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lunedì 30 maggio 2016

Contro BDS

haaretz.com
 

L'Italia porta enorme delegazione accademica in Israele Ariel David 30 mag 2016

In una mossa che i funzionari italiani dicono mira a contrastare le richieste di boicottaggio e le sanzioni contro Israele, ricercatori e studiosi italiani si incontreranno con i loro omologhi in Israele questa settimana per una serie di conferenze congiunte e altri eventi cooperative.
Una serie di 10 conferenze simultanee si terrà in tutta Israele tra il Martedì e Venerdì. Decine di ricercatori condivideranno le ultime scoperte in campi che vanno dalla robotica alla chirurgia plastica.

"E' uno sforzo senza precedenti per rispondere concretamente su una questione molto delicata," Francesco Talo, l'ambasciatore italiano in Israele, ha detto ad Haaretz. "Crediamo che la ricerca e le università devono essere liberi e aperti al dialogo e lo scambio."

Mentre il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni in Italia ha avuto meno successo che altrove in Occidente, è stato spinto per le università locali a tagliare i legami con le istituzioni israeliane.
All'inizio di quest'anno, circa 300 studiosi italiani hanno firmato una petizione che chiede alle università italiane di annullare accordi di cooperazione con Technion di Haifa e di altre università israeliane.

"Abbiamo pensato che la risposta migliore sarebbe stata l'azione: fare concretamente esattamente il contrario di ciò che alcune persone ci chiedono di fare e portare un numero significativo di ricercatori italiani e accademici in Israele", ha detto Talo ad Haaretz in un'intervista telefonica Domenica. "Ognuno è libero di dire quello che vole, ma noi risponderemo con le azioni."

Roma ha spesso espresso la sua opposizione alla campagna BDS. Durante una visita in Israele l'anno scorso, il primo ministro italiano Matteo Renzi ha detto in un discorso alla Knesset che chiunque boicottaggi Israele "sta boicottando se stesso" e "tradisce il proprio futuro."

I nuovi trattamenti per le malattie cardiache
La delegazione in Israele sarà la più grande mai portata dall'Italia, tra cui più di 60 ricercatori, così come i rappresentanti della Conferenza Italiana dei Rettori, che raccoglie i leader delle maggiori università italiane. Il gruppo sarà guidato dal ministro dell'Istruzione e della Scienza Stefania Giannini.
Le conferenze si concentrerà su diversi argomenti nel campo delle scienze e umane, tra cui i nuovi trattamenti per le malattie cardiache; l'uso della robotica per aiutare le persone anziane e disabili; i più recenti progressi in chirurgia plastica; la ricerca sulle cure per le malattie rare; bioetica, psicologia ed economia.
Le conferenze, la maggior parte dei quali si terrà a Tel Aviv, sono gratuiti e aperti al pubblico, anche se alcuni richiedono la registrazione.
Giovedi mattina, tutta la delegazione si riunirà al Peres Center for Peace di Tel Aviv, dove saranno firmati tre accordi di cooperazione nel campo della scienza dei materiali e biofisica tra università italiane e israeliane.
Gli eventi hanno lo scopo di coincidere con la giornata nazionale d'Italia, che cade il Giovedi e sarà contrassegnato con altre celebrazioni, tra cui la presentazione in Israele della recente traduzione italiana del Talmud e un festival di danza popolare italiana a Tel Aviv.

mercoledì 25 maggio 2016

Rabbi Shimon Bar-Yochai (Rashbi)

Nel secondo secolo dell’Era Volgare venne conferita, ad un singolo uomo, tutta la conoscenza spirituale che i Kabbalisti avevano accumulato nei 3000 anni che precedettero  quest’epoca. Rabbi Shimon Bar-Yochai (Rashbi) mise tutto per iscritto,  e poi nascose questi testi, dato che l’umanità non era ancora pronta a riceverli. Oggi noi siamo pronti per la rivelazione de Il Libro dello Zohar.

Rabbi Shimon Bar-Yochai (Rashbi), autore de Il Libro dello Zohar (Il Libro dello Splendore) fu un Tana (un grande saggio nei primi secoli dell’Era Volgare). Egli fu anche studente di Rabbi Akiva. Il nome di Rashbi è legato a numerose leggende, ed egli è più volte menzionato  nel Talmud e nella Midrash, i testi sacri ebraici della sua epoca. Il Rashbi visse a Sidon ed a Meron, ed istituì un seminario nella Galilea Occidentale.

Rashbi nacque e crebbe in Galilea (una regione montuosa nell’attuale nord dell’Israele). Anche quand’era ancora un bambino,  non fu mai come i bambini della sua età. Domande come: “Qual è lo scopo della mia vita?”, “Chi sono?”, e “Come è costruito il mondo?” lo tormentavano, richiedendo una risposta.

In quei giorni, la vita in Galilea era molto dura: i romani perseguitavano gli ebrei e promulgavano continuamente nuove leggi per rendere miserabili le loro vite. Tra queste leggi esisteva un decreto che proibiva agli ebrei di studiare la Torah (a quell’epoca sinonimo di Kabbalah).

Nonostante la proibizione dei romani, Rashbi si immerse nello studio della  Kabbalah e cercò di capirne il  significato più oscuro. Egli percepì che sotto le storie bibliche risiedeva un significato profondo e nascosto, che conservava le risposte alle sue persistenti domande.

Gradualmente, Rabbi Shimon arrivò a capire che doveva trovare un insegnante che avesse già percorso la strada spirituale ed acquisito l’esperienza, una persona che avrebbe potuto guidare gli altri nell’ascesa della scala spirituale. Egli decise allora di unirsi al gruppo del più grande Kabbalista dell’epoca: Rabbi Akiva, una decisione questa che segnò la svolta nella sua vita.

Studiare con Rabbi Akiva

Rabbi Shimon fu uno studente avido e devoto, ardente di desiderio nello scoprire la Forza Superiore. Ben presto fu uno dei migliori studenti di Rabbi Akiva. Egli studiò col suo maestro per 13 anni e raggiunse i livelli più alti della scala spirituale.

La rivolta di Bar-Kokheva pose fine, improvvisamente, ai grandi giorni del seminario di Rabbi Akiva. Quasi tutti i suoi 24.000 studenti morirono di peste o nelle battaglie feroci contro i romani. Sopravvissero solo 5 dei 24.000 studenti, e Rashbi era uno di loro.

Rashbi fu uno dei leader nella rivolta di Bar-Kokheva contro la legge romana nella terra di Israele. La sua resistenza divenne anche più cruenta e dura quando egli apprese in che modo venne giustiziato il suo insegnante Rabbi Akiva. 

Il Talmud racconta che in una delle occasioni in cui Rashbi si espresse contro la legge romana, un altro ebreo lo ascoltò e mise in allerta le autorità romane. Di conseguenza Rashbi fu giudicato in latitanza e fu condannato a morte. L’imperatore romano mandò degli uomini a cercarlo, ma con loro disappunto Rashbi sembrava essere svanito nel nulla.

La Grotta a Piqiin

La leggenda narra che Rashbi e suo figlio fuggirono in Galilea, si nascosero nella grotta di Piqiin, un villaggio nel Nord d’Israele, e rimasero lì per 13 anni. Durante il soggiorno in quella grotta, essi scavarono nei segreti della saggezza celata. I  loro sforzi ebbero successo, ed essi arrivarono a  scoprire l’intero sistema della Creazione.

Dopo 13 anni passati in quella grotta, Rashbi venne a sapere che l’imperatore romano era morto. Egli poteva finalmente tirare un sospiro di sollievo. Dopo aver lasciato quella grotta, Rashbi radunò nove studenti e con loro si recò in una piccola grotta a Meron, conosciuta come l’Idra Rabba (La Grande Assemblea). Con il loro aiuto, egli scrisse Il Libro dello Zohar, il libro più importante della Kabbalah.

Il Baal HaSulam descrisse Rashbi ed i suoi studenti come gli unici capaci di raggiungere la perfezione, i 125 livelli spirituali che completano la correzione dell’anima. Quando completò il suo commento de “Il Libro dello Zohar”, il Baal HaSulam diede un pranzo per festeggiare la fine del proprio lavoro.  Durante quella celebrazione egli affermò che: “(…) prima dei giorni del Messiah era impossibile che venissero assegnati tutti i 125 livelli….eccezion fatta per Rashbi ed i suoi contemporanei, cioè gli autori de Il Libro dello Zohar. Ad essi furono assegnati tutti i 125 livelli nella loro integrità, anche se vissero prima dei giorni del Messiah.

Ecco perché,  spesso troviamo nello Zohar, che non ci sarà una generazione simile a quella di Rashbi, fino alla generazione del Re Messiah. Questo è il motivo per cui la sua composizione fece una così grande impressione nel mondo, dato che i segreti della Torah occupano il livello di tutti i 125 gradini. Questo spiega anche perché nello Zohar è detto che Il Libro dello Zohar non sarà rivelato che alla fine dei giorni, cioè nei giorni del Messiah”.

L’Idra Rabba (La Grande Assemblea) ed Il Libro dello Zohar

L’Idra Rabba è una grotta situata nel Nord d’Israele, tra Meron e Zephath. Rashbi portò lì i suoi studenti, e lì scrisse Il Libro dello Zohar. Noi persone comuni  troviamo impossibile comprendere quanto grande fu realmente Rabbi Shimon Bar-Yochai. Egli appartiene, come sostiene il Baal HaSulam, alla più alta Luce Interiore. Questo è il motivo per cui era solito avvalersi dell’aiuto di Rabbi Abba per mettere per iscritto le sue parole. Ne Il Libro dello Zohar, Rashbi dice ai suoi studenti: “Vi organizzo come segue: Rabbi Abba scriverà,  Rabbi Elazar, mio figlio, studierà oralmente, ed il resto degli amici converserà nei propri cuori” (Zohar, Haazinu).

Immagine presso l'ingresso della grotta segreta di Rashbi, che indica
il suo nome - L'Assemblea  - e i nomi dei membri del suo gruppo.

Il Libro dello Zohar fu scritto nel secondo secolo della nostra era, non molto tempo dopo la rovina del Secondo Tempio, all’inizio dell’ultimo esilio della gente d’Israele dalla propria terra. Ma anche prima dell’esilio, Rashbi predicò che Il Libro dello Zohar sarebbe stato rivelato solo alla fine dell’esilio. Egli affermò che la sua rivelazione alle masse avrebbe simbolizzato la fine dell’esilio spirituale: “(…) solo con lo studio dello Zohar essi  usciranno, con la misericordia, dall’esilio.” (Zohar, Naso).

È anche scritto ne Il Libro dello Zohar che la sua saggezza sarebbe stata rivelata a tutti verso la fine dei seimila anni, che rappresenta il periodo assegnato per la correzione dell’umanità: “E quando sono vicini i giorni del Messiah, anche i bambini del mondo sono destinati a scoprire i segreti della saggezza,  a comprendere in essi i termini ed i programmi della redenzione, ed è in quel  tempo che sarà rivelata a tutti” (Zohar, VaYera)

I Segreti della Reincarnazione

Rashbi è l’incarnazione di un’unica anima, che coordina e connette la Forza Superiore ad ogni creazione. Quest’anima discende nel nostro mondo e si incarna nei patriarchi della Kabbalah. Questo è l’ordine di apparizione: Abramo, Mosè, Rabbi Shimon Bar-Yochai, l’Arì (Rabbi Isaac Luria), Rav Yehuda Ashlag (Baal HaSulam). Ogni reincarnazione di quest’anima innalza l’umanità ad un nuovo livello spirituale e lascia la propria impronta nei libri di Kabbalah, che serviranno alle generazioni future.

Un esempio di questo processo si può trovare nelle sezioni speciali de Lo Zohar chiamato Raia MeHeimna (Il pastore fedele). In queste parti, Rashbi parla dello stato di rivestimento dell’anima di Mosè. Un altro esempio di questo è il libro Shaar HaGilgulim (Il cancello delle Reincarnazioni) in cui Rashbi parla dello stato di rivestimento dell’anima dell’Arì.

Il Libro dello Zohar è indubbiamente unico, ed è una delle opere più rinomate del mondo. Da quando venne scritto, migliaia di storie sono state collegate allo Zohar, ed il libro è ancora oggi avvolto nel mistero. Il fascino intorno ad esso è così grande che, anche se milioni di persone lo leggono diligentemente, il libro è completamente incomprensibile per la nostra generazione, senza un’adeguata  interpretazione.

La Morte di Rashbi


Secondo la tradizione Rabbi Shimon Bar-Yochai morì, alla presenza dei suoi amici, durante Lag BaOmer (il 33° giorno del conto di Omer, che comincia il primo giorno di Pasqua) dell’anno 160 della nostra era, e venne seppellito a Meron. Con la sua morte, l’anima del grande Kabbalista completò il suo compito nel nostro mondo.

Rashbi raggiunse la sua destinazione.  Centinaia di migliaia di persone  visitano la sua tomba ogni anno, cercando di sentire un  poco di quella Luce che egli ha portato nel mondo. I più grandi Kabbalisti elogiano la sua opera  ed affermano ripetutamente che Il Libro dello Zohar è destinato a portare il mondo verso la redenzione.

Rav Kook, il primo Rabbino Capo d’Israele, scrive sullo Zohar (Ohr Yakar): “Quest’opera, chiamata Il Libro dello Zohar, è come l’Arca di Noè, in cui c’erano molte specie animali, ma quelle razze e famiglie non sarebbero potute esistere, se non entrando nell’arca… Perciò il giusto conoscerà il segreto della Luce di quest’opera per continuare, ed è in  virtù della composizione che, con l’immediato impegno, e con il desiderio per l’amore di Dio, sarà attirato come un magnete viene attirato dal ferro. Ed egli  avanzerà per salvare la propria anima, il proprio spirito e la propria correzione. Ed anche se egli è malvagio, non c’è alcun timore, egli entrerà”.

Noi stiamo vivendo in un periodo storico. L’anima di Rashbi sta completando la sua missione nella nostra generazione, e grazie a questo gigante spirituale, che è vissuto circa 2.000 anni fa, la Saggezza della Kabbalah sta emergendo in modo tale che tutti possiamo innalzarci verso una vita di eternità e perfezione.

http://www.kabbalah.it/cose-la-kabbalah/testi-autentici-e-lezioni/i-grandi-kabbalisti/rashbi.html

Moked - Lag BaOmer, intensità e gioia
Oggi ricorre Lag BaOmer, il trentatreesimo giorno dell’Omer (secondo la Ghematriah la lettera “lamed” [ל] vale 30 e la lettera “gimel” [ג] vale 3, pertanto le due lettere assieme fanno 33 [לג).

Un momento di festa che sarà festeggiato con intensità e gioia anche dai partecipanti al Moked primaverile, la convention organizzata dal dipartimento Educazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, in cui si interrompe il periodo semiluttuoso che va dal secondo giorno di Pesach e finisce con la festa di Shavuot. Durante i cinquanta giorni dell’Omer, infatti, si ricordano, oltre alle tante Comunità ebraiche che rimasero vittima delle crociate, le dodicimila coppie di allievi di Rabbi Akiva, che morirono per la diffusione di una pestilenza.

Secondo la tradizione talmudica, i discepoli del celebre maestro furono puniti da D-o perché “non agirono con rispetto l’uno dell’altro”. L’epidemia che li colpì, terminò proprio il giorno di Lag BaOmer che da allora divenne un giorno di festa e, come ha ricordato Rav Adolfo Locci nel suo editoriale su Hatikwa, rappresenta il simbolo della Ahavat Israel (amore per Israele), ovvero del rispetto del prossimo.
Durante Lag BaOmer cadono, dunque, le diverse proibizioni che caratterizzano il periodo dell’Omer: è permesso celebrare matrimoni, radersi la barba o tagliarsi i capelli. Nel Medioevo questo giorno aveva assunto un significato particolare per gli allievi delle scuole rabbiniche, tanto da venire definito “Festa dello studioso”. Questa tradizione si è conservata fino ai giorni nostri, infatti in Israele, nei campus universitari, i giovani continuano a festeggiare questa ricorrenza come la “giornata dello studente”.

Oltre all’epidemia degli allievi di Rabbi Akiva, nel giorno di Lag BaOmer cade anche l’anniversario della scomparsa di Rabbì Shim‘on Bar Yochai, riconosciuto come l’autore di uno dei libri fondamentali della Kabbalah, lo Zohar. La sua tomba presso il villaggio di Meron, vicino città di Sofen, è diventato un luogo di pellegrinaggio e il 18 di Iyar viene riconosciuto come Yom Hillula, un giorno di celebrazioni gioiose e allegre. Molte persone infatti si raccolgono ogni anno a Meron per festeggiare con danze, canti ed accensioni di grandi falò il ricordo di Rabbì Shim‘on Bar Yochai. Alcuni portano i propri figli, al terzo anno di età, a rasarsi per la prima volta i capelli come segno di buon auspicio e fortuna.

Terzo avvenimento che si ricorda durante la festa di Lag BaOmer è la rivolta di Bar Kokba. Tra il 135 e il 132 e.v. Shimon Ben Kosiba, soprannominato Bar Kokba (figlio della stella), guidò l’insurrezione, inizialmente vittoriosa, di una parte del popolo di Israele contro i romani. La ribellione, di cui Rabbi Akiva fu il leader spirituale, fu poi sedata nel sangue. Bar Kokba, di cui si narrano le gesta eroiche, trovò la morte nella famosa fortezza di Betar (nome ripreso da Zeev Jabotinski nel 1923 quando creò il movimento giovanile sionista revisionista Betar), assediata per oltre un anno dalle legioni del generale Sesto Giulio Severo.
Tradizionalmente la rivolta di Bar Kokba viene ricordata con l’accensione di falò, in memoria dei fuochi di segnalazione accesi dai ribelli sulle montagne, mentre i bambini giocano con arco e frecce.

Daniel Reichel

http://moked.it/blog/2010/04/30/moked-lag-baomer-intensita-e-gioia/

lunedì 25 aprile 2016

Benjamin Rotschild e il sionismo

brano tratto dal libro di Josef Jossy Jonas


Sir Benjamin James Rotschild riceveva capi di stato e capitani di industria nel suo piccolo studio nel centro città, per quasi 12 ore al giorno. Era un uomo molto impegnato ed iniziava a ricevere alle 7.45.
L'appuntamento di quella mattina di novembre era un appuntamento importantissimo e fu concesso alle 7 in punto, ma non si presentarono principi o imprenditori bensì modesti contadini e qualche contabile; erano i sionisti, i pionieri che stavano bonficando Israele.

Saltarono i convenevoli e vennero al dunque.
Aaron Zuckerman il capo della delegazione aprì la cartina sulla scrivania di James Rotschild e, puntando il dito in una zona tra Tel Aviv e Haifa, disse semplicemente : "è qui".

Rotschild: “cosa?”

Rotschild: “Ho già dato tanti soldi per comprare Rishon!” (*)

Rotschild: "Gli arabi ci vendono le terre a prezzi dieci volte maggiori il loro valore perché sanno che a noi servono. Sono terre sabbiose, malariche ed incoltivabili, questa zona è assolutamente inutilizzabile; non butto altri soldi in imprese folli".

Aaron Zuckerman: "Signor Rotschild, le terre che gli Inglesi ci hanno date sono poche, non bastano. Dobbiamo coninuare a comprare dagli Arabi, le bonificheremo, ci pianteremo gli eucalipti e poi piano piano..."

Rotschild: "Piano piano cosa? Gli eucalipti non si mangiano. Ci vorranno decenni; non avete macchinari né sementi né attrezzature né forza lavoro, è un'impresa impossibile. NO no, la mia risposta è no."

Aaron Zuckerman rimase in piedi immobile come se non avesse sentito. No era una risposta che non poteva semplicemente accettare. Aveva negli occhi quella luce... quella luce che hanno i sognatori che non si arrendono mai, che vedono quello che non c'é ma sanno che ci sarà.

Zuckerman: “La prego Sir Rotschild, gli ebrei sono perseguitati in tutto il mondo e verrrano a rifugiarsi in Israele, ma dobbiamo far trovare loro terre e campi coltivabili, per ora è solo deserto… non avranno di che nutrirsi…”

Rotschild: “E allora? ho detto no; vi prego andate in pace ho mille impegni, faccio tanta beneficenza ma questo progetto è folle e assurdo. Andate in pace ora… beazhlaha'.
(Beazlaha' = in ebraico: che abbiate successo).

Usciti i Pionieri, Rotschild prese la sua tazza di te - la prima della giornata - e scostò la tenda per guardare la città da dietro la finestra. Vide il fumo delle ciminiere, la pioggia e la nebbia di novembre che sovrastava il tutto… il fango nella strada di una Parigi invernale e triste.

Poggiò la tazzina di scatto sul tavolo ed urlò alla segretaria di fermare i Zionisti prima che uscissero dall'edificio.

Aaron Zuckerman si ripresento immediatamente: "Eccoci signor Rotschild, che c'è?"

Rotschild: "Va bene …va bene; avrete i soldi… comprerò i terreni dagli Arabi ai loro prezzi gonfiati, non importa ma voglio una cosa, anzi due".

Zuckerman: "Prego".

Rotschild: "Voglio che costruiate una città, piccola ma bella, bellissima. Dovranno esserci giardini, piante, aiuole e tanti fiori… con tante panchine all'ombra che i vecchi possano riposare nei pomeriggi d'estate... dovrà sembrare un giardino... la dedicherete a mia moglie Chana.

I Sionisti si guardarono in faccia scettici: “Vede Signor Rotschild non è così facile né sicuro che riusciremo a..."

Rotschild li interruppe: "Poi voglio un'altra cittadina, piccola ma con attorno boschi con animali selvatici liberi e anche dei vigneti per farne il nostro buon vino ebreo e ci metterete i cavi della elettricità, il telefono e tutte le cose moderne possibili. Sarà dedicata alla memoria di mio padre Yaaqov" .

Aaron Zuckerman guardò il barone Rotschild senza riuscire a fermarlo... perché poi fermarlo?

In fondo, ora, vedeva negli occhi del barone quella stessa luce; quella luce che avevano i Sionisti, i sognatori folli. Far crescere frutta e fiori nel deserto? Un sogno, una follia niente di più.

Rotschild: “Allora Signor Zuckerman, se non credete nemmeno voi ai vostri sogni come potrò mai fidarmi di lei? Qual è la vostra risposta dunque?”

Zuckerman avrebbe voluto dire che sarebbero stati fortunati a coltivare qualcosa di commestibile ma senza grosse aspettative; che le richieste del suo interlocutore erano esagerate ed impossibili ma si trattenne dal farlo, sorrise e disse semplicemente:

“Signor Rotschild ...avrete le vostre due città, ve lo giuro sulla testa dei miei cinque figli”.

Che poi in fondo promettere non costa niente e tanto ci sarebbero voluti tanti di quegli anni, chissà se mai... chissà.

Pomodori e fiori nel deserto? Giardini? ... Ma su andiamo, siamo seri.

Però... però...

Però, se venite in Israele - e veniteci perché è un paese bellissimo - da Tel Aviv prendete la strada per Haifa in direzione nord. La numero 4.

Dopo un’ora e mezzo circa incontrerete una città giardino -Pardes Chana- (il giardino di Chana come la moglie del Barone Rotschild) con tanti fiori e case basse ad un piano, immerse nel verde, e le panchine nelle piazze all’ombra per dare refrigerio ai vecchi d’estate.

Andando avanti sulla stessa autostrada troverete una cittadina adagiata su due colline con un bel boschetto e delle vigne e con tanti bei viali alberati; ristorantini e boutique nelle stesse case coloniche utilizzate 100 anni fa per bonificare la zona. E i vigneti, che ancora oggi producno il vino ebreo...

Ziqron Yaqov si chiama la città ( Ziqron= Ricordo-memoria di Yaqov il padre di Sir Rotschild).

Ma aspettate, non è finita, in mezzo alle due cittadine ve ne è una terza: BENJAMINA, piccolina ma deliziosa. Non era prevista, e fu dedicata a Sir Benjamin James Rotschild che rese possibile tutto questo. Perché in fondo, quando ci vuole ci vuole.

Giardini laddove c’era il deserto. Questo fu il Sionismo: il sogno impossibile di chi non ha mai smesso di sognare.

Buon compleanno Israele e che tutti sappiano come sei nata.

(*)Rishon Le Zion  (rishon=primo), il primo apezzamento di terra comprata dai Zionisti in Israele


Nota mia: il 90% della bibliografia diffusa descrive i Rotschild come dei beceri dominatori occulti. Sarebbe ora di far conoscere la vera storia della nascita d'Israele, cominciando a divulgarla nelle scuole. Non si può SOLO parlare dell'olocausto (anche, ma non solo!) e per giunta una volta l'anno, usando poi sempre la stessa frase in quel singolo giorno ("mai più") e scordarla il giorno dopo.

25 aprile: tra i partigiani la Brigata Ebraica

Sapete dove è Piangipane?
Probabilmente no.
Piangipane è un piccolo comune nella provincia di Ravenna, nel cui cimitero sono sepolti decine di giovani che hanno combattuto per la liberazione d’Italia.
Quei giovani erano ebrei giunti volontari, a combattere il nemico nazista, dalla Terra d’Israele allora sotto mandato britannico e per questo inquadrati nell’esercito di sua maestà.

E sapete un’altra cosa? Quei giovani erano tutti volontari, non erano soldati di leva, non vivevano in un paese in guerra e decisero di venire in Europa, non comandati, rischiando le proprie vite – e in molti la persero – per liberare l’Europa, per liberare l’Italia, per liberare noi, per la nostra libertà e quella dei nostri figli. 

Sapete invece da chi era composta la 13° brigata SS?
Da altri giovani, anche essi organizzati e arruolati da un’uomo che veniva da Gerusalemme, e tale individuo era il Gran Muftì (zio di Yasser Arafat) - la massima autorità mussulmana locale – il quale volle che i mussulmani combattessero al fianco dei loro alleati naturali, i nazi–fascisti, e per questo chiese e ottenne da Hitler di poter creare un esercito di nazisti composta da mussulmani.
Sì, alleati naturali, perché il Gran Muftì odiava la democrazia, odiava l’Europa , odiava la libertà, odiava noi e odiava i nostri figli. 

Domani è il 25 aprile, la festa della liberazione dell’Italia, un giorno l’anno in cui possiamo fermarci – magari anche per soli cinque minuti – a ricordare chi è morto, chi si è sacrificato per la nostra libertà i tanti eroi più o meno noti che hanno dato la vita per il nostro futuro.

E’ ora la notizia folle, tragica, e vergognosa.
Gli eredi di chi è sepolto a Piangipane domani non potranno sfilare a Roma, nella capitale d’Italia, perché gli eredi della 13° brigata SS di sono impossessati – con molti complici nostrani – della sfilata per la libertà dell’Italia.
Domani le bandiere della Brigata Ebraica non saranno ben volute nel corteo della libertà del nostro paese. Ma sfileranno invece le bandiere palestinesi, del Gran Muftì alleato dei nazisti ieri, i cui figli ideologici sono animati dallo stesso odio antiebraico oggi, e sognano una Europa judenfrei. 

Infine la cosa più importante:
In mezzo ci siete voi, non so cosa fecero i vostri padri o i vostri nonni durante la seconda guerra mondiale, ma oggi voi non potete dire di non sapere.
Dovete decidere da che parte stare, se con la libertà o con il nazismo, con la Brigata Ebraica o con le SS; con noi ebrei o con i mussulmani; spero che scegliate noi, perché in caso contrario sareste complici del Gran Muftì e del suo alleato Hitler; dopo 70 anni non fate ancora finta di non vedere e di non sapere.

Miky Steindler “figlio” della Brigata Ebraica , liberatrice d’Italia.


(Il comandante generale delle SS naziste Heinrich Himmler e il Gran Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husayni, zio di Yasser Arafat e antesignano degli arabi palestinesi, creano la formazione di una divisione delle SS con volontari musulmani.)


al-Husayni con Hadolf Hitler
soldato arabo delle SS

 

il Gran Mufti incontra Hilmer



 
"L'antifascismo è elemento costitutivo e irrinunciabile della nostra società. Giusto tenere alta la guardia" (Matteo Renzi)

Concordiamo Signor Primo Ministro. Gusto tenere alta la guardia da coloro che vogliono stravolgere la Storia.

giovedì 21 aprile 2016

Venus Project

Il Venus Projet si presenta come modello di una nuova società futuristica globale dalla quale l'antico sistema monetario verrà sostituito da un'economia mondiale fondata sul libero accesso alle risorse. 

Essendo un progetto su scala mondiale, può essere realizzato soltanto se abbracciato da tutte le nazioni del mondo.



Il Venus Projet propone l'applicazione del metodo scientifico alla società e promuove la libertà umana dalla schiavitù del lavoro, ormai adempiuto da macchine e robot. La gestione della società è affidata all'intelligenza artificiale di sofisticati computer.

All'interno del nostro progetto Kabbaland, vogliamo applicare alcune delle linee-base del Venus Project.


Recentemente è stato tradotto in italiano il libro scritto dal fondatore Jacque Fresco, DESIGNING THE FUTURE ed è possibile scaricarlo gratuitamente a questo link qui sotto:


©Shazarahel. Tutti i diritti riservati. Ogni riproduzione dei testi presenti nel sito è consentita a patto di citarne l'autore e la fonte http://kabbaland.com

lunedì 1 febbraio 2016

Boicotta Techniom

Boicotta chi? Lettera a 168 accademici.
nota di Gabriele Levy

Cari amici, ieri è apparsa sul web una nuova campagna di boicottaggio contro il Technion, il Politecnico di Haifa (Israele), campagna che è stata firmata da 168 docenti e ricercatori accademici italiani. La campagna è dotata di un appello dove vengono spiegate le motivazioni del boicottaggio. Il mio problema è che comincio a non capire una cosa: chi dobbiamo boicottare? Dalla TV ho appreso nei mesi scorsi che bisogna segnalare e boicottare i prodotti israeliani provenienti dai territori occupati, mentre per le strade della mia città vedo manifesti che invitano a boicottare Israele in generale. Ora un gruppo di 168 accademici ci dice che dobbiamo boicottare il Technion.
Comincio a sentire un pò di confusione.
Ecco, vorrei dire a questi 168 accademici che prima di dare un giudizio su qualcosa, è bene che si informino su quella cosa. Lasciando da parte la millenaria disputa dei territori contesi o occupati, ed anche quella di chi c’era prima e cosa c’era dopo, vorrei raccontare ai 168 accademici che cosa è il Technion, oggetto del loro boicottaggio, visto che ho avuto il piacere di laurearmi al Technion in Ingegneria Informatica ed Ingegneria Gestionale, nei lontani anni ‘80.
Il Technion è un Istituto Tecnologico che comprende 18 facoltà di ingegneria e medicina, biologia ed architettura, fisica e chimica, in cui circa 1200 docenti insegnano a 13000 studenti materie tecnologiche e non solo. Nel Technion studiano studenti di tutte le etnie e le religioni, circa il 20% degli studenti è arabo, e naturalmente ci sono anche ebrei, buddhisti ed anche tanti atei. Questa è la fotografia del Technion oggi:


Il Technion di Haifa. Vista aerea.

Tra i vari palazzi di questa città-studi ci sono le facoltà universitarie, le case dello studente, le mense , le biblioteche la piscina, il campo da calcio e le sale informatiche.
Il Technion è stato fondato nel 1912, ma l’erogazione dei corsi è iniziata solo nel 1923.
Il primo rettore del Technion si chiamava Albert Einstein. Eccolo in ispezione al Technion nel 1925:


Albert Einstein al Technion. 1925

Nel 1962 al Technion apre la Facoltà di Informatica. Nel 1969 quella di Ingegneria Biomedicale. Nel ranking mondiale delle università tecniche, il Technion è posizionato al posto numero 29. Diversi sono i premi Nobel usciti da questa scuola. Migliaia sono le invenzioni ideate in questa scuola, e milioni sono i posti di lavoro creati da tecnologie nate in questa scuola.

Negli anni ‘80 frequentai il Technion per sei anni. In una delle costruzioni c’era un corridoio con tanti uffici con porte aperte e dentro due sedie e un tavolo. Il corridoio si chiamava “Incubator”, incubatore. Li nell’incubatore, chiunque si poteva presentare con una idea di business ed il sistema scuola gli dava una sede, un micro budget, un ricercatore di fondi (oggi si chiamano Seed Capital), uno o più persone di supporto per sviluppare l’idea. Se l’idea prendeva piede, l’ufficio si spostava in una zona industriale più o meno vicina, liberando così un micro ufficio per la prossima idea.

Se fate un giro per la zona industriale di Haifa, vedrete palazzi che si chiamano Google e Microsoft, Facebook e Intel, Yahoo e Waze. Mica noccioline... Oggi questa roba si chiama “startup economy”, ed è la cosa più rivoluzionaria che sia successa nella storia del pensiero economico dopo la definizione del plusvalore da parte di “Carletto” Marx. L’economia delle startup ha infatti dimostrato che lavoro e ricchezza si sviluppano la dove c’è innovazione e tecnologia, ricerca e sviluppo, diversità e disciplina organizzativa.

Può darsi che 168 accademici italiani vogliano boicottare il Technion, ma vorrei far notare loro una cosa: probabilmente ognuno di loro usa un computer o cellulare dove vi sono dentro decine se non centinaia di prodotti e algoritmi israeliani, magari realizzati proprio dal Technion e dai suoi laureati. Se comprate un prodotto in una farmacia italiana, avete il 10% di probabilità di comprare un prodotto israeliano, magari realizzato proprio dai tecnici usciti dal Technion. Se vai in ospedale, rischi che ti salvino la vita con un macchinario o un software israeliano, inventato proprio al Technion...

Negli ultimi anni le campagne di boicottaggio hanno fatto molti danni, soprattutto ai palestinesi, quelli che lavoravano nelle fabbriche boicottate. Ad esempio alcune settimane fa 90 famiglie palestinesi hanno perso il lavoro che li sosteneva, quando, grazie proprio al boicottaggio, la fabbrica israeliana Sodastream ha dovuto chiudere i battenti. Ora che volete boicottare il Technion, sappiate che anche li c’è gente di tutte le etnie e le religioni che non ha nessuna voglia di perdere il proprio posto di lavoro, per cui se ne strafrega altamente del vostro boicottaggio: un mese fa il Technion ha aperto una mega sede in Cina, e migliaia di cinesi ed altri asiatici vengono a imparare come si crea innovazione in Israele. E ben vengano anche gli accordi tra le migliori università italiane ed il Technion, e auguriamoci che i risultati della collaborazione tecnologica Italia-Israele diano presto importanti frutti che creino sviluppo e lavoro per i due popoli e per il mondo intero.

E mi chiedo però una sola cosa: voi 168 accademici, siete in Italia, che vista da Israele è un bellissimo posto, e da li a qui o da li alla Siria, più o meno è la stessa distanza. Io non so che cosa vi raccontano i media oltre al fatto che i soldati israeliani mangiano i bambini arabi, ma a pochi chilometri da qui, in Siria, sta succedendo da anni un massacro che non si allontana molto da un paio di mesi di Auschwitz. In Siria ci sono stati 300 mila morti e dieci milioni di profughi negli ultimi anni. Noi israeliani abbiamo costruito un ospedale da campo al confine siriano, dove 1653 siriani feriti sono sinora venuti a farsi curare. Inoltre vi sono nel paese organizzazioni umanitarie che collaborano alacramente con i nuovi campi profughi che sono sorti, ad esempio, in Giordania e diamo anche una mano con team paramedicali sull’isola di Lesvos.

Voi 168 accademici italiani, che cosa state facendo di realmente operativo per aiutare la tragedia umanitaria che si sta svolgendo in quel luogo che era chiamato “Siria”?

Avete boicottato Assad, che ha fatto gettare barili riempiti di dinamite sui condomini dei propri concittadini a Damasco?

Avete protestato per le strade di Milano quando l’ISIS ha massacrato migliaia di Yazidi e Cristiani?

Avete manifestato contro i bombardamenti turchi che stanno uccidendo centinaia di curdi?

Vi state muovendo contro l’impiccagione di centinaia di gay all’anno in Iran? 

No, non vi state muovendo, voi vi svegliate solo quando si può accusare Israele o gli Stati Uniti. Avete lasciato il terreno libero a Salvini. Quando vedo Salvini protestare contro l’impiccagione dei gay, mi rendo conto che in Italia la destra si è presa il ruolo della sinistra... Come se protestare contro gli Ayatollah fosse “di destra”: Salvini quando dice NO alla Shariya, è più di sinistra di chi non la vuol veder arrivare. Protestare contro l’integralismo islamico non è di destra, ma è una azione di sinistra: l’integralismo islamico, la Shariya, è la più depravata, fascista, nazista, totalitaria e pericolosa legislazione diffusa al mondo. E protestare contro il fascismo non è di destra. La Shariya è di destra, non Salvini o Geert Wilders.

Allora, cari 168 accademici, vi auguro solo che i vostri nomi non diventino famosi come quelli degli “scienziati” italiani che firmarono il “Manifesto della razza” nel lontano 1938...

giovedì 21 gennaio 2016

Forse è perché siamo ebrei?

Che sia in un negozio hypercacher di Parigi, in un pub di Tel Aviv o in un insediamento in Cisgiordania, c’è sempre qualcuno là fuori che vuole ucciderti
 
di Marc Goldberg
Marc Goldberg, autore di questo articolo
l'autore di questo articolo
Devo confessare che provo un singolare sentimento, di fronte alla (scarsa) reazione suscitata nel mondo dall’assassinio di Dafna Meir. Non sono offeso. Non sono neanche sorpreso. Sono combattuto. Combattuto tra arrendermi del tutto e ammettere che sì, evidentemente questo è proprio il destino che ci tocca nella vita, oppure sostenere che è tutta colpa dell’occupazione. Combattuto tra sostenere che non importa dove viviamo, non importa se la nostra casa si trova al di qua o al di là di un linea immaginaria disegnata nella sabbia, oppure sostenere esattamente il contrario.

Dafna era una persona di gran cuore. Non occorre averla conosciuta per capirlo. Madre di quattro figli e madre adottiva di altri due, per di più infermiera. Una donna vissuta per aiutare gli altri e morta lottando strenuamente con l’aggressore per difendere i suoi figli. La sua unica colpa era essere ebrea.
Dunque no, non sono offeso e non sono neanche sorpreso. Dafna non è stata certo la prima di noi a cadere in questo modo, e non sarà l’ultima. Il giorno dopo il suo omicidio, non molto lontano da lì una donna incinta è stata ferita in un altro attacco al coltello. Il suo delitto? E chi lo sa? Posto sbagliato nel momento sbagliato? Indirizzo sbagliato? Solo un paio di settimane fa un uomo ha aperto il fuoco nel centro di Tel Aviv. Qual era stato il delitto commesso da quei morti e feriti? Indirizzo sbagliato? Religione sbagliata? Posto sbagliato nel momento sbagliato?

Dafna Meir e il marito Natan
Dafna Meir e il marito Natan
No, non sono offeso e nemmeno sorpreso. Sono combattuto. Questa non mi sembra una nuova intifada, quanto piuttosto una nuova normalità. Non credo (come suggerisce il governo) che l’Autorità Palestinese sia in qualche modo responsabile di tutto questo. Credo invece che tutto questo non sia altro che una manifestazione dell’odio che il palestinese della strada prova verso l’israeliano della strada. Un odio evidente sin da prima che esistesse uno stato d’Israele. E così sono combattuto: è a causa di Israele che gli ebrei vengono uccisi in questo modo, oppure è Israele che è nato perché gli ebrei vengono uccisi in questo modo? Prima che ci fosse uno stato d’Israele, gli ebrei venivano uccisi come adesso. Solo che allora vigeva l’impunità: nella zona di residenza coatta zarista, nei ghetti d’Europa, in Medio Oriente. Non avevamo un esercito e un’aviazione, non avevamo sofisticati sottomarini e scaltri servizi di spionaggio. Non avevamo una bandiera con una stella di Davide in bella evidenza. Mentre scrivo queste parole, dei soldati ebrei sono in giro nella notte alla ricerca dell’assassino di Dafna, alla ricerca di un po’ di giustizia in un mondo che non ne conosce molta. Andranno di casa in casa, i servizi di sicurezza interpelleranno i loro informatori, i controlli ai posti di blocco saranno ancora più meticolosi. Lo scoveremo e verrà preso. Vivo o morto.
Ma non cambierà nulla. Siamo ebrei ed è così che viviamo. Che sia in un negozio Hypercacher di Parigi, in un pub di Tel Aviv, in una sede Chabad a Mumbai o in un insediamento in Cisgiordania, c’è sempre qualcuno là fuori che vuole ucciderti. E se desiderano la tua morte più di quanto desiderino la loro vita, allora hanno buone probabilità di riuscirci.


“Coloro che l'hanno uccisa e celebrano la sua uccisione, commettono un errore enorme”

Settantatré anni fa, nel 1943, era in corso la prima rivolta nell’Europa occupata dai nazisti. Non venne dai milioni di prigionieri russi, né dalle forze della resistenza sostenute dagli inglesi. Venne dai giovani ebrei del ghetto di Varsavia affamati, malridotti, brutalizzati. Militarmente parlando i loro successi furono minimi. Vennero sconfitti non appena i nazisti fecero affluire forze sufficienti. Ma non è questo il punto. Il punto è che, mentre c’erano uomini addestrati alla guerra fermi nei campi e nelle città in giro per l’Europa, fu un gruppo di ebrei traumatizzati e morti di fame quello che indicò la strada da seguire. Fu quella nostra determinazione e quello spirito combattivo che accese il primo fascio di luce in un mondo di tenebre.
Ora siamo un popolo libero che vive nella sua terra. I nostri nemici possono uccidere alcuni di noi, ma non ci possono distruggere. Possono provocarci immenso dolore, ma non ci possono sconfiggere.

Dafna è morta e non ci sarà mai più un’altra come lei. E io non sono offeso, e nemmeno sorpreso. Sono stoico, sono ebreo. La mia determinazione non vacilla, il mio sionismo è intatto, così come il mio impegno verso la mia gente. Dafna è morta e non ci sarà mai più. Ma coloro che l’hanno uccisa e celebrano la sua uccisione commettono un errore enorme. Guardo mia moglie e mia figlia e mi chiedo se un giorno toccherà a loro, che sia in una gastronomia kasher a Londra o in un pub a Tel Aviv. O forse saranno loro in lutto per me. Ma poi mi viene in mente qualcos’altro. Mi viene in mente che io sono parte di un grande popolo, del popolo di Israele. Sono un ebreo. Oltre ad avere nemici, ho fratelli e sorelle e amici in tutto il mondo che farebbero di tutto per aiutarmi. Mi viene in mente che i miei padri hanno saputo sopravvivere e sconfiggere nemici e tiranni. E non sono più combattuto. I nostri nemici pensano che siamo deboli perché litighiamo e discutiamo. Ma io so che è proprio perché siamo capaci di litigare e discutere e poi volerci ancora bene, che siamo forti. E non sono più combattuto. Sono fiero. Fiero di Dafna e della vita che ha vissuto. Fiero di essere ebreo. Fiero dei nostri risultati e del paese che abbiamo creato. Dafna è morta, ma ‘Am Israel chai, il popolo d’Israele vive e continuerà a vivere e a prosperare. E’ così che le renderemo omaggio.

(Da: Times of Israel, 19.1.16)

letto su: http://www.israele.net/forse-e-perche-siamo-ebrei

mercoledì 20 gennaio 2016

In quanto Donna, in quanto Ebrea

L'Egitto revoca la cittadinanza ad una donna, ebrea (a sua insaputa), perché si è arruolata all'IDF dopo essere stata brutalmente cacciata via dal paese natio. L'Egitto, per l'appunto!


Nata (e cresciuta) come Rouleen Abdullah ad Alessandria d'Egitto, Dina Ovadia non sapeva nemmeno di essere ebrea fino all'età di 15 anni.

Il primo ministro egiziano Sherif Ismail ha deciso di revocare la cittadinanza egiziana a Dina di 22 anni, perché quando si è dovuta trasferire in Israele non per libera scelta, si è poi arruolata all'IDF.
 
"Il mio nome era Rouleen Abdullah, e sono andata in una scuola musulmana", ha raccontato.
"Quando avevo 15 anni, è accaduto un episodio che ha trasformato la mia vita. Ero a casa con mia madre e i miei fratelli, e tutto ad un tratto dei teppisti barbuti hanno fatto irruzione nel nostro appartamento. Er
ano salafiti, musulmani radicali. Hanno sparato in aria e ci hanno avvertiti di lasciare immediatamente l'Egitto. In tutto il trambusto li ho sentiti chiamare il nostro appartamento 'Bayt al-Yahud' (casa di ebrei in arabo) e non capivo di cosa stessero parlando. Solo dopo essere usciti da casa nostra, mio nonno ci ha detto che eravamo ebrei. E' stato difficile per me comprendere questo, perché a scuola ci hanno insegnato ad odiare gli ebrei."

La famiglia ha lasciato l'Egitto in fretta e ha trovato una casa a Gerusalemme.
Ovadia si è quindi arruolata nell'esercito israeliano ed ha servito in un'unità dell'IDF.

In un video che ha girato, ha raccontato la sua storia.

"Il mio sogno più grande è quello di visitare l'Egitto e indossare l'uniforme raccontando la mia verità su Israele, e dichiarare: Io sono ebrea, e sono fiera di esserlo".

Il video di Ovadia ha causato indignazione al Cairo, e il suo culmine è arrivato lunedì, quando il noto personaggio televisivo Ahmed Moussa ha attaccato "il paese degli assassini sionisti", e ha rivelato che il primo ministro egiziano ha deciso di revocare la cittadinanza di Ovadia.

"Questa è la prima volta nella storia che una donna egiziana serve nell'esercito di occupazione", ha detto Moussa.

"E' scioccante, è un colpo basso, ma io non voglio abbassarmi al loro livello", ha detto lunedì Dina. "Per quanto mi riguarda, dovreb
bero sapere che sono prima di tutto un'Ebrea orgogliosa e un'israeliana, e solo dopo un'egiziana."

martedì 29 dicembre 2015

“L’antisionista” Comizzoli vuole boicottare l’antisionista (ma ebrea ed israeliana) Noa


Samantha Comizzoli è un’attivista italiana che combatte per i diritti dei palestinesi che sarebbero messi a repentaglio dai “sionisti”.
Noa è una cantante ebrea israeliana, non tanto amata in patria per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti di Israele. Ha contestato apertamente il premier Netanyahu, prendendo persino le difese del leader dell’ANP, Abu Mazen, che ella definisce “moderato”.
Cosa dovrebbe ancora fare Noa per non essere definita “sionista”? Probabilmente smettere di essere ebrea ed israeliana, perché le sue posizioni sono tutto fuorché “sioniste”.
Quando un’attivista “anti-sionista” parla di una cantante israeliana, ebrea ed anti-sionista, ci si aspetterebbero parole al miele. Invece i risultati sono sorprendenti.

samanta comizzoli

Secondo Samantha Comizzoli, il concerto di Noa a Ravenna sarebbe “merda sionista”, probabilmente anche per la partecipazione dell’odiato scrittore Erri de Luca che peraltro ha recentemente rivisto e rinnegato le sue posizioni filo-israeliane.
Appare piuttosto evidente che Samantha Comizzoli non conosca Noa e non sappia di chi parli. Chiede al Movimento BDS di “farsi sentire” e invita tutti a scrivere al sindaco di Ravenna per convincerlo ad annullare l’evento. Altrimenti, lei vomita.
Non conosce, Samantha Comizzoli, eppure scrive. Ma voler boicottare un concerto per il semplice motivo che la cantante è ebrea ed israeliana non è più antisionismo, ma antisemitismo.
Come i suoi colleghi spagnoli del Movimento BDS che volevano boicottare “Israele e Noa”, Samantha Comizzoli giudica la cantante sulla base di semplici pregiudizi: è israeliana ed ebrea, quindi sionista.
Definirsi “antisionisti ma non antisemiti”, dopo appelli come questo, risulterà sempre più difficile.



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Nata a Tel Aviv da una famiglia di ebrei yemeniti costretti a fuggire dal loro paese a causa dell'ostilità seguente alla proclamazione dello stato d'Israele, a due anni si trasferisce con la famiglia a New York, dove il padre, docente universitario, aveva ottenuto un incarico.
All'età di 17 anni, a seguito di una profonda crisi d'identità («non ero bianca e non ero nera» ricorda «chi era Achinoam Nini?») decide di fare ritorno in Israele, dove presta servizio militare obbligatorio per due anni. In seguito, Noa ricorderà spesso lo smarrimento di quel periodo: «ero sola, in mezzo a ragazze che parlavano un ebraico che non capivo, si dormiva col fucile sotto il letto».
In Israele conosce il medico pediatra Asher Barak, da lei soprannominato "angelo dallo stetoscopio rosa", che in seguito sposerà. Dal matrimonio nascono tre figli: Ayehli, Enea e Yum.

Il 24 luglio 2014, Pompeo Benincasa, storico agente della cantante dal 1992, rilascia un comunicato stampa denunciando «l'inizio di un ostracismo in Italia che segue quello che Noa subisce da diversi anni in Israele, testimoniato anche dall'assenza totale di concerti di Noa nella sua terra a dispetto della sua fama internazionale e delle sue doti artistiche...» e lamentando la cancellazione del concerto fissato per il 27 ottobre 2014 al Teatro Manzoni di Milano, da parte dell'associazione Adei-Wizo-Donne Ebree d'Italia, in seguito alle recenti dichiarazioni di Noa in favore di una risoluzione del sanguinoso conflitto tra Israele e Palestina, nelle quali l'artista ha affermato di non condividere affatto l'operato di Netanyahu: «Il premier israeliano non sta lavorando per la pace. Dobbiamo cambiare le cose. Prego perché possiamo avere un governo nuovo che desidera la pace e spero che, se questo avverrà, in quel momento anche i palestinesi abbiano le stesse intenzioni mettendo fine così a quel triste tango che tiene in bilico la mia terra tra speranza e delusione...».

Due giorni prima, in una lettera aperta pubblicata sul suo blog, la cantante esprime tutto il suo sgomento riguardo alla difficilissima fase del conflitto attualmente in corso, attaccando «i sermoni dei rabbini Ginsburg e Lior, che parlano della morte romantica e dell'omicidio nel nome di Dio» nonché «le incredibili parole di razzismo scritte da alcuni miei connazionali, le urla di gioia quando i bambini palestinesi vengono uccisi, il disprezzo per la vita umana. (...) Il fatto che abbiamo la stessa fede religiosa e lo stesso passaporto per me non vuol dire nulla. Io non ho niente a che fare con certa gente. Allo stesso modo, anche gli estremisti dell'altra parte sono miei acerrimi nemici. Ma la loro ira non è soltanto diretta verso di me, ma anche verso i moderati della loro stessa società; il che fa di noi fratelli in armi! Proprio come esorto gli Arabi moderati, ovunque essi siano, a fare tutto ciò che è in loro potere per respingere l'estremismo, non ho alcuna intenzione di chiudere gli occhi dinanzi alle responsabilità nostre per il fallimento in atto...».La cantante ha poi continuato a criticare duramente la leadership di Netanyahu, accusandolo di aver fatto «ogni cosa in suo potere per reprimere ogni intervento di riconciliazione. Ha indebolito ed insultato Abu Mazen, leader della più moderata OLP, che ha più volte ribadito di essere interessato alla pace. Quando Abu Mazen ha fatto quelle dichiarazioni sull'olocausto, chiamandolo la più immane tragedia nella storia umana, lo hanno deriso e liquidato senza dargli peso. Non hanno rispettato gli accordi che essi stessi hanno firmato», e concludendo con un ennesimo appello alla riappacificazione: «Se ci rifiutiamo di riconoscere i diritti di entrambe le parti e di farci carico dei nostri obblighi, se ciascuno di noi rimane aggrappato alla propria versione, con disprezzo e sprezzo di quella dell'altro, se continuiamo a preferire le spade alle parole, se santifichiamo la terra e non le vite dei nostri figli, saremo presto tutti costretti a cercare una colonia sulla Luna, perché la nostra terra sarà così zuppa di sangue e così intasata di lapidi che non vi resterà più niente per vivere».
(wikipedia)