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venerdì 12 maggio 2017

Giorgiana Masi

Nulla di misterioso in quella morte

articolo di Rossella Marchini pubblicato Giovedì, 11 Maggio 2017 su DinamoPress


Il 12 maggio di 40 anni fa, veniva uccisa Giorgiana Masi. Un racconto-ricordo di chi in quelle piazze c'era. Contro i tentativi di revisionismo degli assassini in borghese, sponsorizzati da Repubblica. Alle 18 presidio e casserolata sul Ponte Garibaldi.

«Hanno sparato a una compagna. È successo sul ponte...a Trastevere». Così ho scoperto della morte di quella che poi, più tardi, avrei saputo chiamarsi Giorgiana. Giorgiana Masi.
Erano ore che in piccoli gruppi cercavamo di entrare in quelle piazze (piazza Navona, La Cancelleria, Campo dei Fiori), le nostre, quelle del movimento. Ci provavamo, ma con violenza ci veniva impedito. Noi quel giorno in piazza volevamo starci, volevamo essere a piazza Navona per partecipare alla festa organizzata dai radicali per l’anniversario del referendum sul divorzio.
Francesco Cossiga, il ministro degli interni democristiano, Kossiga l’americano, aveva vietato tutte le manifestazioni, dopo quella del 12 marzo dove, per ore quelle stesse strade erano state attraversate in lungo e largo da un corteo di 100 mila persone e dalla loro rabbia per un altro assassinio, quello di Francesco Lo Russo, lo studente bolognese di Lotta Continua colpito da una pallottola di un carabiniere.
Da subito non sono riuscita a entrare a piazza Navona. Non ci sono proprio arrivata. Era impossibile. Uno schieramento di blindati, non tecnologicamente sofisticato come gli attuali, ma ugualmente impenetrabile, bloccava tutte le vie di accesso alla piazza e ad ogni nostro tentativo di entrare partivano le cariche. 


Corse infinite, in mezzo al fumo dei lacrimogeni, per poi ritrovarsi in gruppo e ripartire. Iniziammo a sentire colpi di arma da fuoco, anche se a me, che non lo avevo capito, sembravano dei botti, che comunque mi terrorizzavano. Decidemmo con le compagne e i compagni che si erano uniti a noi di andare avanti, entrare in una piazza.
Quei ragazzi con la pistola in pugno, vestiti come i nostri compagni, li vedemmo subito. A piazza della Cancelleria, a corso Vittorio si muovevano con disinvoltura fra i blindati e gli agenti schierati.
Ma nessuno, tra noi, mostrò di avere paura e quando ci ripenso - perché a Giorgiana non abbiamo mai smesso di pensarci e alcune di noi, con quel nome, hanno voluto chiamare le proprie figlie, oggi meravigliose donne e nostre compagne - ricordo la paura, la corsa fra le vie del quartiere Rinascimento, il respiro che ti manca, mentre gli occhi bruciano. Non solo questo.
Rivedo le mie compagne, le gonne a fiori, gli zoccoli olandesi che portavamo tutte e con i quali riuscivamo persino a correre. Si, correvamo con il fiato in gola e “loro” dietro. Ci facevano paura, ma continuavamo. Per ore.
Ci ritrovammo dopo molto tempo rinchiuse a Campo dei Fiori, non si poteva uscire. Non so come riuscimmo ad ottenere l’apertura di una via per poter defluire verso Trastevere. Una trappola, fummo caricate su ponte Garibaldi. È lì che fu uccisa Giorgiana, dopo sette ore di scontri.
L’omicidio di Giorgiana Masi è stato definito un “mistero italiano”. Per noi non c’è stato mai nessun mistero. Come è morta Giorgiana lo sappiamo da quella sera in cui ci arrivò la notizia, alla fine di una giornata convulsa, violenta, drammatica.
Sconvolte e ammutolite per il dolore, fummo annichilite dalle prime dichiarazioni “ufficiali” che cercavano di addossare la responsabilità al “fuoco amico”. Si disse che all’interno del corteo c’erano uomini armati, ma non appartenevano alle forze dell’ordine.
Le immagini, allora non così numerose come avviene da Genova in poi, degli agenti in borghese che sparano, smentiranno il Questore che negava la loro presenza in piazza. Francesco Cossiga fu costretto a chiedere scusa in Parlamento per aver mentito, negandolo.
Le inchieste che seguirono a quell’omicidio non hanno mai fatto luce sugli avvenimenti. Dopo quattro anni, il caso è stato archiviato per mancanza di prove e gli autori dell’omicidio rimasti ignoti.


Oggi esce un libro che racconta la vita dell’agente in borghese ritratto nella foto che Tano D’Amico scattò quel giorno, il poliziotto Santone, quello con il borsello a tracolla, piegato davanti a una macchina. Lo stesso che pochi giorni fa, come anticipazione di un prossimo libro, su “la Repubblica” dichiara in un’intervista: «L’Espresso scrisse che eravamo infiltrati fra i manifestanti. Non era vero. Eravamo guardie di pubblica sicurezza e come tali non obbligati alla divisa».
«Ero un ragazzo che seguiva la moda».
«La borsa di Tolfa serviva per le sigarette, la carta igienica, i gettoni, il portafoglio».
«Cossiga fu il più grande Ministro degli Interni di sempre. Non sapeva niente dell’ordine pubblico di quel giorno».
Per noi che quel giorno eravamo insieme a Giorgiana e tanti e tante altre a rivendicare diritti e libertà di manifestare, per festeggiare una vittoria di tre anni prima, è insopportabile che si trasformi in una vittima chi fu protagonista, con molti altri, di quel massacro.
Erano anni meravigliosi, quelli. Gli anni di grandi battaglie, di grandi conquiste. Il movimento delle donne si riappropriava dello spazio pubblico e costruiva luoghi separati di discussione.
Da quel giorno, si iniziò a tessere un’altra narrazione, sulla “paura” che avrebbe da allora costretto i cittadini di Roma a non uscire di casa, fino a risorgere con l’estate romana di Renato Nicolini. Un’altra delle tante narrazioni tossiche ad accompagnare una strategia della tensione che sarebbe continuata con i tanti attentati alla democrazia che seguirono.
Quel giorno il movimento non ebbe paura ad essere nelle strade, né ad uscire di casa, né a sfidare le imposizioni di Cossiga.
Da allora sappiamo che nulla di misterioso è in quella morte.


venerdì 10 febbraio 2017

Michele: "Non posso passare il tempo a cercare di sopravvivere"

LA LETTERA DI MICHELE, SUICIDA A 30 ANNI CHE TUTTI DOVREMMO LEGGERE: DA QUI BISOGNA TROVARE LA FORZA DI NON MOLLARE

La denuncia dei genitori: "Nostro figlio ucciso dal precariato".

Con la seguente lettera, un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso, stanco del precariato professionale, e accusa chi ha tradito la sua generazione lasciandola senza prospettive.
La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto: «Di Michele - dice la madre - ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido, simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni».


"Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo.

Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità.
Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto."

Il commento seguente è di Enrico Galiano, uno stimato professore
di Pordenone (classe 77), insegnante di Lettere nella scuola media, scrittore, videomaker:

Volevo solo dirvi questo.

A voi, che avete quindici anni, o venti, e avete letto la lettera del ragazzo che si è tolto la vita.
Capire le ragioni per cui l'ha fatto, quelle vere, è impossibile.
Se lui è arrivato a tanto significa che la sua soglia di sopportazione era giunta al limite.
Il suo gesto chiede solo silenzio e rispetto.

Ma quelle parole, quelle parole no. Quelle parole non chiedono silenzio, ma una risposta.

Tutte, ma soprattutto queste: “Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”.

Voi, voi che siete qui, che siete vivi, ecco, non credete a quelle parole.
Non credete che ci sia qualcosa che vi è dovuto.
Purtroppo o per fortuna, nel mondo in cui siete capitati, le cose bisogna andare a prendersele, nessuno ti regala niente. Bisogna rischiare, mettersi in gioco, ritrovarsi la faccia nel fango così tante volte da dimenticarsi il colore della propria pelle.

Per i giovani poi, è tutto abbastanza uno schifo, lo so.
Ma non credete che qualcuno vi stia rubando il futuro. Non è così che funziona. Il futuro è qualcosa che ti rubano, sì, ma solo se tu li lasci fare.

Non credete che il dolore che provate sia una truffa, una promessa non mantenuta. La vita è anche dolore, è anche privazione, noia, fame, fallimento. Anzi, vi svelo un segreto: per la maggior parte delle volte è questa roba qui.
È noia e dolore come è estasi e gioia, vittoria ed esaltazione. Fa tutto parte del gioco, nessuna truffa.

Anzi, lasciatevelo dire: certi dolori sono una benedizione. Ti riallineano le percezioni, ti fanno capire di chi ti puoi fidare, e ti fanno vedere anche chi sei tu, chi sei tu per davvero.

Per cui a lui che non ce l'ha fatta, a chi gli voleva bene, un grande abbraccio. Ma a quelle parole c'è solo una cosa da dire, ed è: no.

giovedì 8 dicembre 2016

Post-referendum Costituzione

articolo di Matteo Mazzuca pubblicato su LetteraDonna

Intervista ad Anna Falcone, la vice-presidente del Comitato per il No, che ci ha spiegato le ragioni della sua opposizione al referendum. E su Renzi: «Dimissioni? Non mi sono piaciute». 
La foto del suo volto sorridente, mentre intorno a lei i sostenitori del No esultano per la vittoria al referendum, è arrivata anche sui quotidiani stranieri.
Anna Falcone, vicepresidente del Comitato per il No, la si riconosce subito: è la 44enne col pancione, incinta di una bambina che sta per arrivare. L’hanno definita come una pasionaria, come il volto pulito di quel fronte che accomunava opposizioni diverse per stili e obiettivi. La giurista, avvocata e attivista originaria di Cosenza, ad esempio, non aveva l’obiettivo di far cadere il governo, ma fermare una riforma che, tra le altre cose, è «nata come un testo blindato. Senza chiamare in causa né giuristi né cittadini», come ha spiegato a LetteraDonna. E, nella vittoria del No, Falcone vede la conferma della «sensibilità democratica» dell’elettorato italiano.

D: Ha vinto un No per la Costituzione o un No contro Renzi?
R: È stato sicuramente un voto per difendere la Costituzione e un modello democratico che è stato minacciato dalle politiche degli ultimi vent’anni. Non tanto e non solo nell’architettura costituzionale, ma soprattutto nella garanzia dei diritti. Lì è iniziato il primo attacco alla Costituzione, aderendo a dei modelli di riforma che hanno reso i cittadini più fragili.

D: Dunque non è stato un voto populista attratto unicamente dall’opportunità di mandare a casa il Presidente del Consiglio?
R: Le componenti del voto sono tante, ovviamente. Ma quando si raggiungono percentuali così alte, considerata la generale disaffezione alla politica, non si può che convenire sul fatto che si tratti di un voto pro-Costituzione. I cittadini italiani sono spesso molto più maturi e responsabili rispetto a tanti politici. E quindi vanno ascoltati.

D: La nostra Costituzione è perfetta così com’è?
R: Qualsiasi testo può essere migliorato. Le costituzioni, poi, sono documenti storici con una connotazione storica. Quando si tocca la Carta, lo si fa per un miglioramento, non per cambiare surrettiziamente la forma di governo e i rapporti di forza tra le istituzioni, e quindi anche tra queste ultime e i cittadini.

D: Lei come la cambierebbe?
R: Ognuno di noi singolarmente ha delle idee di modifica, ma quando si va a toccare la Costituzione in maniera così importante non lo si può fare solo perché da giuristi si è affezionati a un’idea. Lo si può fare solo coinvolgendo i cittadini, in un’ampia consultazione che non sia quella referendaria, ma che parta a monte. La domanda da porre è: quale tipo di democrazia volete per i prossimi decenni? È una questione di metodo. I tecnici possono solo suggerire degli aggiustamenti, ma sono i cittadini che devono decidere.

D: E la riforma che è stata bocciata dal referendum?
R: È nata come un testo blindato. Senza chiamare in causa né giuristi né cittadini. In altri Paesi, le proposte di riforma sono state pubblicate su Internet, in maniera che i cittadini potessero esprimere il loro parere e magari fare delle proposte. La vera modernità non sta nelle turbo-costituzioni che prevedano processi legislativi fast and furious, ma nel capire che i cittadini chiedono l’evoluzione da un modello meramente rappresentativo a uno partecipativo, che non sia plebiscitario o ‘partecipato’ per ovazione.

D: L’Italia è pronta a un simile cambiamento?
R: La partecipazione è l’evoluzione del modello democratico, ed è normale che sia così quando raggiungono un livello tale di sensibilità democratiche che non si può fare a meno di ascoltarli. Il nostro modello rappresentativo è stato adottato quando la maggior parte della popolazione era analfabeta. Oggi la situazione è completamente diversa, tutti hanno una sensibilità democratica.

D: In questo senso, il Comitato per il No ha intenzione di portare avanti qualche controproposta, o comunque discuterne?
R: Stiamo pensando a una data per convocare una riunione dei comitati territoriali, e proprio nel rispetto dei principi democratici decideremo insieme. Noi comunque non siamo un partito politico. Siamo un gruppo di cittadini che chiedeva rispetto per lo spirito della Costituzione, partendo piuttosto da un suo rilancio.

D: A proposito di ‘cittadini’. È uno dei termini più usati dal Movimento 5 Stelle. Durante la campagna, avete avuto contatti con le altre forze del No, Lega Nord inclusa?
R: Combattevamo la stessa battaglia e abbiamo fatto degli incontri insieme. Ma non c’è stato nemmeno il tempo di pensare a un coordinamento, solo una comunanza d’intenti. Coordinare i nostri 700 comitati territoriali, oltre 100 comitati studenteschi e 37 all’estero, era un lavoro già complesso.

D: Avete seguito strategie differenti?
R: Ci siamo concentrati sulle attività sul territorio e non sulle riunioni che si fanno tra le varie forze. Non essendo noi un partito politico, abbiamo seguito logiche diverse. L’unica cosa che ci interessava era informare i cittadini che quella che veniva presentata come una riforma moderna, rispondeva in realtà alla logica estremamente conservatrice dell’uomo solo al comando.

D: I toni della campagna referendaria spesso sono stati eccessivi: come giudica il comportamento del comitato di cui è vicepresidente? C’è stata qualche intemperanza di cui si pente?
R: Personalmente no. Abbiamo dovuto rispondere a molte provocazioni, ma sempre mantenendo un tono pacato. Il nostro intento era informare, non fare polemica con i nostri interlocutori.

D: C’è chi accusa i promotori del no di aver aperto le porte alle forze populiste. Che cosa risponde?
R: Renzi ha dovuto dare le dimissioni per sua scelta e volontà, dopo aver deciso di personalizzare il referendum. Noi non gliel’abbiamo chiesto. Anzi, abbiamo trovato irresponsabile questa strategia, così come il ricatto strisciante che voleva coaptare il voto con la minaccia dell’instabilità. Tant’è che la Borsa non è crollata e nemmeno i mercati internazionali sembrano particolarmente scossi.

D: Che cosa avrebbe dovuto fare, invece, il Presidente del Consiglio?
R: Renzi avrebbe potuto rispettare maggiormente la volontà popolare, sedersi a un tavolo dopo aver preso atto del No espresso dagli italiani e cercare di smussare gli aspetti della riforma che non sono in sintonia con i principi della Costituzione. Lui, invece, è addirittura arrivato a dire che adesso tocca al No trovare una soluzione. Ma noi non siamo il Governo, è il Governo che deve trovare soluzioni e assumersene le responsabilità.

D: Le dimissioni non le sono piaciute quindi.
R: Né le dimissioni né il discorso, tutto concentrato su se stesso e volto a dimostrare il più velocemente possibile che lui non è attaccato alla poltrona. Dire «Vedetevela voi» non è un comportamento da leader responsabile, ma la conferma di uno stile di governare che non è né moderno né maturo. L’occasione l’ha persa il governo.

D: Ha chiesto un dibattito pubblico con il ministro Boschi, che non è avvenuto. Ha avuto modo di sentirla in privato?
R: Abbiamo chiesto più volte un incontro con la Boschi, ma non abbiamo mai ricevuto risposta. Ed è grave che nessun esponente del governo abbia accettato il confronto con l’unico comitato civico, nonché il fronte più numeroso tra quelli del No.

D: Quali sono gli scenari che si aprono ora?
R: La palla passa alle forze politiche. Vedremo come vorranno giocarsi la partita e che cosa vorrà fare il Partito Democratico, se sarà disponibile a formare un nuovo governo. Inoltre occorrerà vigilare in questa fase sull’Italicum, che era uno dei punti deboli dell’assetto che andava a delinearsi.

D: La soluzione migliore secondo lei?
R: Auspico che ci sia un governo di persone responsabili che ascoltino i cittadini, affinché possano esprimersi democraticamente. E che, ripeto, metta mano all’Italicum, una legge con cui è difficile andare al voto. Ci vuole una legge che non sia né sub iudice né che violi l’uguaglianza e la libertà del voto. Come dice la Costituzione, la sovranità appartiene al popolo. Chi sa ascoltarlo vince, chi non sa ascoltarlo perde.

D: E il suo futuro?
R: La priorità è la mia bambina, che sta per nascere.

D: Molti sostengono che potrebbe buttarsi in politica. In passato ha aderito anche al progetto di Ingroia.
R: Rivoluzione civile era una lista di ispirazione civica. Un’esperienza che Ingroia ha scelto di capitanare alle elezioni, combattendo per gli stessi nostri valori. Io faccio l’apprendista costituzionalista, ho una carriera universitaria, faccio l’avvocato e mi occupo di diritto costituzionale. Tutte le mie esperienze hanno seguito questa direttrice.

D: Quindi continuerà a fare l’avvocato?
R: Sì, dedicando una parte del mio tempo a quelle battaglie civiche che hanno un connotato non partitico, ma politico nel senso che hanno una ricaduta sulle vite dei cittadini. Essere avvocato significa anche questo, ed è un’ottica che andrebbe riscoperta e maggiormente valorizzata. Perché la democrazia non è fatta di stagioni: la democrazia nasce dall’impegno costante di tutti. Solo dedicandoci tutti, ognuno secondo le proprie possibilità, alle battaglie sociali e civili potremo elevare il livello di democraticità.

FONTE: http://letteradonna.it/278268/anna-falcone-referendum-intervista/

mercoledì 15 giugno 2016

Giovani allo sbando

La sconvolgente lettera di una insegnante sassarese. Perché in Sardegna la vera emergenza è quella educativa

giovani_alcol
Chi può, vi prego, legga la lettera che l’insegnante Franca Puggioni ha inviato alla Nuova Sardegna e che il quotidiano ha pubblicato oggi nella pagina dei commenti. Non si trova on line per cui mi sono permesso di pubblicarla alla fine di questo post. Si parla del caso del ragazzo 19enne che a Sassari ha aggredito a sprangate la sua fidanzata. Ma si parla più in generale della drammatica situazione che riguarda i giovani sardi.

La storia di Simone mi ha ricordato quella del ragazzo di Nule accusato di essere l’omicida di Gianluca Monni, il giovane di Orune ucciso un anno alla fermata del pullman che lo avrebbe portato a scuola. Senza entrare nel merito di questa vicenda giudiziaria, le intercettazioni ambientali ci hanno restituito un profilo (fatto di attentati incendiari su commissione, di furti, di violenze domestiche più agite che subite, tutte cose a quanto pare note in paese) che sembra molto simile a quello del giovane sassarese.
In entrambi i casi, né la famiglia, né la comunità, né la scuola, né i servizi sociali, né le autorità sanitarie, né l’autorità giudiziaria, benché sapessero che la situazione era grave, sono riusciti a fermare la folle corsa di questi giovani verso la cazzata della loro vita.

In Sardegna c’è una gigantesca emergenza educativa che trova la sua manifestazione più grave nella dispersione scolastica, segnale di un disagio esistenziale di cui la lettera della Puggioni dà conto.
Ma le emergenze sono anche altre. La nostra è una delle regioni italiane che spende di più per i servizi sociali, però è chiaro che i servizi sociali da noi non funzionano o funzionano molto male. Il caso di Sassari lo dimostra senza tema di smentita.
In questo settore sembra di assistere a quello che il sociologo Robert Merton chiamava “ritualismo burocratico”: all’interno di una organizzazione ciascuno fa il suo compitino, non importa se poi si ottengono i risultati attesi, l’importante è che tutti i timbri siano a posto e che, soprattutto, nessuno sia responsabile fino in fondo dei (pessimi) risultati ottenuti.
Se tutta la società sarda non prende coscienza nel suo complesso della devastante emergenza educativa che la sta investendo (ben più grave di tutte le crisi che conosciamo e che finiscono sempre sui giornali, da quella dei trasporti a quella industriale), nessun intervento potrà mai essere efficace. La varie componenti della società sarda dovrebbero fare un patto, con l’obiettivo di orientare ogni nostra azione  ai giovani, alla loro crescita, al loro benessere. Invece questo non avviene.
Molto poi dipende anche da come la si racconta la realtà. Oggi il caso di Simone viene trattato dall’Unione Sarda in due pagine dedicate al femminicidio quando è evidente che con quel tema c’entra poco o nulla. C’entra invece il tema dei servizi sociali e sanitari che non funzionano, della scuola che non ha gli strumenti per accogliere le esistenze problematiche come quella di Simone, dei giovani allo sbando che nessuno riesce a salvare. Simone, da minorenne, aveva rubato l’auto del padre e schiantandosi a 160 all’ora aveva provocato la morte di una ragazza. E Puggioni racconta come la scuola non avesse avuto i fondi per fare seguire a Simone uno specifico corso di riabilitazione. Niente, non c’è stato niente da fare.
Qualcuno dia ai giornalisti nuovi schemi di interpretazione della realtà perché senza una analisi corretta non ci può essere una soluzione possibile. E lo schema della violenza uomo/donna non può essere riproposto sempre come l’unico possibile in grado di spiegare quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Se non altro, non in questo caso.

***

A Sassari qualche giorno fa un diciannovenne, Simone Niort, quasi uccide la fidanzata a sprangate. L’episodio è preceduto da una scenata in strada con minaccia di accoltellamento per un passante che cerca di interporsi. I carabinieri intervengono e nonostante la reazione scomposta del giovane, dopo avergli sequestrato il coltello lo rilasciano. Lui, nel pomeriggio, quindi amente fredda, si arma di spranga, va a casa della fidanzata e la massacra. È viva, malconcia, forse con qualche danno permanente ma insomma, se la caverà, speriamo.
L’episodio provoca la solita ondata di indignazione, pena richiesta di inasprimento delle pene, castrazioni, calci e schiaffi (gli stessi che Simone Niort ha riservato alla sua donna), pena di morte, invocazioni a ministre e istituzioni e così via. Lo dico subito, così togliamo di mezzo questo argomentò: la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi sociali mi fa orrore.
Simone Niort ha 19 anni, se anche gli dessero dieci anni di carcere e li scontasse tutti, uscirebbe di galera rafforzato nella sua visione violenta del mondo e avrebbe 29 anni e una vita davanti per fare danno.
Che fare dunque? Io non lo so.
Però conosco un mondo, quello degli adolescenti che provengono dai quartieri della nostra città, o dai paesi vicini, spesso da situazioni familiari di estremo degrado, nelle quali la violenza nelle relazioni padre/madre, genitori/figli è l’unica modalità conosciuta, che vivono nutriti di Tv e poco altro. Questi ragazzi consumano alcol, droghe di varia natura, praticano sesso senza grandi protezioni (il numero di gravidanze precoci è impressionante), vivono senza regole e spesso non tornano a casa per giorni senza che nessuno si preoccupi di loro, sono razzisti, omofobi, violenti.
E questo vale anche per le ragazze che vivono però nella speranza di essere la prescelta del bullo di turno. Qualcuna di loro offre soldi, per comprare il fumo, in cambio di un pomeriggio di sesso che credono, solo loro, amore. Qualcuna in discoteca si presta a rapporti orali in cambio di un drink e una pasticca. È una realtà nella quale l’idea di una relazione rispettosa, civile, matura è, semplicemente, una faccenda per alieni.
Questi ragazzi, dei nostri discorsi su educazione al rispetto, campagne antifemminicidio, dichiarazioni di ministre e assessore, non sanno nulla e nemmeno ne vogliono sapere. Per essere più esplicita penso che la lingua che parliamo, noi emancipate e colte, sia per loro una lingua straniera ed estranea.
Nel caso specifico Simone Niort aveva una storia personale e familiare che le forze dell’ordine, servizi sociali, scuola, quartiere conoscevano benissimo. È un ragazzo con disturbi patologici del comportamento, che non aveva nessun autocontrollo, viveva tra palestra e la strada e purtroppo aveva una folta schiera di ammiratrici tra ragazzine che hanno la sua stessa storia. Il sollievo di sapere che non fosse una mia alunna mi consola ma non mi alleggerisce dall’angoscia.
La famiglia di Simone, la scuola di Simone ha chiesto aiuto molte volte. La scuola aveva chiesto un sostegno per tutta la durata dell’orario scolastico e uno specifico percorso di “riabilitazione sociale alla convivenza”. Per questo intervento non c’erano soldi, nemmeno per un percorso ridotto alla metà dell’orario. È chiaro che l’esito inevitabile è stato la sua esclusione dal percorso scolastico.
Nessuno può immaginare di tenere in una prima classe un ragazzo che passa da momenti di tranquilla serenità a momenti di violenza incontrollata contro compagni e insegnanti. Quello che è certo che i segnali di pericolo c’erano tutti, in passato anche tragici segnali.
Penso però che se qualcosa vale la pena di fare, è quella di ripensare radicalmente le politiche sociali, ci sono luoghi nelle nostre città dove bisognerebbe entrare con strumenti nuovi, più efficaci, meno burocratici, penso ad affiancamenti alle famiglie, sostengo alle scuole, operatori di strada per i ragazzi. Invece, noi insegnanti, le madri e i padri, i ragazzi siamo soli, ci parliamo con difficoltà, e restiamo poi muti davanti al sangue. Muti e sgomenti.
Franca Puggioni
insegnante

fonte: VitoBiolchini 

lunedì 30 maggio 2016

Contro BDS

haaretz.com
 

L'Italia porta enorme delegazione accademica in Israele Ariel David 30 mag 2016

In una mossa che i funzionari italiani dicono mira a contrastare le richieste di boicottaggio e le sanzioni contro Israele, ricercatori e studiosi italiani si incontreranno con i loro omologhi in Israele questa settimana per una serie di conferenze congiunte e altri eventi cooperative.
Una serie di 10 conferenze simultanee si terrà in tutta Israele tra il Martedì e Venerdì. Decine di ricercatori condivideranno le ultime scoperte in campi che vanno dalla robotica alla chirurgia plastica.

"E' uno sforzo senza precedenti per rispondere concretamente su una questione molto delicata," Francesco Talo, l'ambasciatore italiano in Israele, ha detto ad Haaretz. "Crediamo che la ricerca e le università devono essere liberi e aperti al dialogo e lo scambio."

Mentre il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni in Italia ha avuto meno successo che altrove in Occidente, è stato spinto per le università locali a tagliare i legami con le istituzioni israeliane.
All'inizio di quest'anno, circa 300 studiosi italiani hanno firmato una petizione che chiede alle università italiane di annullare accordi di cooperazione con Technion di Haifa e di altre università israeliane.

"Abbiamo pensato che la risposta migliore sarebbe stata l'azione: fare concretamente esattamente il contrario di ciò che alcune persone ci chiedono di fare e portare un numero significativo di ricercatori italiani e accademici in Israele", ha detto Talo ad Haaretz in un'intervista telefonica Domenica. "Ognuno è libero di dire quello che vole, ma noi risponderemo con le azioni."

Roma ha spesso espresso la sua opposizione alla campagna BDS. Durante una visita in Israele l'anno scorso, il primo ministro italiano Matteo Renzi ha detto in un discorso alla Knesset che chiunque boicottaggi Israele "sta boicottando se stesso" e "tradisce il proprio futuro."

I nuovi trattamenti per le malattie cardiache
La delegazione in Israele sarà la più grande mai portata dall'Italia, tra cui più di 60 ricercatori, così come i rappresentanti della Conferenza Italiana dei Rettori, che raccoglie i leader delle maggiori università italiane. Il gruppo sarà guidato dal ministro dell'Istruzione e della Scienza Stefania Giannini.
Le conferenze si concentrerà su diversi argomenti nel campo delle scienze e umane, tra cui i nuovi trattamenti per le malattie cardiache; l'uso della robotica per aiutare le persone anziane e disabili; i più recenti progressi in chirurgia plastica; la ricerca sulle cure per le malattie rare; bioetica, psicologia ed economia.
Le conferenze, la maggior parte dei quali si terrà a Tel Aviv, sono gratuiti e aperti al pubblico, anche se alcuni richiedono la registrazione.
Giovedi mattina, tutta la delegazione si riunirà al Peres Center for Peace di Tel Aviv, dove saranno firmati tre accordi di cooperazione nel campo della scienza dei materiali e biofisica tra università italiane e israeliane.
Gli eventi hanno lo scopo di coincidere con la giornata nazionale d'Italia, che cade il Giovedi e sarà contrassegnato con altre celebrazioni, tra cui la presentazione in Israele della recente traduzione italiana del Talmud e un festival di danza popolare italiana a Tel Aviv.

lunedì 25 aprile 2016

25 aprile: tra i partigiani la Brigata Ebraica

Sapete dove è Piangipane?
Probabilmente no.
Piangipane è un piccolo comune nella provincia di Ravenna, nel cui cimitero sono sepolti decine di giovani che hanno combattuto per la liberazione d’Italia.
Quei giovani erano ebrei giunti volontari, a combattere il nemico nazista, dalla Terra d’Israele allora sotto mandato britannico e per questo inquadrati nell’esercito di sua maestà.

E sapete un’altra cosa? Quei giovani erano tutti volontari, non erano soldati di leva, non vivevano in un paese in guerra e decisero di venire in Europa, non comandati, rischiando le proprie vite – e in molti la persero – per liberare l’Europa, per liberare l’Italia, per liberare noi, per la nostra libertà e quella dei nostri figli. 

Sapete invece da chi era composta la 13° brigata SS?
Da altri giovani, anche essi organizzati e arruolati da un’uomo che veniva da Gerusalemme, e tale individuo era il Gran Muftì (zio di Yasser Arafat) - la massima autorità mussulmana locale – il quale volle che i mussulmani combattessero al fianco dei loro alleati naturali, i nazi–fascisti, e per questo chiese e ottenne da Hitler di poter creare un esercito di nazisti composta da mussulmani.
Sì, alleati naturali, perché il Gran Muftì odiava la democrazia, odiava l’Europa , odiava la libertà, odiava noi e odiava i nostri figli. 

Domani è il 25 aprile, la festa della liberazione dell’Italia, un giorno l’anno in cui possiamo fermarci – magari anche per soli cinque minuti – a ricordare chi è morto, chi si è sacrificato per la nostra libertà i tanti eroi più o meno noti che hanno dato la vita per il nostro futuro.

E’ ora la notizia folle, tragica, e vergognosa.
Gli eredi di chi è sepolto a Piangipane domani non potranno sfilare a Roma, nella capitale d’Italia, perché gli eredi della 13° brigata SS di sono impossessati – con molti complici nostrani – della sfilata per la libertà dell’Italia.
Domani le bandiere della Brigata Ebraica non saranno ben volute nel corteo della libertà del nostro paese. Ma sfileranno invece le bandiere palestinesi, del Gran Muftì alleato dei nazisti ieri, i cui figli ideologici sono animati dallo stesso odio antiebraico oggi, e sognano una Europa judenfrei. 

Infine la cosa più importante:
In mezzo ci siete voi, non so cosa fecero i vostri padri o i vostri nonni durante la seconda guerra mondiale, ma oggi voi non potete dire di non sapere.
Dovete decidere da che parte stare, se con la libertà o con il nazismo, con la Brigata Ebraica o con le SS; con noi ebrei o con i mussulmani; spero che scegliate noi, perché in caso contrario sareste complici del Gran Muftì e del suo alleato Hitler; dopo 70 anni non fate ancora finta di non vedere e di non sapere.

Miky Steindler “figlio” della Brigata Ebraica , liberatrice d’Italia.


(Il comandante generale delle SS naziste Heinrich Himmler e il Gran Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husayni, zio di Yasser Arafat e antesignano degli arabi palestinesi, creano la formazione di una divisione delle SS con volontari musulmani.)


al-Husayni con Hadolf Hitler
soldato arabo delle SS

 

il Gran Mufti incontra Hilmer



 
"L'antifascismo è elemento costitutivo e irrinunciabile della nostra società. Giusto tenere alta la guardia" (Matteo Renzi)

Concordiamo Signor Primo Ministro. Gusto tenere alta la guardia da coloro che vogliono stravolgere la Storia.

lunedì 14 marzo 2016

Ci sono prof. e Prof.

di Enrico Galiano


Ok, quello che sto per dire potrebbe costarmi qualche bella riga sulla carrozzeria.
Però è tipo una cosa che ho dentro da un po’. E poi, sinceramente, la mia macchina è talmente malmessa che non so se si vedrebbe la differenza.

Bene: uno, due, tre, via. 

Il punto è questo: ci sono in giro molti prof. che non dovrebbero fare i prof. Ecco, l’ho detto. 

Voi vorreste mai un pompiere che ha paura del fuoco, un chirurgo che sviene col sangue, un pilota di aereo che soffre di vertigini? Neanch’io.
Eppure ne ho visti diversi di quei chirurghi, di quei pompieri e di quei piloti. Solo che facevano gli insegnanti, se capite cosa voglio dire.
(Che poi, la frase giusta sarebbe: “ho visto cose che voi umani”). 

Ho visto prof. di lettere scrivere “Io c’è lo”.
Ho sentito insegnanti insultare pesantemente i propri alunni, apostrofandoli con termini come “handicappati” e “idioti”.
Ho visto una prof. continuare a scrivere impassibilmente
alla lavagna mentre dietro di lei i suoi alunni stavano passando alle mani.
Ho visto una professoressa non riuscire a tenere la propria classe e scappare via, di corsa, bussare a quella accanto implorando aiuto al collega (che ero io).
Ho visto professoresse piangere più volte davanti ai propri alunni per non riuscire a farli stare seduti.

Il massimo poi mi è successo a uno scrutinio: si doveva decidere se promuovere o bocciare un ragazzino di prima media. Si vota per alzata di mano e si è in parità. C’è confusione, però, così chiedo di rivotare, in silenzio. E lì non si è più in parità: una prof. aveva cambiato idea tra un voto e l’altro.
In realtà non aveva cambiato idea: alla prima votazione non aveva capito di chi si stava parlando.
In prima media: un’età in cui una bocciatura può cambiarti la vita per sempre. Era distratta.

Sì, certo, lo so che ci sono anche in giro moltissimi Prof. che fanno il proprio lavoro con serietà e spirito di sacrificio, che scendono in trincea ogni mattina, più in missione che al lavoro: ne ho conosciuti un sacco e ne conoscerò ancora. E sono la maggioranza, grazie a Dio. E in molti dicono: diamo più soldi a questi qui. Giusto.
Ma io credo che prima ancora di tutto questo, prima di sganciare cento euro in più al prof. bravo, bisognerebbe proprio rivedere i criteri con cui vengono reclutati, gli insegnanti, e quelli con cui si guadagnano punti in graduatoria: perché sono più i danni che può fare un prof. che non dovrebbe fare il prof., che i miracoli che possono fare gli altri.
Perché una cosa che quasi nessun insegnante ammette facilmente è questa: noi, fondamentalmente, nessuno ci controlla. Il massimo che fanno è vedere se siamo a posto con le scartoffie, con la burocrazia. Ma nessuno viene a vedere cosa combiniamo una volta chiusa quella porta.
Nessuno viene a vederci, e siamo liberi di fare dei danni incalcolabili.

Io voglio che qualcuno mi controlli.
Voglio che qualcuno entri in classe a vedere se faccio lezione o se perdo tempo.
Voglio che qualcuno mi sospenda dal servizio se chiamo “idiota” un mio alunno.
Voglio che qualcuno sia lì e mi impedisca di insegnare storia, se non so l’anno in cui è caduta Roma o chi era Giordano Bruno.
Voglio che ci sia in classe uno psicologo che si possa accorgere, se ho qualche disturbo che mi fa scappare via dalla classe e lasciarla incustodita quando non sono capace di tenerla.
Voglio che mi tolgano lo stipendio per un mese, se non sto attento a uno scrutinio e sbaglio a votare, facendo bocciare un ragazzo che magari poteva essere promosso.

Macché un mese: un anno. Se va bene.

Bene, sfogo fatto.
E adesso è meglio che inizi a parcheggiare lontano da scuola.

Eh si, ci son prof. e Prof. ma io 'sto qui lo stimo proprio tanto, valà!

lunedì 15 febbraio 2016

Cara ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati

pubblicato il 13/02/2016  by violapost
 
Il vizietto del governo Renzi (in questo caso della ministra Giannini) di rivendicare risultati anche quando non riconducibili direttamente a loro. Ma stavolta sono capitati male e la ricercatrice italiana Roberta D’Alessandro scrive alla ministra.

“Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia ERC (European Research Council) e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai.
E così, io, Francesco e l’altra collega, Arianna Betti (che ha appena ottenuto 2 milioni di euro anche lei, da un altro ente), in 2 mesi abbiamo ottenuto 6 milioni di euro di fondi, che useremo in Olanda. L’Italia ne può evidentemente fare a meno.
Prima del colloquio per le selezioni finali dell’ERC, ero in sala d’aspetto con altri 3 italiani. Nessuno di noi lavorava in Italia. Immagino che qualcuno di loro ce l’abbia fatta, e sia compreso nella sua “lettura personale” della statistica.
Abbia almeno il garbo di non unire, al danno, la beffa, e di non appropriarsi di risultati che italiani non sono. Proprio come noi.
Vada a chiedere alla vincitrice del concorso per linguistica informatica al Politecnico di Milano (con dottorato in estetica, mentre io lavoravo in Microsoft), quante grant ha ottenuto. Vada a chiedere alle due vincitrici del concorso in linguistica inglese, senza dottorato, alla Statale di Milano, quanti fondi hanno ottenuto. Vada a chiedere alla vincitrice del concorso di linguistica inglese, specializzata in tedesco, che vinceva il concorso all’Aquila (mentre io lo vincevo a Cambridge, la settimana dopo) quanti fondi ha ottenuto. 
Sono i fondi di queste persone che le permetto di contare, non i miei.”

mini
ministra

giovedì 21 gennaio 2016

Io non mi suicido


Giuseppe Baffigo

Io come Massimo Beretta non mi suicido.

Mi chiamo Giuseppe Baffigo, lavoratore autonomo, prima ancora marito di una donna splendida e padre di due altrettante splendide figlie, dichiaro apertamente di non riuscire più a pagare, con i miei incassi, tutte quelle tasse che lo Stato mi chiede.

Mi appello ai principi dello stato di necessità e della capacità contributiva proporzionale al proprio reddito, stabiliti rispettivamente dagli Art. 54 c.p. e 53 Cost. per legittimare il mio rifiuto categorico di continuare a contribuire, attraverso le tasse, alle spese per il mantenimento dei privilegi della classe politica che ci governa, vera protagonista di questa crisi economica.

Con le loro scelte hanno mantenuto uno Stato parassitario, e scaricato le proprie responsabilità verso le categorie più deboli, in particolare piccoli commercianti e artigiani.
Tassa dopo tassa ci hanno portato allo stremo e oltre, spesso inducendoci a pensare seriamente al suicidio. E questa è l’accusa maggiore che faccio ai nostri governanti: induzione al Suicidio.

In questi anni ho cercato di pagare le bollette, che sono quadruplicate, ho cercato di pagare le tasse comunque quadruplicate, ho cercato di mantenere in vita la mia attività portando al minimo i costi di gestione e riducendo le mie entrate, perché costretto ad abbassare i prezzi (nonostante l’Iva) per mantenere la clientela. Di conseguenza ribadisco apertamente di non poter più pagare ulteriori tasse: non sono un delinquente, non sono un ladro e non voglio essere un evasore, ma davanti a una politica che continua insensatamente a mantenere privilegi e costi sproporzionati, vergognosi e irrispettosi nei confronti di tutti i lavoratori di questo paese, inizio questa protesta economica appellandomi ai due sopracitati principi:

Art. 54 co.1 del Codice penale: stato di necessità.

Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. Il vertiginoso e incontrollato aumento delle tasse ha prodotto un danno grave e attuale alla mia famiglia mettendo in pericolo soprattutto il futuro mio e di mia moglie e nessun futuro per i figli/e. 

Art.53 co.1 della Costituzione italiana: tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

Io non incasso abbastanza per pagare tutte queste tasse e se non incasso abbastanza vuol dire che c’è qualcosa nei conti dello Stato che non funziona e quindi essendo cittadino italiano esigo che lo Stato si faccia garante della mia condizione familiare.

DIFFONDIAMO IN RETE, vediamo quanti altri sono portati a questa condizione.

domenica 27 dicembre 2015

Come ti smentisco le cazzate di Manlio di Stefano su Israele


Posto questo articolo principalmente per due motivi:
- il primo è che desidero averlo a portata di mano per rileggerlo tutte le volte che voglio in quanto lo considero fonte di informazioni reali;
- il secondo è perché mi sarebbe piaciuto rispondere così a Manlio (e a quanti come lui) che propende per la propaganda (e qui non ci voglio aggiungere nulla perché solo "propaganda" già mi fa infervorare considerato che è uguale a "manipolazione").
Mi ritengo ignorante in materia, anche se ho cercato d'informarmi per quanto possibile sulla storia d'Israele, sulla Palestina. Non è facile districarsi tra la propaganda, i fatti storici, le menzogne, le verità taciute. No, non è facile e quindi ben vengano articoli del genere per la mia sete di sapere!
Se leggerete questo post, vi suggerisco anche di andare a leggere i ricchi commenti che si trovano in fondo all'articolo pubblicato dall'autore sul suo blog: egleaph
Articolo di Emanuele Gargiulo
Sono Stanco, veramente stanco di ascoltare tutte le cazzate impregnate di odio contro Israele del deputato 5 Stelle Manlio Di Stefano.
Ho sempre confutato la sua falsa propaganda contro Israele sulla sua pagina, continuo a farlo, ma ho deciso di scrivere un articolo per confutare punto per punto il suo ultimo discorso contro Israele alla Camera durante la votazione sul riconoscimento della Pallestina.
La sua propaganda è quella spicciola falsa e ignorante della più bassa propaganda pro-pal(le).
Il “nostro” Manlio pentastellato, come ha lui stesso dichiarato è un autodidatta, avrà letto delle cose selezionate e ora si atteggia a paladino della giustizia internazionale, mostra di non capirci nulla, di essere in malafede e soprattutto senza delle vere basi culturali né di studio.
Io ho studiato 2 anni di Scienze internazionali e Diplomatiche per poi integrare questi esami nella laurea in Economia e finanza che ho ottenuto alla fine dei miei studi. Quindi mi permetto di scrivere su delle basi accademiche, di studio e di informazione.

Cominciamo:
Vorrei innanzitutto ricordare al nostro perito informatico che lo stato della Palestina non è mai esistito. L’ultima espressione di governo indipendente della regione fu il Regno di Giudea fino al 135 d.c. Dopo di che ci furono solo conquiste imperiali. A cominciare dai Romani che dominarono la regione. L’imperatore Adriano adottò la risoluzione di proibire agli ebrei di vivere a Gerusalemme. Fu lui a dare il nome alla regione “Syria-Palaestina”. I romani restarono fino al 326 per poi lasciarlo ai bizantini che dominarono la Siria fino al 638 d.c. quando fu conquistata dall’impero Arabo. Da allora ci furono guerre per il controllo della regione tra crociati e arabi, fino al 1260 quando l’impero mongolo conquistò tutta la Siria.
I mongoli la persero nel 1486 a vantaggio dell’Impero Ottomano che dominò la Syria fino al 1917 quando fu sconfitto nella prima guerra mondiale e Gerusalemme fu occupata dagli inglesi.
Non lo dico solo io che la Pallestina non è mai esistita lo dice anche un famoso leader arabo pallestinese Auni Abd Al Hadi, nato a Nablus nel 1889 e fu cittadino dell’impero ottomano.
Al Hadi dichiarò alla commissione Peel nel 1937 testuali parole: “ Non esiste un paese così [come la Palestina]…. Palestina è un termine che i sionisti hanno inventato…. Il nostro paese fu per secoli parte della Siria”.

1- Israele ruba le terre ai Palestinesi Di stefano dichiara che è semplice la storia: “Israele è nato perchè il democratico occidente gli ha donato la terra altrui”. Eppure dice di aver letto molto e di aver studiato… Ma dove? Su Topolino? Sul blog di Grullo? O dal professor Arrigoni buonanima? Poveraccio!
Secondo la versione del nostro perito informatico, il cattivo occidente ha tolto la terra ai palestinesi e l’ha data a questi perfidi sionisti. Ma Al Hadi ci ha appena detto che la Palestina non è mai esistita, quindi la terra non era dei “palestinesi”.
deserto palestineseMa vediamo come stanno veramente le cose e ahimé non sono così semplici come ce le disegna il nostro buon tempone a 5 stelle:
Marc Twain (che di certo non era un sionista) visitò la Terra Santa nel 1867 e scrisse di quel viaggio: “Un paese desolato il cui terreno è abbastanza ricco, ma è dedicato interamente alle erbacce … una distesa di silenzio luttuoso …. una desolazione …. Non abbiamo mai visto un essere umano su tutta la strada. … a mala pena un albero o arbusto. Anche l’ulivo e il cactus, amici di terreni secchi, avevano quasi disertato il paese. ”

In effetti erano pochi i centri abitati nella regione, per lo più beduini, drusi e arabi provenienti dall’Algeria in seguito all’invasione francese del 1830. Algerini invitati dall’impero ottomano per la politica di demografizzazione di quest’area desolata.
Tra il 1870 e il 1890, L’impero Ottomano accolse 350 mila profughi ebrei che scappavano dalle persecuzioni in Europa. I turchi erano molto tolleranti verso gli Ebrei.
La più grande immigrazione si è avuta durante il Mandato britannico di Palestina tra il 1922 ed il 1945. Gli storici e studiosi vari non sono unanimi sulle cifre degli immigrati soprattutto sull’immigrazione clandestina araba. Per quello che riguarda l’immigrazione legale, secondo i dati ufficiali, tra il 1920 e il 1945, immigrarono in zona 367 845 ebrei e 33 304 non-ebrei. Sia il rapporto della commissione Hope Simpson del 1930, sia quello della commissione Peel del 1937, confermano un aumento del benessere e della popolazione araba come conseguenza dell’immigrazione.

Non è possibile di stimare direttamente l’immigrazione araba illegale, ma a quanto pare c’era dell’ immigrazione. L’immigrazione clandestina, che non fu registrata e che non sarebbe stata registrata neanche nei dati definitivi della popolazione per 1945, e i dati sono stati stimati. Gli studiosi semplicemente non sanno quanti arabi ed ebrei c’erano in Palestina prima della dichiarazione dello stato di Israele. E ‘probabile che furono circa 200.000 immigrati arabi in Palestina.

Per quanto riguarda l’immigrazione ebraica, secondo lo storico Sanders gli insediamenti sionista avvenuti tra il 1880 e il 1948 non fecero dislocare e non espropriarono gli arabi residenti. Tutte le indicazioni mostrano che c’era una netta immigrazione araba in Palestina in questo periodo, e che la situazione economica degli arabi fosse migliorata enormemente sotto il mandato britannico rispetto ai paesi circostanti. L’analisi della popolazione da sotto-distretti dimostra che la popolazione araba è aumentata di più tra il 1931 e il 1948 nelle stesse aree dove c’erano grandi proporzioni di ebrei. Pertanto, l’immigrazione sionista non dislocò gli arabi.

Anche l’analisi di Finkelstein mostra che i maggiori incrementi di popolazione arabo-palestinese si sono verificati nei pressi dei centri di popolazione ebraica in Palestina, analisi che va contro la tesi pro-palestinesi che afferma che i sionisti avrebbero espropriato gli arabi.
Un leader di Hamas Fathi Hammad durante un’intervista alla televisione egiziana Al Hekma del 23 marzo 2012, dichiarò: “Noi tutti (Palestinesi) abbiamo radici arabe. E ogni palestinese, da Gaza e ovunque in Palestina, può provare le sue radici arabe, sia dall’Arabia Saudita, dallo Yemen o da ogni parte. Noi abbiamo legami di sangue. Personalmente metà della mia famiglia è egiziana. Più di 30 famiglie in Gaza hanno il cognome “Al Masri” (Egiziano). Metà dei palestinesi sono egiziani e l’altrà metà sono sauditi. Noi siamo egiziani, noi siamo arabi, noi siamo musulmani”.
Quanti grillini sono ancora svegli? Ci avete capito qualcosa fino ad adesso? Euhm!!!

al-Husayni-Bosnian-SSPer quanto riguarda i terreni arabi non ci fu nessun esproprio e a confermarlo fu proprio il leader arabo di Gerusalemme: Il gran Muftì di Gerusalemme, Amin Al Husseini (spiegherò in più in là chi era, ma potete già farvi un’idea: http://it.wikipedia.org/wiki/Amin_al-Husseini), fu convocato da Herbert Samuel e Lord Herbert Plumerche e dichiarò: “I sionisti non stanno espropriando gli arabi, ma ne stanno acquistando le terre pagandole da 3 a 5 volte in più il loro valore reale”.
Non dimentichiamo neanche che tra il 1947 e il 1967, 850 mila ebrei diventarono profughi perchè cacciati ed espulsi dai paesi arabi dall’Algeria, Libia, Egitto, Siria, Libano, Giordania e Iraq e trovarono rifugio nel neonato stato ebraico.

Ma la chicca ve l’ho lasciata per ultima… dove sono nati i leader palestinesi? Vediamo un po’:

Yasser Arafat, nato il 24 Agosto 1929 al Cairo, Egitto e ne era cittadino. A quanto ne so l’Egitto non è in Palestina, eppure Arafat si dichiarava rifugiato palestinese.
Mahmud az-Zahar. Nato nel 1945, al Cairo, Egitto.
Saeb Erekat, nato il 28 aprile 1955, in Giordania ed è cittadino Giordano.
Che dichiarò “Nel 1967 il giorno prima ero un cittadino giordano ed il giorno dopo la madifica dello statuto della OLP mi sono ritrovato rifugiato palestinese”.
Faisal Abdel Qader Al-Husseini, nato nel 1948 a Bagdad in Iraq.
Sari Nusseibeh, nato nel 1949 a Damasco, Siria

2 Le “Colonie” illegali:
Il nostro salvatore del mondo, Manlione Di Stefano dichiara: “[Israele] non accontentandosi del regalo ricevuto, ha occupato illegalmente altri territori palestinesi… costruzioni considerate illegali da ben 5 risoluzioni ONU”.
Il numero delle risoluzioni ONU violate da Israele varia da 5 a 73, ma non si è mai veramente capito quale fosse veramente il numero di queste risoluzioni, ma non lo sanno neanche i detrattori più agguerriti, figuriamoci se lo sa un pischello che gioca a Risiko come Manlio di Stefano.

SettlementsCi sono 2 risoluzioni della lega delle nazioni una del trattato di Sanremo del 1920 e quella del Trattato di pace di Versailles del 1920 che ha dato vita al mandato britannico di Palestina che definiva lo stato ebraico con i confini attuali più la Giudea e la Samaria. Votato e concordato tra Francia, Gran Bretagna, Italia e Impero Ottomano, quest ultimo, secondo il nostro Manlio è famosa potenza occidentale.
Ciò fu anche concordato con il trattato Faysal- Weizmann di Parigi del 1919. se Manlio non lo sapesse, Faysal era l’emiro arabo rappresentante dei musulmani che era a favore della nascita di uno stato ebraico in medio oriente.
La risoluzione dei due stati del 1947, bocciata dalla lega araba non ha più valore.
Riguardo alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU, esse non sono tutte uguali. Vi sono quelle approvate sulla base del Capitolo 6 della Carta delle Nazioni Unite e quelle sulla base del Capitolo 7.

Il Capitolo 6 si intitola “Composizione pacifica dei conflitti” e afferma (art. 33) che “le parti in causa in un conflitto […] dovranno innanzitutto cercare una soluzione […] con mezzi pacifici”. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 6 e’ come se dicesse agli Stati in guerra fra loro: “Dovete negoziare per comporre il conflitto e dovete farlo sulla base delle linee che vi indico”.

Il Capitolo 7, invece, si intitola “Azioni in caso di minacce alla pace, violazioni della pace e atti di aggressione”. Gli articoli di questo Capitolo conferiscono al Consiglio la responsabilita’ di individuare le minacce alla pace mondiale e gli danno facolta’ di varare risoluzioni con valore esecutivo e vincolante, autorizzando la comunita’ internazionale a ricorrere a varie forme di coercizione per ottenere la loro applicazione, dalle sanzioni fino all’uso della forza militare. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 7 e’ come se dicesse a uno Stato: “Il tuo comportamento mette in pericolo la pace del mondo: o ti adegui a quanto di dico di fare o interveniamo con la forza”.

Ora, come ricordava qualche mese fa anche l’Economist (10.10.02), “nessuna delle risoluzioni a proposito del conflitto arabo-israeliano e’ stata emanata ai sensi del Capitolo 7. Imponendo sanzioni anche militari contro l’Iraq, ma non contro Israele, l’Onu non fa che rispettare le sue stesse regole interne”.

La risoluzione 242 fu votata il 22 novembre 1967 dal Consiglio di sicurezza dell’ONU dopo la guerra dei sei giorni; è stata emanata sulla scorta del VI capitolo della Carta delle Nazioni Unite, relativo alla risoluzione pacifica di dispute, e come tale ha natura di raccomandazione ma non è vincolante.
La risoluzione 242 non contiene alcun accenno esplicito alla questione palestinese perché la vera “questione palestinese” è sorta successivamente, mentre fa esplicito riferimento questione dei rifugiati.

I principi enunciati dalla risoluzione 242 verranno poi riaffermati nella risoluzione 338 votata in seguito alla guerra del Kippur, ed hanno costituito il principale riferimento internazionale per il processo di pace israelo-palestinese, dagli anni 80 sino ai colloqui di Taba.
Le due risoluzioni enunciano che Israele deve poter ritirarsi dai territori, ma che è prerogativa un tracciamento di confini che garantiscano la sicurezza di Israele.
Il diplomatico Britannico Lord Caradon dichiarò: “La frase essenziale e mai abbastanza ricordata è che il ritiro deve avvenire su confini sicuri e riconosciuti. Non stava a noi decidere quali fossero esattamente questi confini. Conosco le linee del 1967 molto bene e so che non sono un confine soddisfacente”.

Di simile avviso fu l’allora presidente statunitense Johnson:
“Non siamo noi che dobbiamo dire dove le nazioni debbano tracciare linee di confine tra di loro tali da garantire a ciascuna la massima sicurezza possibile. È chiaro, comunque, che il ritorno alla situazione del 4 giugno 1967 non porterebbe alla pace. Devono esservi confini sicuri e riconosciuti. E questi confini devono essere concordati tra i paesi confinanti interessati. »

Perchè in queste risoluzioni ONU la Palestina non è menzionata? Semplice perchè fino al 1967 la Palestina della Cisgiordania non esisteva. Fu inventata dopo. Vediamo come:
 La OLP Nasceva nel 1964 e la Giudea e la Samaria erano sotto l’occupazione giordana. Lo scopo della OLP nel 1964 era di “liberare” il resto della Palestina sotto occupazione sionista, ossia l’attuale Israele, e di riunificarlo alla Giordania. Dopo il disastro della guerra dei Sei Giorni, che vide la perdita della Giudea e Samaria da parte della Giordania, la OLP cambiò i confini nello statuto e aggiunse anche quella che sarebbe diventata la Cisgiordania o West Bank. Infatti la bandiera palestinese è identica a quella della Giordania.
Vediamo altre risoluzioni violate da Israele prese sempre in base al capitolo 6 della carta delle nazioni Unite:
Le risoluzioni 1402 e 1403 (2002) chiedevano “alle truppe israeliane di ritirarsi dalle citta’ palestinesi”. Ma chiedevano anche e contemporaneamente “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, compresi tutti gli atti di terrore, provocazione, istigazione”. In sostanza il Consiglio di Sicurezza ribadiva che solo un cessate il fuoco “significativo” (meaningful, nel testo originale), cioe’ non a parole, unito a un ritiro israeliano dalle ultime posizioni rioccupate, avrebbe permesso la ripresa del negoziato di pace.
La risoluzione 1435 (2002) chiedeva a Israele “la fine immediatamente delle misure prese a Ramallah e dintorni” e “il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle citta’ palestinesi”. Ma e’ vero anche che essa ribadiva “la richiesta di una completa cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione istigazione”, e faceva “appello all’Autorita’ Palestinese affinche’ adempia al suo esplicito impegno di garantire che i responsabili di atti terroristici vengano da essa assicurati alla giustizia”.

Il perchè allora degli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria?
 Gli insediamenti si basano sulla risoluzione del 1920 di Sanremo e del trattato di pace di Versailles, ma considera e rispetta anche il diritto internazionale. Non essendocisovranità statale su quei territori (No la Palestina non è mai esistita) l’una cosa che potrebbe bloccare la costruzione di un nuovo insediamento è la proprietà privata, stabilita e definita nei trattati internazionali. Quindi Israele o costruisce u terreni di nessuno ossia no stato e no proprietà privata, oppure ne cquista dal proprietario le terre comprate con un prezzo superiore al valore reale.

acqua1 3 Le sostanze putrescenti
Manlione Di Stefano dichiara: “Questi miei occhi hanno visto camionette israeliane lanciare sostanze putrescenti dentro le cisterne d’acqua domestiche di famiglie inermi”.
Che Faccia vedere un filmato, delle foto, uno straccio di prova che confermi quello che dica. Uno “paladino della giustizia” avrebbe colto al balzo un’occasione ghiotta come questa… come non registrare il tutto?
Se non ha delle prove, spero che il deputato 5 stelle abbia almeno un ottimo avvocato, perchè se l’ambasciata israeliana decide di denunciarlo sai che dolori!!!
Comunque per la cronaca, le cisterne d’acqua domestiche nella regione sono tutte su torri, per sfruttare la gravità della caduta dell’acqua e sono chiusi. Per poter lanciargli qualcosa dentro prima bisognerebbe romperle, e poi ci vorrebbe un Michael Jordan per fare lanci da 3!

lines 19674 Armistizio del 1967 Manlio Di Stefano sgarra nuovamente con la storia e con la geografia politica “Per risolvere il conflitto, basterebbe riportarla alle logiche dell’armistizio del 1967, basterebbe imporre ad Israele di ritornare nei confini allora stabiliti”
Manlio ma che diavolo dici? Chi te le passa queste fesserie? Licenzialo!!!
Non esiste nessun armistizio del 1967! Perchè se ci fosse stato un armistizio, non avremmo i casini di oggi.. dai basta rifletterci sono 2 minuti su, ci può arrivare anche un perito informatico!!!
L’armistizio è del 1949 e la famosa linea verde è quella tracciata nel 1949. Poi ci sono state altre due guerre da quel momento 67 e 73. Quindi i confini vanno ridiscussi in base ai nuovi conflitti…. e secondo le regole dell’armistizio del 1949 la Giudea e Samaria dovrebbero essere integrate nello stato d’Israele.

5 Proposizione di pace della Lega Araba del 2002
Manlio DI Stefano dichiara “Il governo israeliano non ha nemmeno ancora risposto all’offerta di pace della lega araba del 2002”
FALSO… devo presumere che Manlione o non è informato o è in malafede… secondo me è la seconda!
Il piano di pace di Beirut nel 2002, poi rilanciato nel 2007 a Riad, prevedeva un ritoro completo dai territori della Cisgiordania inclusa Gerusalemme Est e l’insediamento di rifugiati palestinesi nei territori israeliani in rispetto della risoluzione ONU 194 del 1948 che la lega araba aveva respinto all’epoca e quindi non rispettato dalla contro parte araba del conflitto.

Al contrario di quello che ha dichiarato Di Stefano, il governo israeliano rispose alla proposta. A prescindere che la sinistra israeliana apprezzò la proposta. Ma l’allora primo ministro Ariel Sharon rigettò la proposta dichiarando “La proposta non può essere accettata perché va contro le risoluzioni ONU 242 e 338 che definiscono i negoziati”.
Ancora nel 2007, il governo, questa volta rappesentato da Benjamin Netaniahu rigettò l’offerta.
Nel 2009 il presidente Shimon Perez incoraggiò i trattati, perchè “È la prima volta che gli stati arabi vedono in Israele una controparte per negoziati”.

Se Mahmud Abbas accettò il piano e fece pressione al presidente Obama di adottare questa proposta, bisogna anche dire che Hamas dal suo canto, ha rigettato completamente la proposta della lega araba.
Ora qui non stiamo a giudicare se Israele abbia fatto bene o meno a rifiutare la proposta. Stiamo a smentire le balle di una persona in malafede che ha dichiarato che Israele non ha mai risposto. Manlio Di stefano sei un BUGIARDO SERIALE!!!
Però Manlio Di Stefano  non ha menzionato l’offerta di Pace del 2000 a Camp David del Primo Ministro israeliano Ehud Barak, che proponeva il 98% dei territori tranne Gerusalemme. E non ha detto che fu Arafat a rifiutare l’offerta. Facendo arrabbiare anche il presidente Clinton e la lega araba che spingevano Arafat ad accettare.

hamas isis6 HAMAS e ISIS Di Stefano dichiara che Hamas è un movimento di resistenza e he non ha nulla a che vedere con l’ISIS. “Se i due gruppi hanno progetti completamente diversi… L’ISIS vuole tornare a un dominio islamico puro, il califfato. Hamas nasce come movimento di libeazione nazionale. L’isis mira a spazzae via la Palestina e ogni altro stato per imporre il califfato, sono quindi in conflitto”.
‘O vero staje dicenno?
Innanzitutto secondo lo statuto di Hamas Parte 1 articolo 2, Hamas fa parte del gruppo Fratelli Musulmani, che hanno come scopo la restaurazione di un califfato in tutto il mondo arabo.
Non sto a menzionare l’articolo 7 e 9 della parte 2 che vogliono la cancellazione dello stato di Israele e lo sterminio di tutti gli ebrei. Ma voglio soffermarmi sull’articolo 13 della parte 3 dove Hamas dichiara: “La palestina è parte del Waqf Islamico” ecco cosa sta scritto letteralmente in questo articolo:
 “Questo è lo stato [della terra] nella Shari’a islamica, ed è simile a tutte le terre conquistate dall’Islam con la forza, e reso le terre così Waqf alla loro conquista, per tutte le generazioni di musulmani, fino al Giorno della Resurrezione. … il controllo della terra e la terra stessa dovrebbe essere dotata come Waqf [in perpetuo] per tutte le generazioni di musulmani, fino al Giorno della Resurrezione. La proprietà del terreno dai suoi proprietari è solo uno di usufrutto, e questo Waqf durerà finché il cielo e la terra dureranno”
 
Ora vediamo nei fatti: già qualche giorno fa Hamas ha minacciato l’Italia “Se intervenite in Libia la considereremo come una crociata e ne pagherete le consequenze”.

demonstrators-kashmir-hold-aloft-isis-palestine-flags-protest-against-israeli-bombings-westRicordiamo che Al Sisi il nuovo presidente dell’Egitto ha spodestato il vecchio presidente Mohamed Morsi, eletto democraticamente, del movimento Fratelli Musulmani, di cui Hamas fa parte. Dopo il colpo di stato, i miliziani fedeli ai Fratelli Musulmani, tra cui Ansar Bait al-Maqdis. Punto di forza del gruppo jihadista è la recente affiliazione allo Stato Islamico di una parte dei miliziani, rinominatisi Wilayat Sinai (Provincia del Sinai): i finanziamenti e il prestigio offerto dal “branding” dell’ISIS, uniti alle tattiche asimmetriche della guerriglia qaedista, hanno portato nel corso del 2014 e nei primi mesi del 2015 ad una drammatica escalation di violenza, per lo più diretta contro forze armate e di polizia, ma che non è escluso possa estendersi indiscriminatamente contro i civili.
Oltre che verso Wilayat Sinai, al-Sisi è dichiaratamente ostile nei confronti di Hamas, in quanto emanazione dei Fratelli Musulmani, e accusa il gruppo palestinese di dare rifugio ai terroristi attivi nel Sinai (ma slegati da Wilayat Sinai) e Jish al-Islam (Esercito dell’Islam), il cui leader ha stretti legami con Hamas, di fornire loro addestramento e armi.
La ramificazione della rete terroristica nel Sinai si è poi estesa oltre il confine israeliano, nella Strisica di Gaza, dove Wilyat Sinai ha fondato lo Stato Islamico a Gaza.
Israele teme anche che la le forze militari egiziane nella penisola del Sinai possano sforare il tetto dell’accordo di Camp David, in base al quale la presenza militare del Cairo nella penisola deve essere concordata con Tel Aviv. Per far fronte alla crescente instabilità dell’area, già nel 2011 l’Egitto, con il benestare di Israele, ha inviato 2500 uomini e 250 mezzi di trasporto blindati con l’operazione Aquila, la più imponente nel Sinai dal 1978. Sempre previa approvazione di Tel-Aviv.

Il 17 gennaio scorso Lo Shin Bet ha arretato 7 persone tra Haifa e Nazareth colpevoli di voler creare una cellula dell’ISIS in Israele. Tra i 7 arrestati c’è anche un avvocato che si è dichiarato “Comandante dell’Isis in Palestina”.
Vorrei ricordare che dal 1947 al 1967 La Cisgiordania e Gaza erano occupate rispettivamente da Giordania e Egitto. In questo periodo non ci fu nessun movimento nazionalista palestinese se non quello creato nel 1964 da Arafat per distruggere Israele e riconqustare la Palestina e riunificarla alla Giordania.
Non esiste nella mentalità araba un nazionalismo territoriale. Esiste invece uno spirito religioso che prevede l’istallazione di un califfato e della Shari’a.
Se Hamas controlla Gaza oggi, non è solo grazie alle elezioni (che ha controllato), ma anche grazie ad una guerra civile contro Al Fatah di un anno tra il 2006 e il 2007 che ha causato a Gaza più di 1000 morti tra cui centinaia di bambini.

jewishrefugees7 I sionisti e gli ebrei Di stefano dichiara “La scusa sionista è sempre quella di dover proteggere gli ebrei del mondo”. Caro  pentastellato non è una scusa è una realtà.
Tra il 1947 e il 1967 Israele ha accolto 850 mila ebrei che scappavano perseguitati negli stati arabi dove avevano vissuto per molti secoli.
Se solo ci fosse stato di già Israele come stato negli anni 30, come sarebbe dovuto essere, se si fosse rispettato in pieno la risoluzione della lega delle nazioni che lo prevedeva. Forse i morti della Shoah sarebbero stati molti di meno.
Prima del 1948, c’erano poco più di un milione di ebrei in nord Africa e Medio oriente e fuori dalle aree che divennero Israele, compresi i 40.000 in Cisgiordania e Gaza. Il numero totale è dimezzato negli anni successivi alla guerra del 1948 e poi ridotto di circa 100.000 a seguito del conflitto del 1967. I  40 mila ebrei della Cisgiordania dovettero scappare quando la Giorania occupò quei territori. Prima erano rifugiati, ora che tornano nelle loro case sono coloni illeali.
La popolazione ebraica nei paesi musulmani è sceso ulteriormente negli anni successivi e nel 2007 è stato pari a solo 15.000 a 35.000. La maggior parte di coloro che sono rimasti risiede in Iran. Così circa un milione di ebrei divennero profughi a causa delle azioni di Medio Oriente e paesi del Nord Africa.
Quando i due esodi di profughi sono confrontati, si può concludere con un alto grado di probabilità che il numero di profughi ebrei era circa il 50 per cento superiore a quello dei profughi palestinesi.

Genocidio-en-Ruanda8 Genocidio Manlio Di Stefano Dichiara ancora: “Il genocidio nasce dal silenzio”.
Di Stefano sei una persona scorretta e in malafede.
Non sto a criticare i sopravvissuti della Shoah. Quello che hanno vissuto li rendono incriticabili. Le loro parole sono il frutto delle atrocità che hanno vissuto e quindi anche se devo darmi pizzicotti sulla pancia, non posso attaccarli né criticarli. Qualunque cosa dicano, anche se manco di obiettività, hanno ragione sempre. Ma vediamo cosa è veramente il genocidio: Genocidio- sm. Termine coniato nel 1944 che dermina un massacro costante di popolazioni, o etnie religiose volto alla completa distruzione o riduzione drastica del numero dei suoi individui .
Genocidio degli Armeni in Anatolia: Popolazione armena nel 1914 1’750’000; dopo il genocidio nel 1922 la popolazione si riduse a 280’000
Genocidio degli ebrei in Europa: Popolazione ebraica in Europa nel 1938 9’500’000. Popolazione ebraica dopo il genocidio nel 1946 3’450’000.
Genocidio dei Tutzi in Rwanda. Popolazione Tutzi in 1994 1’500’000. Popolazione nel 1995 400’000
Genocidio a Gaza: popolazione araba a Gaza nel 1970 340’000, nel 1980: 460’000; nel 1990: 650’000, nel 2000: 1’130’000 nel 2010: 1’600’000, nel 2014 1’840’000
Quello di Gaza è un genocidio strano, invece di ridursi il numero della popolazione, aumenta a dismisura…. Manlio tu che sei un esperto internazionale me lo spieghi questo fenomeno strano?

anti-israel9 Antisemitismo e Antisionismo
L’ho lasciata per ultimo questa. Manlio di Stefano Dichiara: “noi rivendichiamo il sacrosanto diritto di criticare le scelte del governo di Israele senza sentirci antisemiti”.
Permettetemi, ma non sono d’accordo con questa affermazione. Nel suo discorso ha dichiarato “Terra rubata ad altri”, “colonizzazione di altra terra rubata”.
Poi ha elencato una serie di bugie: “i liquidi putrescenti”, “la non risposta di Israele alla proposta di pace del 2002”. “La violazione delle risoluzioni ONU”, “Difende un’organizzazione terrorista, Hamas, che prevede la distruzione di Israele e lo sterminio degli ebrei.
Voglio ricordare che Hamas è un movimento fondato dai Fratelli Musulmani nel 1984. I fratelli mususlmani furono fondati nel 1930 anche dal gran Muftì di Gerusalemme Amin Al Husseini, Zio di Arafat, che prevedeva un califfato islamico in tutte le terre arabe, la distruzione del sionismo e lo sterminio degli ebrei. Per essere coerente con queste idee Amin Al husseini grazie all’aiuto ricevuto da Benito Mussolini, incontrò Adolf Hitler e con la sua autorizzazione fondò le Waffen SS Islamische, composto maggioritariamente da musulmani bosniaci, kosovari e palestinesi.

Palestinians hold a sign depicting a swastika during clashes at Qalandiya checkpointQuesto suo ostentare contro lo stato ebraico, con un accanimento feroce e soprattutto menzognero, senza mai mettere la stessa forza per altri luoghi del mondo dove i diritti umani sono calpestati quotidianamente, beh non lo rende credibile. Non è credibile. Non gli credo!
È poi inutile che si nasconda dietro il discorso di un (finto) ebreo che ha fatto della causa palestinese un mestiere. Uno che va in giro con la Kippà che però canta e balla di Shabbat, dovrebbe già far capire il personaggio.
Ti ricordo le parole di Sir David Lloyd George, (primo ministro britannico dal 1914 al 1922) dichiarò nel 1923: “Fra tutti i fanatismi che sono fuoriusciti dalla perversa natura umana non c’è niente di più irrazionale ed di inspiegabile dell’antisemitismo… Se gli ebrei sono ricchi allora vengono derubati. Se sono poveri, sono vittime di ridicolo. Se prendono le parti in guerra, è perché vogliono sfruttare a proprio vantaggio lo spargimento di sangue di non-ebrei. Se sposano la pace, è perché sono spaventati dalla loro natura o perchè traditori.
Se l’Ebreo abita in un paese straniero che viene perseguitato ed espulso e quindi se vuole tornare al suo paese glielo si impedisce”.

Emanuele Gargiulo

REFERENZE
Ami Isseroff- The mid-east university- The Population of Palestine Prior to 1948
Awni Abd al-Hadi- Wikipedia.org versione inglese
Manuel Barroz- Come manipolare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu; Focus on Israel
Marc Twain- The Innocent Abroad
http://www.un.org/en/sc/documents/resolutions/ – Risoluzioni ONU 1967 e 1973
Joan Peters – From Time Immemorial: The origins of the conflict arab-jewish over Palestine; Jonathan David Publishers
Alan Dershowitz, The Case For Israel; John Wiley and Sons 2004
Chuck Morse, The Nazi Connection to Islamic Terrorism, WND Books
Paul Jonhson, The History of the Jews
Kristen E. Schulze, The Arab Israeli conflict (Semiar Studies)
James L. Gelvin, The Israel-Palestine Conflict: One Hundred Years of War, Cambridge University Press
Sidney Zabludoff, Jewish Refugees of 1948; http://www.sullivan-county.com/
Michael Grynszpan, The Forgotten Refugees, Movie in DVD, Ralph Avi Goldwasser