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venerdì 12 maggio 2017

Giorgiana Masi

Nulla di misterioso in quella morte

articolo di Rossella Marchini pubblicato Giovedì, 11 Maggio 2017 su DinamoPress


Il 12 maggio di 40 anni fa, veniva uccisa Giorgiana Masi. Un racconto-ricordo di chi in quelle piazze c'era. Contro i tentativi di revisionismo degli assassini in borghese, sponsorizzati da Repubblica. Alle 18 presidio e casserolata sul Ponte Garibaldi.

«Hanno sparato a una compagna. È successo sul ponte...a Trastevere». Così ho scoperto della morte di quella che poi, più tardi, avrei saputo chiamarsi Giorgiana. Giorgiana Masi.
Erano ore che in piccoli gruppi cercavamo di entrare in quelle piazze (piazza Navona, La Cancelleria, Campo dei Fiori), le nostre, quelle del movimento. Ci provavamo, ma con violenza ci veniva impedito. Noi quel giorno in piazza volevamo starci, volevamo essere a piazza Navona per partecipare alla festa organizzata dai radicali per l’anniversario del referendum sul divorzio.
Francesco Cossiga, il ministro degli interni democristiano, Kossiga l’americano, aveva vietato tutte le manifestazioni, dopo quella del 12 marzo dove, per ore quelle stesse strade erano state attraversate in lungo e largo da un corteo di 100 mila persone e dalla loro rabbia per un altro assassinio, quello di Francesco Lo Russo, lo studente bolognese di Lotta Continua colpito da una pallottola di un carabiniere.
Da subito non sono riuscita a entrare a piazza Navona. Non ci sono proprio arrivata. Era impossibile. Uno schieramento di blindati, non tecnologicamente sofisticato come gli attuali, ma ugualmente impenetrabile, bloccava tutte le vie di accesso alla piazza e ad ogni nostro tentativo di entrare partivano le cariche. 


Corse infinite, in mezzo al fumo dei lacrimogeni, per poi ritrovarsi in gruppo e ripartire. Iniziammo a sentire colpi di arma da fuoco, anche se a me, che non lo avevo capito, sembravano dei botti, che comunque mi terrorizzavano. Decidemmo con le compagne e i compagni che si erano uniti a noi di andare avanti, entrare in una piazza.
Quei ragazzi con la pistola in pugno, vestiti come i nostri compagni, li vedemmo subito. A piazza della Cancelleria, a corso Vittorio si muovevano con disinvoltura fra i blindati e gli agenti schierati.
Ma nessuno, tra noi, mostrò di avere paura e quando ci ripenso - perché a Giorgiana non abbiamo mai smesso di pensarci e alcune di noi, con quel nome, hanno voluto chiamare le proprie figlie, oggi meravigliose donne e nostre compagne - ricordo la paura, la corsa fra le vie del quartiere Rinascimento, il respiro che ti manca, mentre gli occhi bruciano. Non solo questo.
Rivedo le mie compagne, le gonne a fiori, gli zoccoli olandesi che portavamo tutte e con i quali riuscivamo persino a correre. Si, correvamo con il fiato in gola e “loro” dietro. Ci facevano paura, ma continuavamo. Per ore.
Ci ritrovammo dopo molto tempo rinchiuse a Campo dei Fiori, non si poteva uscire. Non so come riuscimmo ad ottenere l’apertura di una via per poter defluire verso Trastevere. Una trappola, fummo caricate su ponte Garibaldi. È lì che fu uccisa Giorgiana, dopo sette ore di scontri.
L’omicidio di Giorgiana Masi è stato definito un “mistero italiano”. Per noi non c’è stato mai nessun mistero. Come è morta Giorgiana lo sappiamo da quella sera in cui ci arrivò la notizia, alla fine di una giornata convulsa, violenta, drammatica.
Sconvolte e ammutolite per il dolore, fummo annichilite dalle prime dichiarazioni “ufficiali” che cercavano di addossare la responsabilità al “fuoco amico”. Si disse che all’interno del corteo c’erano uomini armati, ma non appartenevano alle forze dell’ordine.
Le immagini, allora non così numerose come avviene da Genova in poi, degli agenti in borghese che sparano, smentiranno il Questore che negava la loro presenza in piazza. Francesco Cossiga fu costretto a chiedere scusa in Parlamento per aver mentito, negandolo.
Le inchieste che seguirono a quell’omicidio non hanno mai fatto luce sugli avvenimenti. Dopo quattro anni, il caso è stato archiviato per mancanza di prove e gli autori dell’omicidio rimasti ignoti.


Oggi esce un libro che racconta la vita dell’agente in borghese ritratto nella foto che Tano D’Amico scattò quel giorno, il poliziotto Santone, quello con il borsello a tracolla, piegato davanti a una macchina. Lo stesso che pochi giorni fa, come anticipazione di un prossimo libro, su “la Repubblica” dichiara in un’intervista: «L’Espresso scrisse che eravamo infiltrati fra i manifestanti. Non era vero. Eravamo guardie di pubblica sicurezza e come tali non obbligati alla divisa».
«Ero un ragazzo che seguiva la moda».
«La borsa di Tolfa serviva per le sigarette, la carta igienica, i gettoni, il portafoglio».
«Cossiga fu il più grande Ministro degli Interni di sempre. Non sapeva niente dell’ordine pubblico di quel giorno».
Per noi che quel giorno eravamo insieme a Giorgiana e tanti e tante altre a rivendicare diritti e libertà di manifestare, per festeggiare una vittoria di tre anni prima, è insopportabile che si trasformi in una vittima chi fu protagonista, con molti altri, di quel massacro.
Erano anni meravigliosi, quelli. Gli anni di grandi battaglie, di grandi conquiste. Il movimento delle donne si riappropriava dello spazio pubblico e costruiva luoghi separati di discussione.
Da quel giorno, si iniziò a tessere un’altra narrazione, sulla “paura” che avrebbe da allora costretto i cittadini di Roma a non uscire di casa, fino a risorgere con l’estate romana di Renato Nicolini. Un’altra delle tante narrazioni tossiche ad accompagnare una strategia della tensione che sarebbe continuata con i tanti attentati alla democrazia che seguirono.
Quel giorno il movimento non ebbe paura ad essere nelle strade, né ad uscire di casa, né a sfidare le imposizioni di Cossiga.
Da allora sappiamo che nulla di misterioso è in quella morte.


mercoledì 19 ottobre 2016

Quello che non sapevate su Bayer

Il capitalismo puzza di morte e la sua storia è un fiume di sangue. Sapevatelo!!

Ecco, per esempio, il vero volto del 
colosso Bayer che ha appena acquistato Monsanto per 59 miliardi di euro:

QUANDO LA BAYER COMPRAVA "LOTTI DI DONNE" AD AUSCHWITZ


Sotto il regime nazista, Bayer, ai tempi filiale del consorzio chimico IG Farben, condusse numerosi esperimenti medici sui deportati che prelevava nei campi di
concentramento.
Ecco alcuni estratti da cinque lettere indirizzate dalla Bayer al comandante del campo di Auschwitz, pubblicati nel numero di febbraio 1947 dal "Patriote Résistant".
Le lettere, trovate dall'Armata Rossa dopo la liberazione di Auschwitz, sono datate aprile- maggio 1943.


Prima lettera:

"Stiamo progettando di sperimentare un farmaco soporifero, sarebbe possibile metterci a disposizione alcune donne? E a quali condizioni, comprese le formalità concernenti il trasporto nel caso queste donne facciano al caso nostro?".

Seconda lettera:

"Abbiamo ricevuto la vostra lettera. Considerando esagerato il prezzo di 200 marchi ve ne offriamo 170 per capo. Ci servono 150 donne".

Terza lettera:

"D'accordo per il prezzo convenuto. Preparateci un lotto di 150 donne sane che noi manderemo a prelevare quanto prima".

Quarta lettera:

"Abbiamo a disposizione il lotto di 150 donne. La vostra richiesta è stata soddisfatta nonostante i soggetti siano indeboliti e smunti. Vi terremo informati sui risultati degli esperimenti".

Quinta lettera:

"Non è stato possibile concludere gli esperimenti. I soggetti sono morti. Vi scriveremo presto per chiedervi di preparare un altro lotto".

IG Farben, il consorzio Bayer, ha anche fornito lo Zyklon B utilizzato per le camere a gas, e ha impiegato massicciamente la manodopera dei campi di concentramento nelle sue fabbriche. Condannata allo scioglimento per crimini contro l'umanità a Norimberga, IG Farben è tuttora in possesso d'uno statuto giuridico, malgrado il suo smantellamento tra le società Bayer, BASF et Hôchst.
A quando la Norimberga del capitalismo?

 

Le capitalisme pue la mort et son histoire est une rivière de sang. Voilà, par exemple, le vrai visage de la firme colossale Bayer qui vient de se payer Monsanto pour 59…
blogyy.net


domenica 10 gennaio 2016

La polizia tedesca copre casi di stupro per “non legittimare le critiche alla migrazione di massa”

Come riporta il sito infowars, iniziano a manifestarsi in Germania i prevedibili problemi legati all’immigrazione di massa. La polizia tedesca sta cercando di mettere a tacere gli episodi, ma vengono segnalati molti crimini a sfondo sessuale legati alla presenza dei migranti, al punto che le scuole stanno “consigliando” codici di comportamento e abbigliamento agli studenti tedeschi per scoraggiare le aggressioni. La sciocca pretesa che l’accoglienza di milioni di persone disperate sia “una risorsa” per la società che se ne fa carico, si scontra con la dura realtà. E come al solito, la negazione di un problema provoca soltanto la sua esasperazione.

Di Paul Joseph Watson, 23 settembre 2015

La polizia in Germania sta mettendo a tacere un’ondata di stupri di bambini commessi da migranti musulmani nei pressi di campi profughi per non “legittimare” critiche alla migrazione di massa, secondo i media locali.

Il Gatestone Institute ha compilato una lista delle innumerevoli violazioni commesse dai richiedenti asilo prevalentemente musulmani nel corso degli ultimi mesi.
Uno di questi casi ha coinvolto una ragazza di 13 anni che è stata violentata in un campo di migranti a Detmold, una città della Germania centro-occidentale. La ragazza e sua madre erano originariamente fuggite dal Medio Oriente per scampare agli abusi sessuali nel loro Paese, solo per essere vittime di un richiedente asilo proveniente dallo stesso Paese.
Temendo che la diffusione della notizia della violenza potesse portare a “dimostrazioni di destra”, la polizia ha nascosto l’incidente.

“Anche se lo stupro è avvenuto nel mese di giugno, la polizia ha taciuto per quasi tre mesi, fino a quando i media locali hanno pubblicato un racconto del crimine,” scrive Soeren Kern.
“Secondo un commento editoriale del giornale Westfalen-Blatt, la polizia si rifiuta di rendere pubblici i crimini che coinvolgono rifugiati e migranti perché non vogliono dare legittimità ai critici della migrazione di massa”.

Secondo Kern, le donne nei campi vengono pagate 10 euro per fare sesso con gli uomini richiedenti asilo, che compongono l’80% della popolazione nei centri per migranti. Le guardie del campo chiudono un occhio sulla prostituzione perché guadagnano col traffico di droga e armi.

L’articolo elenca una serie di altri stupri di adolescenti tedeschi – incluso quello di un ragazzo di 14 anni violentato all’interno di una carrozza di un treno da un uomo arabo – che sono stati tenuti segreti dalla polizia.

La polizia della città bavarese di Mering ha anche messo in guardia i genitori a non permettere ai loro figli di uscire non accompagnati dopo che una ragazza di 16 anni è stata violentata l’11 settembre da “un uomo dalla pelle scura che parlava un pessimo tedesco” mentre tornava a casa dalla stazione ferroviaria, che si trova vicina a un campo di migranti.

“Dozzine di altri casi di stupro e tentato stupro — casi in cui la polizia cerca  specificamente colpevoli stranieri (la polizia tedesca spesso li chiama Südländer, equivalente di “terroni”) — rimangono irrisolti,” scrive Kern.

Come abbiamo segnalato la scorsa settimana, numerose autorevoli organizzazioni di assistenza sociale tedesche hanno lanciato l’allarme: donne e bambini sono stati stuprati in un campo di migranti a Hessen, ma il problema ha ricevuto molto poca attenzione della stampa.
Ieri abbiamo riferito dell’importante emittente tedesco ZDF, che si rifiuta di raccontare le storie dei crimini che riguardano sospetti di stupri perpetrati da musulmani perché, nelle parole del direttore Ina-Maria Reize-Wildemann, “non vogliamo infiammare la situazione e diffondere il pessimismo. [I migranti] non lo meritano.”

All’inizio di questo mese, una bambina di 7 anni è stata violentata da un immigrato nordafricano in un parco tedesco, una storia che ha ricevuto poca attenzione dei media.
Le scuole tedesche situate vicino a campi di migranti avvertono anche le ragazze di non indossare pantaloncini o gonne per non offendere i migranti e provocare “attacchi”.
“Indossare top o camicette provocanti, pantaloncini corti o minigonne potrebbe causare fraintendimenti,”, hanno scritto gli amministratori di una scuola, chiedendo agli studenti di rispettare la “cultura” dei migranti.

FONTE: VociDall'Estero
 

venerdì 6 febbraio 2015

Buone nuove sui figli di coppie non etero

Due mamme. Guaiana (Certi Diritti) e Magi (Radicali Italiani): Roma capitale indiscussa dei diritti
06/02/2015

"Roma ha finalmente trascritto l'atto di nascita di un bambino con due genitori dello stesso sesso, due mamme in questo caso. Era da tempo che auspicavamo una posizione chiara e con atti concreti in questo senso. Trascrivere le nascite di bambini di coppie omosessuali, che hanno contratto matrimonio in altri paesi, come figli di entrambi è un atto che garantisce il principio di tutela della genitorialità contenuta nella Costituzione italiana e nelle normative europee."
Così Riccardo Magi, consigliere comunale capitolino e presidente di Radicali Italiani, che per settimane ha seguito la questione aiutando Alexander Schuster, il legale della coppia, che collabora da tempo con l'Associazione Radicale Certi Diritti e con Famiglie Arcobaleno.

Solo poche settimane fa la Corte d'Appello di Torino aveva emesso un'ordinanza in cui si chiedeva agli uffici dello stato civile della città di provvedere, nell'interesse del figlio minore di due donne divorziate, alla trascrizione dell'atto di nascita.

"Registro delle unioni civili e trascrizione dell'atto di nascita: in pochi giorni Roma ha messo a segno due colpi che le valgono il titolo indiscusso di capitale dei diritti" aggiunge Yuri Guaiana, segretario dell'Associazione Radicale Certi Diritti.

"L'aspetto più importante di questa iniziativa è che avviene per iniziativa dell’amministrazione comunale e non in esecuzione di un provvedimento giudiziale: a differenza del Comune di Torino che ha dato esecuzione a una sentenza che vale solo per il caso specifico, Roma Capitale ha modificato la propria prassi amministrativa garantendo d'ora in poi le trascrizioni dei certificati stranieri riportanti due genitori dello stesso sesso.
È importante rilevare che, a differenza di quanto avvenuto con la trascrizione dei matrimoni fra due persone dello stesso genere nel mese di ottobre 2014, in questo caso l’atto è stato compiuto direttamente dall’amministrazione comunale e non dal sindaco Ignazio Marino.
Quello del Comune di Roma è un atto politico serio e di grande coraggio che surclassa un Parlamento fermo al 1975 in materia di Diritto di Famiglia."

"Adesso - concludono Guaiana e Magi - si provveda subito a livello nazionale con una buona legge che riconosca a tutte le forme familiari gli stessi diritti e doveri e una pluralità di istituti tra i quali tutti possano scegliere liberamente per organizzare la propria vita affettiva".

venerdì 14 novembre 2014

Grecia: bambini disabili in gabbia

Nel centro disabili di Lechaina, in Grecia, circa 60 ragazzi vivono all'interno di celle abbandonati a loro stessi.


Bambini disabili in gabbia


I disabili, in Grecia, sono spesso discriminati e devono lottare per ottenere il supporto di cui hanno bisogno.
Alcuni bambini disabili, che vivono in una struttura statale, sono chiusi in gabbie. Il personale sostiene di voler migliorare le loro condizioni di vita, ma sono a corto di fondi.

Jenny è una bambina di nove anni. Si dondola avanti e indietro, mentre guarda oltre le sbarre di una gabbia di legno. Quando la porta si apre, salta giù sul pavimento di pietra e stringe tra le braccia l’infermiera. Pochi minuti dopo, lascia che la rinchiudano di nuovo senza battere ciglio. È abituata a quella gabbia. È la sua gabbia. Ci vive da quando aveva 2 anni.
Jenny, a cui è stato diagnosticata una forma di autismo, vive in una struttura statale per bambini disabili a Lechaina, una piccola città nel sud della Grecia, insieme ad altre 60 persone, molte delle quali vivono in celle o gabbie.

Fotis ha intorno ai vent'anni ed è affetto dalla sindrome di Down. Dorme in una piccola cella, divisa da quella degli altri pazienti da sbarre alte fino al soffitto e un cancello chiuso a chiave. Nella sua stanza c’è soltanto un letto singolo. Nel centro, non si vedono sono affetti personali da nessuna parte.
“Andiamo a fare un giro?”, è la cantilena piena di speranza del giovane Fotis dal fisico asciutto ogni volta che vede un volto nuovo. Ma con appena sei membri del personale addetti alle cure di tutti i pazienti, è raro che si abbia l’opportunità di lasciare il centro.

Nella piccola stanza del personale, una serie di schermi tv collegati a telecamere a circuito chiuso illuminano la stanza del personale e inquadrano costantemente le gabbie di legno al piano superiore dove sono tenuti i bambini disabili.
La condizione disagiata in cui si trova il centro ha attirato l’attenzione delle autorità per la prima volta cinque anni fa, quando un gruppo di laureati europei ha prestato servizio nel centro come volontari per diversi mesi.

Catarina Neves, una ragazza portoghese laureata in psicologia, era tra questi. “Al mio primo giorno lì dentro, sono rimasta totalmente scioccata. Non avrei mai immaginato che ci potesse essere una condizione simile in un Paese europeo moderno, ma ero anche più sorpresa dal fatto che il personale si comportava come se tutto questo fosse normale”, ha raccontato.

I volontari hanno scritto le loro esperienze in un documento che hanno indirizzato a politici, responsabili dell’Unione Europea e a tutte le organizzazioni per i diritti umani e diritti per i disabili che sono riusciti a trovare. A volte hanno ricevuto risposte di ringraziamento, che però non promettevano interventi concreti, ma per la maggior parte quelle lettere sono state ignorate.
Poi, nel 2010, la testimonianza dei volontari ha attirato l’attenzione del difensore civico greco per i diritti infantili. Il quale ha visitato il centro e ha pubblicato un rapporto di denuncia, in cui sottolineava “le condizioni disumane, la mancanza di cure e supporto, l’uso di sedativi, la presenza di bambini legati ai letti, l’uso di gabbie di legno usate come giacigli per i giovani con disabilità cognitive, una sorveglianza continua, e anche che tali pratiche costituivano una violazione dei diritti umani”.
Ha anche riferito il fatto che, nel centro, c’erano state numerose morti dovute a carenze nella supervisione. Un 15enne, nel 2006, era morto soffocato da un oggetto che aveva ingerito accidentalmente. Dieci mesi più tardi, quando fu un 16enne a morire, l’autopsia rivelò che il suo stomaco era pieno di pezzi di stoffa, fili e bendaggi.

Fu dopo questi incidenti che i responsabili del centro capirono che con un simile livello di assistenza era impossibile proteggere i bambini dai pericoli cui erano esposti. La soluzione che trovarono fu quella di costruire celle su misura per i loro pazienti.
Tuttavia, il report del difensore civico concluse che le celle e l’uso di un qualunque tipo di coercizione protratta nel tempo “era chiaramente illegale e in contraddizione con il dovere di rispettare e proteggere i pazienti”, e invitò il governo greco ad agire subito per risolvere la situazione.
Ma oggi, dopo quasi cinque anni, gli unici cambiamenti apportati sono stati superficiali. Alcune sbarre di legno sono state colorate e i fondi reperiti sono stati usati per trasformare il soggiorno in una stanza dei giochi sicura e con pareti morbide. Ma non c'è ancora nessuno a interagire con i pazienti, i quali restano seduti da soli sulle stuoie, dondolandosi e fissando il muro, mentre un’assistente li tiene d'occhio dall’entrata.
C’è una sola infermiera e un assistente per piano, che è responsabile per più di 20 bambini. Non esistono dottori fissi nella struttura. Quando i pazienti hanno bisogno di andare in ospedale, vengono accompagnati da una delle infermiere, il che significa che più di venti ragazzi restano nelle mani della sola persona rimasta.
“Durante un turno di notte ero spesso lasciata sola con tre assistenti, che non erano nemmeno infermieri, a occuparmi di più di 60 pazienti. Se c’era qualche problema medico con i bambini, non c’era nessuno a cui chiedere aiuto a parte Dio”, ha raccontato un’infermiera del centro che di recente è andata in pensione e ha chiesto di restare anonima.
L'infermiera ha detto che le gabbie erano necessarie: “Abbiamo combattuto per far costruire quei letti circondati da sbarre, così da concedere maggior libertà ai bambini. Prima di allora, i pazienti rimanevano sempre con braccia e gambe legate al letto. In ogni caso, i bambini ora si sono abituati. A loro piacciono questo tipo di sistemazione”.

Anche il medico locale George Gotis, che ha prestato servizio volontario al centro per più di vent’anni, vede le gabbie come qualcosa di positivo. “Penso che questo sia una delle strutture migliori per i bambini disabili, non solo in Grecia, ma in tutta Europa”, ha dichiarato.
“Molti di questi bambini con gravi disabilità hanno potuto vivere più a lungo rispetto alla speranza di vita media e questi costosi letti con sbarre, che sono stati costruiti per evitare che si facessero del male, hanno avuto un ruolo determinante”.

Il nuovo direttore del centro, Gina Tsoukala, che non è stata pagata per oltre un anno, ha detto che non ha il coraggio di mollare perché si sente in dovere di rimanere con i pazienti e di combattere per la loro causa. Le piacerebbe fare a meno delle strutture in legno, ma il numero insufficiente di impiegati non glielo permette.
"Alcuni pazienti hanno tendenze auto-lesioniste o sono di natura litigiosi e aggressivi, e quindi su consiglio di un dottore siamo costretti a usare queste gabbie di legno. Ma i bambini sono comunque liberi di comunicare e di interagire, in qualche modo".
All’ora di pranzo, i bambini mangiano dietro le sbarre. "Stiamo facendo il possibile ma non abbiamo le risorse per spingerci oltre e offrire qualcosa in più", dice il direttore del centro Tsoukala.
“Più di due terzi di questi bambini sono stati abbandonati dalle loro famiglie. E noi non abbiamo il tempo di dare loro il supporto emotivo che vorremmo, o offrire a ciascuno di loro le attenzioni individuali che meritano”, continua Tsoukala.

Discutere se le gabbie siano sicure per i bambini è sbagliato, sostiene Steven Allen, del The Mental Disability Advocacy Center (Mdac), un’organizzazione internazionale per i diritti umani per le persone con disabilità mentali. “Le gabbie sono state costruite per proteggere il personale, non i bambini; per gestire più facilmente i disabili, anziché trattarli come essere umani con dei diritti".
“Esser tenuti in gabbia è deleterio per la salute mentale dei pazienti e non ha valenza terapeutica e, anzi, può essere dannoso a livello fisico. Ci sono anche stati casi in cui le sbarre della cella sono crollate sui pazienti e li hanno uccisi”, ha detto.
L’organizzazione Mdac riporta che gli unici Paesi in cui si usano simili strutture sono Repubblica Ceca e Romania.
Ioannis Papadatos, presidente della Association for Families and People with Disabilities del distretto di Ilia, nella Grecia occidentale, ha il suo ufficio in un grande centro realizatto ad hoc per accogliere i disabili.
Ma, ancora oggi, il centro per disabili di cui è a capo - dotato di piscina, strutture per fisioterapia e logopedia, appartamenti che permettono una vita quasi del tutto indipendente e costruito grazie ai fondi dell’Unione Europea - è vuoto perché lo stato greco non si può permettere di pagare il personale.
Papadatos ha fatto parte del consiglio di amministrazione del centro infantile di Lechaina fino allo scorso anno. Ha detto di essersi battuto per migliorare le condizioni del centro: due ragazze autistiche, ad esempio, ora frequentano una scuola speciale per qualche ora al giorno. Ma molti pazienti "verranno liberati solo quando saranno morti".

Chloe Hadjimatheou è una giornalista della Bbc. La sua inchiesta è stata pubblicata qui. Le immagini sono a cura di Maro Kouri.

(Traduzione parziale di Caterina Michelotti)

fonte: ThePostInternazionale

sabato 11 ottobre 2014

11.10.2014 Giornata d’azione europea decentrata per fermare TTIP CETA e TiSA

In occasione della Giornata d’azione europea decentrata per fermare TTIP*, CETA & TiSA, il Partito Umanista, come aderente della campagna nazionale Stop Ttip e sostenitore attivo di alcuni comitati locali, invita tutti a mobilitarsi nelle proprie città. La lista delle iniziative italiane potete trovarla qui: http://stop-ttip-italia.net/11-ottobre-giornata-di-mobilitazione-stop-ttip/
 

Il Partito Umanista sarà presente a Torino e Milano, insieme ai comitati locali Stop Ttip.
SABATO 11 Ottobre 2014 - TORINO - VOLANTINAGGI E SKETCH TEATRALI STOP TTIP
Mattino ore 10-13
Corso Racconigi 34 (mercato)
Corso Palestro2 (mercato
Corso Svizzera 29 (mercato)
Pomeriggio ore 15-18
Via Verdi 18 (cinema Massimo, zona centro città) [evento Facebook]

SABATO 11 Ottobre 2014 - MILANO - VOLANTINAGGIO E PRESIDIO
Mattino ore 10.00 -12 mercato zona Isola, Mercato Bio Pizza Durante e mercato Valvassori Peroni
Pomeriggio ore 14.00 PRESIDIO in Via Palestro angolo Via Marina [evento Facebook]


*COS'E' IL TTIP
Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un accordo sul commercio e gli investimenti in fase di negoziazione tra USA e Unione Europea.
I negoziati attraverso cui il TTIP si sta discutendo, iniziati nel luglio 2013, sono volutamente segreti.
I contenuti, che interessano settori diversi, dal commercio, ai servizi locali, agli investimenti, etc. rappresentano un tentativo di ulteriore erosione delle garanzie conquistate in anni di lotte sociali dal punto di vista del diritto del lavoro, dei diritti umani, della tutela ambientale, della sicurezza alimentare, degli istituti democratici.
Governi, grandi imprese e lobbies economiche provano così, con l’alibi di un’omogeneizzazione delle normative, a disegnare un quadro di pesante deregolamentazione cui obiettivo principale non saranno tanto le barriere tariffarie, già abbastanza basse, ma quelle non tariffarie, che riguardano gli standard di sicurezza e di qualità di aspetti sostanziali della vita di tutti i cittadini:
l’alimentazione, l’istruzione e la cultura, i servizi sanitari, i servizi sociali, le tutele e la sicurezza sul lavoro.
Se il Trattato dovesse essere approvato, saranno i cittadini e l’ambiente a farne principalmente le spese in un processo che porterà alla progressiva mercificazione di servizi pubblici e di beni comuni

*IL TTIP PER PUNTI - COSA PREVEDE IL TRATTATO - COSA ACCADREBBE SE VENISSE APPROVATO
Sicurezza alimentare:
negli USA il commercio degli organismi geneticamente modificati (OGM) è una pratica diffusa insieme all'utilizzo di ormoni e promotori della crescita bovina considerati cancerogeni. Se l’accordo fosse approvato il mercato europeo dovrebbe aprirsi anche a questi prodotti.

Beni comuni e servizi pubblici:
dall’acqua all’energia, dai trasporti alla sanità, essi si trasformerebbero da “diritti per tutti” a “business delle grandi imprese”, con una forte spinta verso la  privatizzazione e un accesso condizionato dalla disponibilità economica dell’utente.

Made in Italy:
l’obbligo di indicazione dell’origine geografica di un prodotto potrebbe essere minacciato dall’interesse economico delle grandi imprese americane di  immettere nel mercato europeo prodotti che “richiamano l’italianità”, come il noto Parmesan, pur non essendo stati realizzati in Italia o con materie prime Italiane.

Sovranità nazionale:
il TTIP intende istituire un meccanismo di arbitrato internazionale, denominato Investor-State Dispute Settlement (ISDS), che permetterebbe ad un’impresa di citare in giudizio uno Stato e chiedergli un lauto risarcimento per aver compromesso o minacciato i propri investimenti e interessi commerciali.

Tutela dell’ambiente e della salute:
l’import-export di gas di scisto estratto attraverso il fracking, cioè la fratturazione idraulica delle rocce del sottosuolo, potrebbe diventare una pratica diffusa anche in Europa con seri rischi di inquinamento delle falde acquifere, cedimenti del sottosuolo, esplosioni e terremoti.

Diritti dei lavoratori:
gli Stati dell’UE, tra cui l’Italia, si sono dotati di leggi avanzate nel settore della promozione e della tutela dei diritti dei lavoratori. Gli USA si sono invece limitati a ratificare solo il 10% delle convenzioni dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO) .

Privacy:
nell’intento di contrastare possibili illeciti contro la proprietà intellettuale,  potrebbero verificarsi violazioni della privacy degli utenti attraverso accessi privilegiati ai dati personali.

mercoledì 25 dicembre 2013

Leonard Peltier prigioniero senza colpe

Peltier: prigioniero politico di Obama

leonardpoliticalprisonerobama

Se solo il Governo rispettasse le sue stesse leggi. Sono un prigioniero politico, di Barack Obama ora... -  Comunicato di LEONARD PELTIER  del 14/09/2009

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ancora una volta ha fatto del suo altisonante titolo una caricatura.
Dopo l’avvenuta scarcerazione prima dell’originale seguace di quel cultore della morte che è Charles Manson, ossia Lynette Squeaky Gromme che attentò al presidente Ford, poi di un dichiarato terrorista croato, e di un altro assassino mancato del presidente Ford grazie alla legge sulla libertà condizionata obbligatoria dopo 30 anni di reclusione, la Parole Commission (organismo deputato a rilasciare un individuo sulla parola o a negare questa richiesta N.d T.) ha ritenuto che la mia scarcerazione avrebbe incrementato il “non rispetto della legge”.

Se solo il governo federale avesse rispettato la sua stessa legge, per non parlare dei trattati che secondo la costituzione degli Stati Uniti sono legge suprema, io non sarei mai stato trovato colpevole di reato e neppure costretto a passare più della metà della mia vita in carcere. Per tacere il fatto che tutte le leggi di questo paese sono state fatte senza il consenso dei Nativi e vengono applicate inequamente e a nostre spese. Se non altro la mia esperienza dovrebbe sollevare seri dubbi in merito alla supposta giurisdizione dell’FBI in territorio indiano.

Il dibattito della Parole Commission è stato sollevato dal futuro procuratore, avvocato Drew Wringley che sembra nutrire la speranza di affiancare la cavalleria dell’FBI in corsa verso l’ufficio del Governatore del Nord Dakota.
Nel far questo Wringley sta seguendo i passi di William Janklow che costruì la sua carriera politica sulla reputazione di essere un combattente Indiano, partendo da una carriera di difensore tribale (e presunto stupratore di un minorenne nativo) a procuratore generale, governatore del Sud Dakota a Congressman.

Alcuni ricorderanno che Janklow, prima di venire accusato di omicidio colposo, si assunse la responsabilità per aver persuaso il presidente Clinton a non concedermi la grazia. Lo storico predecessore di Janklow, George Armstrong Custer, similmente sperava che un imponente massacro di Sioux lo avrebbe trainato verso la Casa Bianca ma sappiamo tutti cosa ne è stato di lui.

Comunque, a differenza di quei barbari assetati del mio sangue nei corridoi del potere, i Nativi sono gente veramente umana che pregano per i loro nemici. Eppure è necessario essere abbastanza realisti da organizzarci per la nostra libertà e uguaglianza come nazione.

Costituiamo il 5% della popolazione del Nord Dakota e il 10% di quella del Sud Dakota e potremmo usare la nostra influenza per promuovere il nostro potere sulle riserve, sulle quali dovremmo puntare.
Se riuscissimo a organizzare un blocco elettorale potremmo annullare la premessa sullo scontro di qual è il più razzista tra il Sud e il Nord Dakota.

Negli anni ’70 ci costrinsero ad armarci per difendere il nostro diritto alla sopravvivenza e a potersi difendere, ma al giorno d’oggi la guerra si fa con le idee. Oggi bisogna che combattiamo l’oppressione armata e la colonizzazione con i nostri corpi e con le nostre menti. Il diritto internazionale è dalla nostra parte.

Data la natura dei tre recenti individui scarcerati sulla parola, potrebbe sembrare che il mio crimine più grande è quello di essere indiano. Ma la verità è che l’offesa più grande è la mia innocenza.
In Iran capita che i prigionieri politici siano rilasciati se confessano i ridicoli capi d’accusa con cui vengono trascinati in tribunale, allo scopo di gettargli addosso il discredito e di intimidirli assieme a quei cittadini che la pensano come loro.
L’FBI e i suoi portavoce pare abbiano fatto lo stesso, come suggerì la Parole Commission nel 1993, quando stabilì che il mio rifiuto a confessare era alla base della negazione della libertà sulla parola.

Dichiararsi innocenti è come dire che il governo è in errore, se non addirittura colpevole.

Il sistema giudiziario americano è fatto in modo tale che l’imputato non viene punito per il crimine in sé quanto piuttosto per il fatto che rifiuta di accettare qualsivoglia patteggiamento gli venga offerto, e per aver obbligato lo stesso sistema giudiziario a garantire all’imputato il diritto di controbattere le accuse da parte dello stato in un processo vero e proprio. Tali insolenze sono punite invariabilmente con richieste di procedimenti giudiziari che si concludano con condanne lunghissime, per non parlare delle linee guida delle condanne che vengono sempre più disattese assieme alla possibilità della libertà condizionata.

Per quanto i non Nativi possano odiare gli indiani, siamo tutti nella stessa barca. Un tentativo di riproporre questo sistema nel governo tribale è quanto meno pietoso.

E’ stato solo quest’anno con il caso Troy Davis, che la Corte Suprema degli USA ha riconosciuto come l’innocenza può venire utilizzata come legittima difesa. Come i testimoni che vennero obbligati a testimoniare contro di me, quelli che hanno testimoniato contro Davis hanno poi ritrattato eppure Davis stava per essere messo a morte. Io stesso sarei potuto già essere morto se non fosse che il governo canadese richiese una deroga della condanna a morte come condizione per la mia estradizione.

Il vecchio ordine è adeguatamente rappresentato da Antonin Scalia giudice della Corte Suprema, che dissentendo dal caso Davis ha affermato:

“Questa corte non ha mai detto che la Costituzione proibisce l’esecuzione di un imputato colpevole che ha ottenuto un processo completo e giusto ma che in seguito è stato capace di convincere una corte che di fatto è innocente. Al contrario si è più volte lasciato la questione in sospeso, esprimendo ragionevoli dubbi sul fatto che ogni affermazione basata su presunta reale innocenza sia costituzionalmente conoscibile”.

Lo stimato senatore del Nord Dakota Byron Dorgan, attualmente presidente del Senate Committee agli Indian Affaire, ha ragionato nello stesso modo scrivendo che:

“il nostro sistema legale ha trovato Leonard Peltier colpevole del crimine di cui era stato accusato. Ho rivisto il materiale del processo e credo che il verdetto sia giusto e corretto”.

Per i Nativi è una dichiarazione bizzarra e incomprensibile, come in effetti è, che innocenza e colpevolezza siano uno status legale non necessariamente attinente con la realtà dei fatti. E’ una ovvietà che tutti i prigionieri politici siano risultati colpevoli dei crimini attribuitigli.

La verità è che il governo vorrebbe farmi confessare il falso allo scopo di convalidare una sciatta montatura che se venisse allo scoperto aprirebbe la porta a un’indagine sul ruolo degli USA nell’addestrare ed equipaggiare bande di teppisti per sopprimere un movimento popolare a Pine Ridge contro una dittatura fantoccio.

In America per definizione non possono esserci prigionieri politici ma solo quelli giustamente giudicati da una corte E’ ritenuto altamente controverso persino pubblicamente ammettere che il governo federale possa fabbricare e sopprimere delle prove allo scopo di eliminare quelli ritenuti nemici politici. Ma è una cosa dimostrabile per ogni passo del mio processo.

Sono un prigioniero politico, di Barack Obama ora, e spero e prego che egli voglia aderire a quegli ideali che lo hanno spinto a concorrere per la presidenza. Ma come Obama stesso vorrà riconoscere, se aspettiamo che lui risolva i nostri problemi, non abbiamo centrato il punto della sua campagna.

Soltanto organizzandoci nelle nostre comunità e facendo pressione sui nostri presunti leaders riusciremo ad apportare quei cambiamenti di cui abbiamo così fortemente bisogno.
Vi prego di sostenere il Comitato di Difesa Leonard Peltier nel nostro tentativo di far si che il governo degli Stati Uniti sia fedele alle su stesse parole.

Ringrazio tutti quelli che sono stati dalla mia parte in tutti questi anni, nominarne alcuni significherebbe escluderne molti altri. Non bisogna perdere la speranza nella nostra lotta per la libertà.

Nello spirito di Cavallo Pazzo. Leonard Peltier

Leonard Peltier #89637-132 - USP-Lewisburg US Penitentiary

(Traduzione a cura di Stefania Pontone)

America, paese della libertà

DI BUONI PROPOSITI SONO LASTRICATE LE STRADE DEL NATALE

dicembre 25, 2013 - Poche ore e “archivieremo” anche il Natale dell’anno 2013. Un giorno come un altro. Specialmente per chi ne ha passati trentasette in cella. E il primo presidente nero della storia d’America avrà aggiunto una delusione alle tante di chi aveva guardato con speranza alla sua ormai lontana prima elezione come al riscatto di ogni etnia oppressa del nuovo e del vecchio mondo.
Evidentemente le lacrime di commozione di fronte alle spoglie mortali del più famoso ex-recluso di questo scavalco di secoli – Nelson Mandela – erano in favore di telecamere, non di commozione come ha voluto far credere.
Oppure, come dice chi analizza più attentamente la struttura di potere di quello che dovrebbe essere ancora il paese più potente del mondo, il suo presidente può ordinare la distruzione del pianeta, ma non può andare contro a una qualsiasi delle lobby di quella che oggi si chiama “governance”. In questo caso l’FBI, l’influente “corpo separato” della nazione a stelle e strisce.

IL FATTO: Nel lontanissimo 1975 due agenti federali vennero uccisi e a distanza di tanti anni non si è placata la sete di vendetta che scatta automatica in questi casi. Nell’imminenza delle festività il nostro amico Andrea mi scrive una accorata lettera da Barcellona:

“Più di 10 anni fa lessi il libro di Leonard Peltier “La mia danza del sole”, fulminante. Leonard Peltier, indiano nativo, venne accusato dell’omicidio di due agenti dell’FBI, ma in realtà, la sua detenzione è politica per le tante lotte che aveva condotto e stava conducendo per i diritti delle popolazioni native. A tutt’oggi è ancora “dentro”, malato, sofferente, ma sempre lucido e determinato. Negli USA il movimento per la sua liberazione è forte, ed anche fuori dai confini ci sono state molte adesioni anche illustri, tra cui proprio quella di Nelson Mandela, (oltre al Dalai Lama e Madre Teresa di Calcutta)… Robert Redford ha prodotto anche un documentario (…); pare che Clinton fosse arrivato vicino a firmare la sua liberazione, ma (appunto) le pressioni dell’FBI furono tali che rinunciò".

In una mail successiva Andrea insiste e usa un argomento cui non possiamo non essere sensibili:

“in fondo non è affatto un caso che il sottotitolo del documentario di Adonella Marena, sia stato “indiani di valle“, trovo assonanze mirabolanti tra queste lotte lontane e vicine… Se la valle trovasse una forma, un’occasione per ricordare e denunciare questa storia, sarebbe bello”…
E aggiunge:
“Mandela muore e tutti ad omaggiarlo, ma Nelson Mandela aveva chiesto la libertà di Leonard Peltier e chissenefrega…
E invece no, sto chiedendo aiuto capillarmente. Ho deciso che quest’anno 2014 mi vedrà impegnato a fondo per la liberazione di quest’uomo che è chiaramente un simbolo, forte e importante”.

poi  ricopia una poesia di Leonard:

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LA MIA UNICA COLPA E’ DI ESSERE INDIANO, LA TUA?

PECCATO ABORIGENO

Ognuno di noi ha inizio nell’innocenza.
Tutti diveniamo colpevoli.
In questa vita ti ritrovi colpevole
di essere quello che sei.

Essere te stesso, questo é il Peccato aborigeno,
il peggiore di tutti i peccati.
E’ un peccato per il quale non sarai mai perdonato.

Noi indiani siamo tutti colpevoli,
colpevoli di essere noi stessi.
Quella colpa ci viene insegnata dal giorno in cui nasciamo.
La impariamo bene.

A ognuno dei miei fratelli e delle mie sorelle dico,
siate orgogliosi di quella colpa.

Siete colpevoli di essere innocenti,
di essere voi stessi,
di essere indiani,
di essere umani.

E’ la vostra colpa a rendervi sacri.

Per quel poco che potrò credo di voler aiutare Andrea per dare anche al mio 2014 un significato di restituzione almeno di parte della libertà rubata a un uomo.
(Barcellona) Borgone Susa, 25 dicembre 2013 – Claudio Giorno

***

SCHEDA: PER SAPERNE DI PIU’ (per chi, come me, non era andato oltre la firma di una delle tante petizioni di change.org)
per chi sa l’inglese il sito http://www.whoisleonardpeltier.info/ è il più completo.

In Italia Umberto Arciero ha raccolto un po’ di materiale e lo ha tradotto, lo vedete sul suo sito qui sotto. Il libro è quasi introvabile, cercatelo se riuscite in biblioteche.

Qui si vede come, nella scuola zapatista dell’estate scorsa, vennero “simbolicamente” invitati alcuni tra i più famosi prigionieri politici, il primo era Alberto Patishtan che è libero da un paio di settimane! Poi Leonard Peltier, e poi Mumia Abu Jamal….. Speriamo siano presto liberi anche loro!

Qui si trova molto materiale a favore dei nativi d’America

Qui si trova molto materiale contro la discriminazione razziale che riguarda moltissimi detenuti ormai non certo solo in America

Infine Antera segnala l’azione parlamentare svolta in Italia nelle ultime legislatura
E’ chiaro che l’azione di pressione si è fatta in vari periodi tanto che deputati e senatori italiani sono tra i pochi che in passato si sono schierati per la revisione. Nel gennaio 2005 firmarono alcuni di loro un appello che diceva: “Reputiamo la gestione del caso Peltier come una chiara violazione degli standard legali della giustizia americana e richiediamo che Peltier ottenga giustizia attraverso un’immediata concessione della semilibertà”. BISOGNA RICOMINCIARE.

Il Pd, la Coop e lo scandalo Forteto dove si stupravano i bambini

questa notizia è da passa-parola!

Ali di Libertà
Il Forteto era e in parte è ancora, una “comune”- in realtà una sorta di lager – finanziata dalla Regione Toscana – dal ’97 al 2010 con oltre 1,2 milioni – dove si sperimentava omosessualità, pedofilia, zoofilia e tutto quello che poteva essere negazione dell’ordine naturale delle cose. Tutto in nome di un’anarchia morale, oggi esaltata dal pensiero libertino tanto caro ad una certa area politica e culturale che vede la famiglia come gabbia, i legami come un freno alla libertà individuale e quindi, lavora per lo scardinamento di valori che ritiene sorpassati, fondendo una sorta di cristianesimo comunitarista con l’ideologia da comune parigina.
 
Tutto questo è accaduto alle porte di Firenze negli ultimi trent’anni, coperto da quel sistema di potere per il quale non esistevano delinquenti, ma solo amici o nemici politici. E se eri un “amico politico”, allora, automaticamente, non potevi essere delinquente. E venivi finanziato, protetto e incensato.
 
E’ a causa di questa perversione ideologica che decine di ragazzi sono stati plagiati e ridotti a marionette di una setta “progressista”.
 
Tutto poteva essere bloccato sul nascere quando solo un anno dopo la fondazione della “comune”, un magistrato ne arrestò il fondatore, Roberto Fiesoli, per violenza sessuale. Non servì a nulla, il sistema di potere si mise in azione e questi venne scarcerato il 1° giugno 1979. Il giorno stesso della scarcerazione, il Tribunale dei Minori gli affidò – a lui accusato di stupro – un bambino con la sindrome di Down. Presidente del Tribunale dei Minori era Giampaolo Meucci, consulente del venerato sindaco di Firenze Giorgio La Pira e grande ammiratore della Cina maoista.
Fiesoli e Goffredi sarebbero poi stati condannati definitivamente nel 1985, per diversi capi d’imputazione fra cui corruzione di minorenne e sottrazione consensuale di minore, questo «dopo aver scardinato, ricorrendo a forme di convincimento ossessive, aggressive e umilianti, ogni preesistente valore e le figure parentali, in modo da renderli del tutto dipendenti da loro, costretti ad accettare e a praticare il regime di vita da loro imposto e caratterizzato da promiscuità assoluta tra persone della stesso sesso, pratica dell’omosessualità, messa a disposizione della cooperativa di ogni risorsa».
Ma incredibilmente, anche dopo la condanna, in quella fattoria finirono 58 minori. Perché Meucci ritenne che l’arresto e la condanna fossero in realtà una macchinazione architettata dai “fascisti”, e dunque continuò a considerare il Forteto una comunità «accogliente e idonea». Dichiara oggi l’ex funzionario Asl Marino Marunti: «Ci fu una presa di posizione di una certa parte culturale di Firenze che cominciò a dire: sì, la sentenza c’è stata, però è stato un errore perché ci sono state malelingue…». Malelinque fasciste of course.
 
CHI E’ IL FONDATORE DEL FORTETO? – Il suo nome è Rodolfo Fiesoli, 72 anni. Nuovamente arrestato il 20 dicembre del 2011 – si, era tornato libero – per presunti atti di pedofilia e zoofilia commessi all’interno della cooperativa agricola che ha legami con la Coop Toscana, fondata nel 1977 da lui e da Luigi Goffredi con una trentina di giovani frequentatori di una parrocchia pratese.
E alla comunità in cui il Profeta – così si fa chiamare Fiesoli – rappresentava il capo indiscusso, venivano anche affidati bambini e ragazzi, di quelli con un passato di disagio familiare e magari abusati sessualmente – formalmente, però, per aggirare la legislazione italiana, i magistrati ideologicamente schierati intestavano gli affidi a persone che nel Forteto vivevano, non alla struttura, incuranti e complici di quello che avveniva nella comune-lager che sarebbe stata l’orgoglio del marchese De Sade.
 
E secondo la commissione d’inchiesta che se ne occupa, il programma della comune finanziata dalla Regione Toscana era caratterizzato – fino al Dicembre 2011 – da «pratiche abusanti, l’abuso risulta essere la prassi», con «uomini e donne che vivono divisi: dormono, mangiano, lavorano separati anche se sposati» e «i rapporti eterosessuali chiaramente osteggiati» e «l’omosessualità non solo permessa ma incentivata, percorso obbligato verso quella che Fiesoli definiva “liberazione dalla materialità”». Sembra il programma del Pd.
L’obiettivo principale della setta finanziata dalla regione pare fosse “la distruzione della normalità”, e l’approdo ad una società distopica della confuzione sessuale. Basta leggere le testimonianze che raccontano gli abusi di Fiesoli sui ragazzini anche disabili e i rapporti sessuali imposti fra madri affidatarie e ragazzine a loro affidate e poi le stesse femmine adolescenti obbligate ad avere fra loro rapporti omosessuali, e affiancarle a un altro libro sul Forteto uscito sempre per il Mulino.
C’è anche la negazione dei rapporti di sangue, a favore di non-legami artificiosi – una sorte di Ius Soli familiare – con la vicenda della madre che allontana il figlio naturale nato quando lei era già in comunità, dal vero padre e il riconoscimento della paternità da parte del figlio di Fiesoli («Ho regalato mio figlio a una persona che non era suo padre»),
 
Racconti agghiaccianti – E ora ci sono le testimonianze a raccontare un «contesto scandito da lavoro, scuola, abusi, paura. Giorno dopo giorno i ragazzi vengono plagiati», con tanto di “confessioni” pubbliche di pensieri ritenuti sconvenienti, oltretutto rieducati a disprezzare i genitori biologici – e quelli affidatari in realtà lo erano solo formalmente. Il tutto all’interno di un ambiente in cui «qualunque comportamento, qualunque gesto, tutto viene ricondotto al sesso, alle fantasie sessuali», con i «minori che spesso divenivano o continuavano a essere prede». E ciò «col consenso non solo collettivo, ma anche dei genitori affidatari».
Di più: si racconta di «abusi sessuali sui ragazzi da parte dei genitori affidatari, siano essi uomini o donne, e di un atteggiamento compiacente nei confronti delle “strane” attenzioni del Fiesoli su ragazzi». Ed erano proprio i genitori affidatari a introdurre gli adolescenti nella stanza del Profeta, e se preso dall’imbarazzo il ragazzino veniva rimproverato, «…ma lasciati andare! Rodolfo fa così con tutti, è normale, ti leva questa materialità!».
 
Anche dopo la condanna del 1985: è del 1999 il primo libro sul Forteto edito dalle prestigiose edizioni del Mulino, “Universo simbolico, ethos, areté e regole di relazione nel mondo del Forteto».
E la rivista letteraria “Testimonianza” a pubblicare nel 2001 l’articolo “Le libere donne del Forteto”.
E nel 2003 il secondo libro del Mulino, “La strada stretta. Storia del Forteto”.
 
MA CHI ERANO I PROTETTORI? Nel febbraio 2010 il gruppo Pd al Senato presentava il libro dello stesso Fiesoli, «Una scuola per l’integrazione». E viste le attuali idee bersaniane dell’ora di omosessualità a scuola, non è da escludere che sia proprio il Fiesoli l’ideologo morale di questa iniziativa e il prossimo ministro dell’istruzione dopo averlo “amnistiato”. E chi organizzò quell’evento? La senatrice Vittoria Franco, quella tanto preoccupata per il “non fenomeno” del “femminicidio”.
E – parole della commissione d’inchiesta – dal Forteto sono passati Piero Fassino, Susanna Camusso, Rosi Bindi, Livia Turco, Antonio Di Pietro (che andò a parlare di pedofilia), Tina Anselmi, e poi giudici minorili, avvocati, medici. E la Carovana della Pace guidata da Alex Zanotelli – l’amico degli immigrati – che andò in visita nella struttura definendola il luogo dove «più famiglie alla luce del Vangelo vivono controcorrente». Si, forse il Vangelo secondo Zanotelli.
Ora la Regione Toscana si costituirà parte civile nel processo contro il “mostro democratico”, ma è tardi, dovevano pensarci trent’anni fa. O almeno, un paio d’anni fa.
E il presidente di Legacoop Toscana, a cui il Forteto è associata, si preoccupa dei suoi affari e del suo business, puntualizzando che «è giusto fare luce sui reati, ma bisogna difendere l’azienda agricola».
Naturalmente tutti gli amici del Fiesoli e della sua setta vorrebbero che questa storia fosse dimenticata, faremo in modo che se ne parli.
 
Il Forteto è solo in nuce quello molti vorrebbero divenisse un “esperimento globale”: omosessualità come norma. E la normalità degradata a ribellione.
di voxnews.info/ / 20/07/2013