente pacifiche degli ebrei al Monte del Tempio. Uno di loro, Mahmoud Habbash, è arrivato a dire che tali visite potrebbero far scoppiare una terza guerra mondiale.
È questo tipo di incitamento che spinge i nostri giovani a lanciare pietre e bombe incendiarie contro gli ebrei. Questi ragazzi non escono per strada a combattere "l'occupazione". Il loro obiettivo principale è quello di uccidere o causare gravi lesioni personali agli ebrei. Altrimenti, come si spiega il fatto che i questi giovani lancino decine di ordigni incendiari contro le abitazioni degli ebrei nella Città Vecchia? Se qualcuno lancia una bomba incendiaria contro una casa o un'auto, il suo obiettivo è quello di bruciare vivi i civili.

I nostri leader, che sono pienamente responsabili della decisione di inviare questi giovani a lanciare pietre e ordigni incendiari contro gli ebrei, se ne stanno comodamente seduti nelle loro lussuose ville e nei sontuosi uffici, a Ramallah, fregandosi le mani con profonda soddisfazione. Abbas e diversi leader palestinesi della Cisgiordania vorrebbero vedere i nostri giovani causare disordini nelle strade di Gerusalemme e sul compound della Moschea di al-Aqsa, in modo da poter ritenere Israele responsabile dei severi provvedimenti presi contro i palestinesi "innocenti. Il loro obiettivo principale è quello di mettere a disagio Israele e dipingerlo come uno Stato che adotta misure severe contro gli adolescenti palestinesi, la cui unica colpa è quella di partecipare alla "resistenza popolare".
Dopo aver istigato i nostri ragazzi ad abbandonarsi ad atti di violenza contro gli ebrei, i nostri leader ipocriti ora si affrettano a condannare le nuove misure israeliane contro chi lancia pietre. È come se i nostri leader dicessero che lanciare pietre e bombe incendiarie contro gli ebrei nelle loro auto e contro le loro case sia un diritto fondamentale dei palestinesi.

Uno dei maggiori ipocriti è Saeb Erekat, il veterano negoziatore palestinese che di recente è stato eletto segretario generale dell'Olp. Erekat, che non ha mai inviato i suoi figli a lanciare pietre e ordigni incendiari contro gli ebrei, ha condannato le misure di recente approvate da Israele contro i palestinesi che si lasciano andare ad atti di violenza. Egli ha detto che queste misure sono "disumane" e fanno parte della campagna israeliana di "incitamento" contro i palestinesi.
Ma Erekat e il suo capo, Mahmoud Abbas, non denunciano la violenza commessa dai palestinesi contro gli ebrei. Hanno parole di condanna solo quando Israele arresta i giovani che lanciano pietre e bombe incendiarie. I nostri leader credono che Israele non abbia alcun diritto di difendersi da coloro che cercano di bruciare vivi gli ebrei alla guida dei loro autoveicoli o che dormono nelle loro case.

Se c'è qualcuno che profana questi luoghi, beh, è chi porta esplosivi, pietre e bombe incendiarie nella Moschea di al-Aqsa. Nel corso degli ultimi mesi, decine e decine di giovani palestinesi hanno usato la moschea come rampa di lancio per attaccare i visitatori ebrei al Monte del Tempio. Gli ebrei che vi si recano non portano con loro pietre, bombe o bastoni. Sono i giovani musulmani che profanano i nostri luoghi santi con i loro "piedi sporchi".
Queste notizie mostrano che i musulmani non hanno rispetto per i loro siti religiosi. Le immagini di giovani a volto coperto dentro la Moschea di al-Aqsa, che assemblano pietre per aggredire gli ebrei, rivela le reali intenzioni dei rivoltosi e di chi sta dietro a loro: fare del male ai visitatori ebrei e ai poliziotti, che comunque non hanno alcuna intenzione di entrare nella moschea.

Giovani arabi palestinesi a volto coperto, dentro la Moschea di al-Aqsa (alcuni portano le scarpe), accumulano sassi da lanciare contro gli ebrei che si recano sul Monte del Tempio, 27 settembre 2015.


Noi contaminiamo le nostre moschee con le nostre mani e i nostri piedi, e poi accusiamo gli ebrei di profanare i luoghi santi dell'Islam. Non solo mentiamo, ma mostriamo anche il massimo livello di ipocrisia e impudenza. Pianifichiamo e avviamo la violenza sul Monte del Tempio, e anche altrove, e poi corriamo a dire al mondo intero che Israele arresta i nostri giovani "senza motivo".
È ovvio che i nostri leader ancora una volta ci conducono verso la catastrofe. Vogliono che i nostri figli si facciano male o vengano uccisi, in modo da poter andare alle Nazioni Unite a lagnarsi del fatto che Israele fa uso di "forza eccessiva" contro i palestinesi. I nostri leader, ovviamente, non dicono al mondo intero che sono loro a incitare questi giovani a uscire per strada e aggredire i primi ebrei che incontrano. Né dicono al mondo che sono i musulmani, e non gli ebrei, a contaminare i luoghi santi dell'Islam attraverso le loro azioni violente.

FONTE: http://it.gatestoneinstitute.org/6683/palestinesi-leader-bugiardi


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giovedì 8 ottobre 2015

Terrorismo in Israele

Questo stralcio di cronologia del 7 ottobre 2015 è stato estrapolato da un articolo che potrete leggere per intero cliccando QUI

– 18:00 Un terrorista palestinese originario del villaggio di Daharia, presso Hebron, ha accoltellato un 25enne israeliano all’ingresso di un centro commerciale di Petah Tikva, nell’hinterland di Tel Aviv. Il terrorista è stato sopraffatto da alcuni passanti che lo hanno tenuto bloccato fino all’arrivo delle forze di sicurezza. In serata, il gruppo islamista palestinese Hamas ha dichiarato che il terrorista che ha colpito a Petah Tikva è un membro dell’organizzazione.


– 20:30 Le forze di sicurezza israeliane hanno sventato un tentativo di investimento con auto ad opera di un palestinese nei pressi di Ma’ale Adumim, poco a est di Gerusalemme. Gli agenti di polizia in servizio a un posto di blocco si sono accorti della manovra e hanno sparato sul guidatore, ferendolo. Due israeliani sono rimasti leggermente feriti. Si tratta del sesto attentato palestinese sventato in una giornata.
Intanto a Ramallah si sono riuniti i membri del Comitato Centrale di Fatah, fra cui il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), e hanno “reso omaggio” ai palestinesi per essersi “sollevati a difesa della moschea di al-Aqsa e contro i coloni terroristi”. In un comunicato diffuso al termine della riunione, il Consiglio Centrale di Fatah esorta i palestinesi a “preservare la natura popolare” delle proteste e ribadisce il proprio sostegno alle posizioni espresse da Abu Mazen nel suo recente discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il portavoce di Abu Mazen, Nabil Abu Rudaineh, ha detto che il presidente palestinese ha anche informato i capi di Fatah sui suoi contatti con varie parti “al fine di garantire protezione internazionale ai palestinesi di fronte alla sfrenata aggressione israeliana”.


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resoconto ad oggi 25.10.2015:

In un ospedale di Gerusalemme è deceduto oggi Richard Leikin (76 anni), un israeliano ferito due settimane fa in un attentato palestinese avvenuto in un autobus nel rione di Armon ha-Natziv. Lo ha riferito la radio militare. Nello stesso attentato erano stati uccisi a pugnalate a colpi di pistola due altri passeggeri ebrei, di 51 e 78 anni.
Secondo dati raccolti dal ministero degli esteri israeliano, fra l'inizio di ottobre e il 25 dello stesso mese 10 israeliani sono stati uccisi in attentati palestinesi; i feriti sono stati 127, quattordici dei quali registrati come gravi.
Nello stesso periodo si sono avuti 46 accoltellamenti, quattro attacchi con armi da fuoco e cinque casi di investimenti intenzionali di pedoni con automezzi vari.

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Padre Gabriel Naddaf denuncia l’incendio del monastero di San Charbel a Betlemme, avvenuto nelle prime ore di sabato mattina nel quartiere di Wadi Maali. Facciamo appello a Mahmoud Abbas perché condanni l’attacco e garantisca in futuro la sicurezza dei luoghi sacri cristiani nei loro territori. Ed è proprio questo tipo di atteggiamento da parte della leadership dell’Autorità Palestinese ad incoraggiare atti di vandalismo e di terrorismo contro i luoghi cristiani, poiché gli estremisti palestinesi sanno che non saranno consegnati alla giustizia nè puniti per i loro atti. (...)