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domenica 16 giugno 2013

Guerra contro le persone

tratto da http://www.nazioneindiana.com/2013/06/16/questa-e-follia-e-guerra-contro-le-persone/

Questa è follia, è guerra contro le persone

16 giugno 2013
Pubblicato da
di Helena Janeczek
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Egemen Bagis, il ministro turco per gli affari con la UE, ha annunciato ieri sera che chiunque si avvicinerà a piazza Taksim sarà «trattato dalla polizia come un terrorista». La dichiarazione sembra un avallo ex post dello stato della repressione già in atto. Le testimonianze, i video e le foto da Istanbul parlano di ustioni e piaghe causate da sostanze chimiche mischiate all’acqua degli idranti, di attacchi alle strutture di pronto soccorso, di due pesantissime irruzioni con lacrimogeni nel lussuoso Hotel Divan, rifugio per feriti e manifestanti del vicino parco Gezi. Bambini sanguinanti, un uomo travolto da una camionetta della polizia antisommossa. Impedimenti per giornalisti (anche stranieri) e personale medico di accorrere alle zone degli scontri. Traghetti e ponti sul Bosforo bloccati per chiudere l’afflusso dei manifestanti dalla parte asiatica della città.
Legge marziale, in pratica. La leader del verdi tedeschi Claudia Roth, intrappolata nell’Hotel Divan dopo lo sgombero di Gezi, ustionata in volto dai lacrimogeni (o da altro), ha parlato di follia, di guerra contro i cittadini.
La Turchia è nota per le sue violazioni dei diritti umani però non è l’Egitto di Mubarak o l’Iran dove ieri, al primo turno, è stato eletto presidente Hassan Rohani, il più moderato degli ayatollah ammessi alla competizione.
È una democrazia – con molte tare ma non un’innegabile “democratura”: tant’è che le

manifestazioni più che pacifiche contro il progetto di costruzione di un centro commerciale sul luogo del parco Gezi mostravano, al principio, una grande consonanza con le proteste diffuse nelle cosiddette democrazie avanzate: da Stoccarda alla Val di Susa. E mostrano pure inquietanti analogie nell’impiego sproporzionato della repressione poliziesca; per quanto ciò che sta accadendo in Turchia – cinque morti accertati, quasi un centinaio di avvocati arrestati ecc.- sia sinora il peggio.
Ma prima, dopo e durante Occupy Gezi, nelle ultime due settimane è avvenuto questo:
Il 1° giugno a Blockupy Francoforte, la protesta contro le politiche BCE, la testa del corteo autorizzato è stata accerchiata e tenuta per ore sotto scacco. L’uso massiccio di spray urticanti e di manganelli ha causato ca 300 feriti, alcuni piuttosto gravi. Anche in quel caso diversi volontari sanitari parlano di impedimenti a prestare soccorso.
In Italia la sentenza assolutoria per la polizia sulla morte di Stefano Cucchi è arrivata in contemporanea con le teste lacerate degli operai e del sindaco di Terni in corteo contro la chiusura dell’acciaieria. Mentre in Turchia partiva lo sgombero di piazza Taksim e parco Gezi, la Cassazione ha confermato, riducendo i risarcimenti alle parti lesi, della sentenza su Bolzaneto e le violenze alla scuola Diaz.
A ridosso di tutto questo, si è scoperto il gigantesco programma di spionaggio “Prism” voluto da Obama, il governo greco ha deliberato la chiusura della tv e radio di Stato ERT, arrivando a chiudere il segnale nel giro di poche ore e mandando la polizia antisommossa a difendere la propria decisione. A Saõ Paolo del Brasile, paese economicamente emergente al pari della Turchia, la protesta per l’aumento dei prezzi del trasporto pubblico ha causato una repressione poliziesca molto dura, con 250 arresti e 50 feriti.
L’eccesso di impiego della forza di polizia è una ormai una costante planetaria – in tutta Europa come a New York e negli Usa – e questo sia nel caso che vi sia stata violenza da parte dei manifestanti sia quando le pratiche di resistenza passiva sono state portate avanti senza alcun cedimento. Ma rappresenta soprattutto una costante che tutte queste proteste nascono dalla volontà popolare di difendere dei beni comuni (lo sono sia gli alberi dei parchi e le valli subalpine che i biglietti degli autobus) o di arginare il potere di poteri sottratti al controllo democratico, come le istituzioni bancarie e monetarie. Non c’è nessuna volontà di sovvertimento rivoluzionario- eppure i governi democratici di vario stampo e colore politico difendono a forza di lacrimogeni, manganelli o proiettili di gomma i “flussi” (ossia gli interessi mobili e flessibili) contro i “territori” (e la gente che ci abita), come Marco Revelli cerca di circoscrivere questa nuova forma del conflitto ai tempi della globalizzazione e della sua crisi.
Oggi a Istanbul le proteste cercheranno di dirigersi nuovamente verso i luoghi tabù sgomberati e, visto che è stata indetta pure una manifestazione pro-Erdogan e in molti quartieri nella notte si sono erette barricate, la giornata potrebbe evolversi in modo assai peggiore di ieri. Finora non sono arrivate critiche decise né dall’Unione Europea, né da Barack Obama, entrambi vincitori di un Premio Nobel per la Pace che appare sempre più tragicomico.
Barbara Spinelli, riferendosi principalmente a “Prism”, ha parlato di ostilità dei governanti e di “paura del popolo”. Il popolo, ovunque esso si trovi, sta incontrando sempre più motivi per ricambiare.
Ps. Mi sono certo dimenticata qualche voce del triste elenco. Ma non dimentico di segnalare questa lettera bellissima di Gianluca d’Ottavio che vive a Istanbul e si occupa di turismo.
Pps. L’immagine sopra ritrae la polizia mentra da fuoco all’albero del Parco Gezi nel quale gli occupanti avevano iscritto i loro auspici e desideri.

domenica 27 gennaio 2013

"Cara Memoria, che fine stai facendo?"

27 gennaio: In occasione della Giornata della Memoria per ricordare le vittime del nazifascismo  una ragazza di 14 anni ha scritto un bellissimo tema, durante un compito in classe. Desidero ospitarlo sul mio blog perché mi ha fatto venire i brividi mentre lo leggevo, dunque... vi passo l'emozione: 


Ventisette gennaio, giornata della Memoria per ricordare le vittime del nazifascismo. Dal binario 16 di Santa Maria Novella domani partirà il treno della Memoria, direzione Auschwitz a conclusione di un viaggio di studio e riflessione.

Di seguito il tema scritto da una studentessa del primo anno del liceo scientifico Gobetti di Firenze, Irene Rinaldi.

"Conoscere bene gli eventi del passato aiuta a vivere in modo piu’ consapevole il presente e a progettare un futuro possibile e migliore.  Per questo possiamo affermare che la Memoria genera speranza… Sei d’accordo?"


"Cara Memoria,
Dove sei? Che fine stai facendo?
Salgono al potere partiti neonazisti, si usano simboli in puro stile Hitleriano, si uccidono le persone di colore… Ma in che mondo ci hai lasciati? Perche’ te ne vai?
Lo so perché: tu scappi apparentemente, ma in verità è la gente che non ti vuole, ti evita, si allontana il più possibile da te, o forse semplicemente non ti conosce, probabilmente sì,  è proprio questo il problema: “la gente non ti conosce” la stupidità sta “rubando” i cervelli e i cuori, e i dittatori quando trovano l’ignoranza la coltivano. Ma i frutti poi mica li vendono, li raccolgono brutalmente, li sbattono in cassette di plastica verde, uno sopra l’altro, ne fanno cibo per i loro denti; e una volta azzannati dalle tiranniche fauci del “padrone”, non ce la fanno a scappare i frutti.
Allora ci devi aiutare tu, ma non ci devi aiutare a scappare dalle “fauci” ci devi aiutare a non finirci proprio: ci devi spiegare che una cosa del genere pochissimo tempo fa ha fatto morire cinquanta milioni di persone, devi raccontarcelo, devi!
Come lo costruiamo, noi giovani,  un futuro senza di te?
Noi ci impegniamo, studiamo il passato ed urliamo a tutto il mondo le brutalità che l’hanno costruito, ma senza che la gente si fidi di te, capisca che tu sei vera,  che non narri di favole con l’orco cattivo, ma racconti la triste verità  di sei milioni di persone che trasportavano pesanti incudini in mano, magari con una scarpa sola, soffocate da un recinto spinato e che poi, una dopo l’altra, sono state uccise dalla noncuranza di una mano armata, chi lo capisce che non può esserci futuro? Come glielo diciamo alle persone qua intorno che non c’è speranza?
C’è bisogno di te: prendi il cuore, la mente di ogni individuo e portalo a ragionare, non perderti in chiacchere dicendo che ciascun uomo deve avere la dignità di un altro, che il mondo è bello perché è vario, quello lo capiscono in pochi, sii concreta, diretta, di’ che non c’è futuro senza di te, che tutto andrà ad aggravarsi, non poco. Spiegalo che una delle poche speranze sei tu, l’aspettativa, la possibilità.
Resisti, ti prego, non darla vinta agli stupidi, rimani, perché solo così sarà possibile andare incontro alla soluzione alle numerose ingiustizie dell’umanità attuale.
Con affetto Irene"
 
(26 gennaio 2013)

letto su: 

mercoledì 25 aprile 2012

25 Aprile: Donne, resistenza e liberazione


“Nella Resistenza la donna fu presente ovunque: sul campo di battaglia come sul luogo di lavoro, nel chiuso  della prigione come nella piazza o nell’intimità della casa.
Non vi fu attività, lotta, organizzazione, collaborazione a cui ella non partecipasse: come una spola in continuo movimento, costruiva e teneva insieme, muovendo instancabile, il tessuto sotterraneo della guerra partigiana”
(Ada Gobetti)

“Nei mesi successivi alla Liberazione hanno subito riconosciuto i gradi del partigiano al vicario e all’avvocato C.: a me niente. Ho chiesto spiegazioni a un compagno dell’ANPI. “Ma tu sei una donna!” – mi ha risposto. Invece ero l’unica a cui quel titolo poteva davvero servire. Io vivevo solo del mio lavoro e avevo bisogno di quel riconoscimento. I gradi (tenente partigiano) li ho voluti per giustizia, ma non ho preso il pacco sussidio che davano e comunque i soldi li ho lasciati tutti all’ANPI.” (dalla testimonianza dell’ostetrica Maria Rovano, nome di battaglia “Camilla”, partigiana a Barge, CN).

25 Aprile 1945:
Ricoda, o cittadino, questa data
e spiegala ai tuoi figli
e ai figli dei tuoi figli
racconta loro
come un popolo in rivolta
si liberasse un giorno
dall'oppressore
e narra loro
le mille e mille gesta di quei prodi
che sui monti, nei borghi e in ogni luogo
sbarrarono il passo all'invasore
né ti scordar dei morti
né ti scordar di raccontare
cos'è stato il fascismo
e il nazismo
e la guerra ricorda
le rovine, le stragi, la fame e la miseria
lo scroscio delle bombe e il pianto delle madri
ricordati di Buchenwald
delle camere a gas, dei forni crematori
e tutto questo
spiega ai tuoi figli
e ai figli dei tuoi figli
non perché l'odio e la vendetta duri
ma perché sappian quale immenso bene
sia la libertà
e imparino ad amarla
e la conservino intatta
e la difendano sempre.
25 Aprile 1955


venerdì 22 aprile 2011

MAROCCHINATE

La guerra è già di per sé una realtà barbara, ma se a questa aggiungiamo i crimini compiuti da quei singoli che vi hanno partecipato in maniera spregevole, allora non esiste termine per definire ciò che diventa. Non è più guerra. Non è più "semplice" barbarie. E' peggiore!
Tra uccisioni, saccheggi e devastazioni troppo spesso c'è anche un altro elemento a insudiciare ulteriormente un'azione bellica, e questo è lo stupro.
Purtroppo sembra essere sempre la prima "risorsa" a cui ricorrono certi uomini in qualsiasi caso: dall'intimità familiare alla relazione sentimentale terminata, dallo sfregio alla cattiveria pura, dall'egoismo alla prepotenza, dal senso di predominio alla vigliaccheria, dal desiderio di umiliare a quello di possedere... E la faccenda si fa ancora più drammatica quando, in casi di guerra, queste aberrazioni si perpetuano in massa. I casi più eclatanti che la mia memoria ricorda sono quelli della guerra in Kosovo e le "marocchinate" in Italia durante la seconda guerra mondiale.
 Ma sono atti, questi, che non fanno parte soltanto delle guerre passate poiché ancora oggi, nel 2011, accadono senza ritegno né pietà (eh sì che più avanti si va e più si spera che l'essere umano sia diventato sempre più civile, meno cavernicolo!).

La malvagità non ha tempo né luogo. Molte guerre sono ancora in corso in vari paesi del mondo, e pure se le notizie arrivano sporadiche, si sa che "è la prassi" umiliare e oltraggiare il corpo femminile.
Anche durante le attuali insurrezioni popolari nel medio oriente sono stati segnalati casi di violenze sessuali, ovviamente ai danni delle donne che hanno osato ribellarsi al regime divenendo parte attiva della nuova ondata collettiva che le vede coinvolte nella conquista dell'emancipazione e della democrazia.

Parlando dell'Italia e delle "marocchinate" (termine usato per indicare lo stupro di massa attuato dai goumiers francesi ai danni di molte persone di ambo i sessi e di tutte le età dopo la battaglia di Monte Cassino), non mi meravigliano dei pregiudizi con cui gli italiani ancor oggi guardano in particolar modo ai turchi, ai marocchini, agli algerini... insomma, a tutti gli uomini del mondo mediorientale, facendo dell'erba tutta un fascio (cioè non distinguendo più la nazionalità delle persone che li avevano colpiti così duramente).

Ma cosa spinge i soldati (regolari e non) a compiere violenze sessuali?
Perché accanirsi ulteriormente sulla popolazione che già subisce le brutture della guerra?
Quanto c'entra il machismo in questo contesto?
Può essere definità pura crudeltà e basta?

Per quanto riguarda il Kosovo, sembra proprio che sia stata premeditata la violenza sessuale sulle donne, con lo scopo di annientare la dignità di un popolo e d'infierire maggiormente, ingravidandole... (Me lo ricordo ancora oggi di quando la chiesa "consigliava" loro di non abortire... Ma come si può chiedere questo?) Il discorso in questa circostanza è estremamente complicato e soltanto con le vive testimonianze se ne può venire a capo senza congetture. E ricordo pure di come le prime testimonianze che ci arrivarono furono messe subito a tacere e non se ne parlò mai più. E purtroppo mi risulta che le donne del Kosovo non sono mai state supportate da nessuno, né dagli psicologi né dai loro congiunti.
Ma situazione Kosovo a parte (si fa per dire!), probabilmente la verità è che l'uomo quando è in branco si trasforma in qualcosa che non può neanche essere definito bestia (si offenderebbe la categoria animale!), e non voglio neanche chiedermi se sia il retaggio culturale a farla da padrone sulle loro menti (pensanti? boh?!). Una cosa è certa: è accaduto in passato e continua ad accadere.

Tornando alle marocchinate, queste sono conosciute dalle nostre nonne, madri, zie che l'hanno subite durante la seconda guerra mondiale. Ovviamente alle giovani questa è una realtà sconosciuta, ma per non farla finire nel dimenticatoio trovo sia giusto riesumarla. Ho appena visto due filmati storici trasmessi tempo fa alla RAI e dai quali estrapolerò le interviste che testimoniano lo sconvolgimento di quei giorni, ma prima, un piccolo escursus:

I goumiers erano truppe coloniali irregolari francesi appartenenti ai Goums Marocains, un reparto delle dimensioni approssimative di una divisione ma meno rigidamente organizzato, che costituiva il CEF (corps expeditionnaire français) insieme a quattro altre divisioni: la seconda divisione marocchina di fanteria, la terza divisione algerina di fanteria, la quarta divisione di montagna marocchina e la prima divisione della Francia libera. I Goums erano al comando del generale francese Augustin Guillaume.
Il sindaco di Esperia (comune in provincia di Frosinone) affermò che nella sua città 700 donne su un totale di 2.500 abitanti furono stuprate, e alcune di esse in seguito a ciò morirono. Con l'avanzare degli alleati lungo la penisola, eventi di questo tipo si verificarono altrove: nel Lazio settentrionale e nella Toscana meridionale i goumier stuprarono e a volte, uccisero donne e giovani dopo la ritirata delle truppe naziste, compresi membri della resistenza italiana.
Lo scrittore Norman Lewis, (all'epoca ufficiale britannico sul fronte di Monte Cassino) narrò gli eventi:
«Tutte le donne di Patrica, Pofi, Isoletta, Supino, e Morolo sono state violentate.... A Lenola il 21 maggio hanno stuprato cinquanta donne, e siccome non c'erano abbastanza per tutti hanno violentato anche i bambini e i vecchi..I marocchini di solito aggrediscono le donne in due -uno ha un rapporto normale, mentre l'altro la sodomizza. » (nel libro Napoli '44)

Diverse città laziali furono investite dalla foga dei goumiers (truppe marocchine). Si segnalano le cittadine di Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, Morolo e Sgurgola in cui numerose ragazze e bambine furono ripetutamernte violentate talvolta anche alla presenza dei genitori.
In una testimonianza raccolta dal professor Bruno D'Epiro si racconta che il parroco di Esperia cercò invano di salvare tre donne dalle violenze dei soldati: fu legato e sodomizzato tutta la notte e morì in seguito a queste violenze.
Il fenomeno "marocchinate" sarebbe iniziato già dal luglio 1943 in Sicilia, propagandosi poi in tutta la penisola e si sarebbe arrestato solo nell'ottobre 1944, quando i CEF furono trasferiti in Provenza. In Sicilia, i groumiers avrebbero avuto scontri molto accesi con la popolazione per questo motivo: si parla del ritrovamento di alcuni soldati uccisi con i genitali tagliati.
trascrizione documentario (da Mattatoio Cassino, di Erwin Flores e Vanessa Roghi) 1944
"15 marzo. Ad un mese di distanza dal bombardamento dell'Abbazia di Cassino tutto sembra finalmente pronto all'attacco decisivo alle difese tedesche.
Alle 8.30 del mattino, gli aerei alleati iniziano a bombardare la città di Cassino. L'azione dura fino a mezzogiorno: 514 bombardieri sganciano 1500 tonnellate di bombe sulla città, contemporaneamente, più di 500 aerei tra caccia e bombardieri attaccano obiettivi nelle immediate vicinanze. Gli alleati non incontrano praticamente resistenza da parte dell'aviazione e della contraerea tedesca. Dopo l'abbazia, anche la città di Cassino viene praticamente rasa al suolo. S'incrina così un'altro mito della guerra giusta, quello dell'alleato sempre amico e solo liberatore.
Sono i giorni degli stupri di massa. La violenza delle truppe di colore del CEF (il corpo di spedizione francese) travolge tutto e tutti. Il paese maggiormente colpito è Esperia. 2500 abitanti.
Il 17 maggio subisce l'attacco frontale della fanteria algerina e marocchina. I tedeschi cominciano a ritirarsi a nord lasciando libera la strada per Roma. La popolazione resta in balia della furia incontrollata dei goum. Il sindaco del paese Giovanni Moretti, in un convegno a Cassino il 12 novembre 1946 leggerà in un suo intervento: "si contano 700 donne violentate cioè la quasi totalità delle donne, tutte ammalate e non vi dico di quale male. molte morte altre moribonde"

Daria Frezza (storica): "Gli stupri di massa che vengono commessi sono imputati a questi marocchini. Stupri, ma non soltanto gli stupri, poi ci sono i saccheggi delle poche cose che queste persone avevano, che erano riuscite a mantenere, a non disperdere. Saccheggi, ma non soltanto, a volte anche uccisioni. Uccisioni di parenti o di chi eventualmente si ribellava di fronte a questi stupri."
 (ecco, questo è solo uno stralcio della sua intervista ma dalle sue parole posso soltanto notare quanto siano distaccate e quanto non rendano l'idea della drammatica realtà che a tutt'oggi non ha abbandonato i ricordi di chi è sopravvissuto)

Testimonianze
Antonina: "Come le formiche, i marocchini erano come le formiche. (...) Quando sono arrivati i marocchini, stavo facendo la sfoglia, e dicevano che stavano arrivando gli alleati e invece erano venuti i cani. (...) I marocchini m'hanno ammazzata... mi hanno portata via, mi hanno violentata, mi hanno ferita, mi hanno sgraffiata in faccia, dappertutto. I capelli me li hanno strappati perché mi portavano in giro trascinandomi per i capelli, e le vesti me le tolsero tutte. Ero come a Gesu Cristo quando l'avevano flagellato m'avevano ridotto in quella maniera a me".

Chadi Mohamed (corpo di spedizione francese - 81° goum marocchino) : "La montagna era piena di corpi, c'erano tanti morti da tutte e due le parti".

Ben toumi Mohamed (corpo di spedizione francese III divisione fanteria algerina): "Eravamo in prima linea e i tedeschi erano di fronte a noi. Volevamo trasportare i nostri morti in un lenzuolo, sulle spalle, ma non potevamo".

Silvio Palombo (abitante di Esperia Fr): "Portavano delle tuniche, così, di tutti i colori. portavano dei capelli lunghi, sporchi, in un modo che non sembravano nemmeno truppe, sembravano gente raccattata. (...) Noi stavamo aspettando gli americani, la cioccolata... (...) Quelle grida che ho sentito io quella notte, erano un'inferno, un inferno dantesco. Sembravano quelle belve che sbranavano gli animali... quella notte fu terribile".

Nunzia: "Quando è successa la disgrazia, ci stava anche un mio cugino e altra gente e gli stavano sparando perché non volevano che ci facevano quello che ci hanno fatto. Io avevo 11 anni. C'era pure mia madre e gli diceva quello che volete fare a mia figlia e alle mie nipoti fatelo a me...

Angelo De Santis (abitante di Castro dei Volsci Fr): "Io ebbi una sorella stuprata e percossa, un fratello ammazzato... e scappavamo da tutte le parti perché poi erano armati e resistergli era pericoloso" (...)

Amalia Colozzi (abitante di esperia (Fr): "Qui (sulla fronte) portavano un panno fatto a torciglione, l'anello al naso, gli orecchini alle orecchie. Quando poi la mattina siamo arrivati là, subito, appena arrivati presero mia sorella che era piccola" (...)

Annita Porcaro (abitante di Esperia, Fr): "Sulla montagna, un povero padre, per difendere la figlia lo ammazzarono"

Ida di Cuffia (abitante di Esperia, Fr): "Erano due, uno è entrato dentro e l'altro aspettava fuori Mio padre quando ha visto quello che volevano fare è intervenuto ma loro lo hanno ucciso".

Giovanna: "Dicevano sono arrivati gli americani, gli americani... tutti con i fazzoletto... e invece erano arrivati i diavoli". (...) Mi ricordo che mi sono attaccata a mia madre, e allora a lei le hanno dato una scarpata in fronte e a momenti l'ammazzavano, e a me mi hanno trascinata via. (...) Botte pure perché io non ci volevo andare... le botte che m'hanno dato... forse ero più morta che viva. Non lo so come ne sono uscita. (...) C'avevo 11 anni e mezzo, pensavo di morire. Mi dicevo: ora m'ammazzano, ma no... se m'ammazzavano forse era meglio. (...) Io stavo aspettando il colpo mio. Ero ragazzina ma stavo aspettando proprio il colpo mio. Credevamo che c'avrebbero ammazzati tutti quella sera.

dal romanzo La Ciociara, di Alberto Moravia (1957)
Rosetta non era svenuta, e tutto quello che era successo lei lo aveva veduto con i suoi occhi e sentito con i suoi sensi. (...) Lei mi guardava con occhi spalancati, senza dir parola né muoversi, uno sguardo che non le avevo mai visto, come un animale che sia stato preso in trappola e non può muoversi e aspetta che il cacciatore gli dia l'ultimo colpo.

Alberto Moravia ha documentato le marocchinate, le donne italiane ne hanno potuto parlare e sono state supportate anche dai loro uomini (i sopravvissuti), ma per le donne del Kosovo non è stato così. A questo proposito vi popongo un'altro articolo
http://www.balcanicaucaso.org/Temi/Diritti-umani/Le-donne-del-Kosovo-vittime-di-una-vergogna-immeritata
e vi lascio riflettere con una considerazione che mi esce urlando dall'intimo del mio animo femminile: Nonostante tutto ciò che hanno subito e che continuano a subire, le Donne impavide di tutto il mondo non smetteranno di mai lottare per i loro diritti (che si sappia!).



sabato 2 aprile 2011

Brigantaggio nel Sud dopo l'Unità d'Italia

L'origine del fenomeno è da attribuirsi alla miseria e alle continue angherie che il popolo dei contadini doveva continuamente sopportare da parte dei pochi e soliti padroni.
Un buon margine di colpa per la nascita del brigantaggio è da attribuire all'illusione che con l'Unità d'Italia molte cose sarebbero cambiate, invece la vita dei contadini andò sempre più peggiorando, soprattutto a causa della miope e cattiva politica sabauda che trattò il meridione al pari di una colonia conquistata con mire espansionistiche. Infatti i piemontesi non fecero altro che sostituire i Borboni nell'amministrazione del potere, alimentando lo scontento e la delusione che poi sfociarono nella ribellione.
Era la rivolta del pane soffocata nel sangue dall'esercito (questo mi fa andare inevitabilmente alla recente rivolta dei Tunisini. Certamente la storia è diversa, ma non lo sono i motivi che spingono un popolo alla ribellione e alla rivendicazione del diritto di vivere una vita più dignitosa).
Sin dal 1861 gruppi formati da contadini salariati ridotti alla fame, disertori ed evasi dalle carceri si davano al brigantaggio nelle forme primitive fatte di furti, vendette e vandalismi. Poi si organizzarono in bande con un capo che si eleggeva in base alla sua abilità, autorevolezza e capacità di essere spietato. Quindi l'esercito divenne sempre più spietato, al pari degli stesi briganti. I piemontesi dedicarono molte risorse per sconfiggere il fenomeno.
All'inizio del 1870 la violenta repressione a cui tutto il meridione fu sottoposto (dai briganti effettivi a quelli sospettati di esserlo, molti vennero sommariamente imprigionati e condannati), si concluse il periodo del brigantaggio organizzato: una vera e propria guerra civile era terminata, ma rimanevano comunque irrisolti i grandi problemi del meridione che hanno provocato la sua arretratezza nei confronti del resto dell'Italia. 
Da viva testimonianza so per certo che il brigantaggio si è protratto fino agli anni '50, e il ricordo di quel trattamento da parte dei piemontesi verso briganti sospetti ed effettivi, ha accompagnato i contadini nel corso degli anni a venire, così da finire con l'avere una visione poco chiara dei motivi reali per cui nacque il brigantaggio.
 Mio padre era stipendiato annualmente e soltanto una piccolissima parte del raccolto andava a noi. I briganti ancora esistevano e a sentirne di cotte e di crude ne avevamo tutti paura. Anche se i vecchi ci dicevano che avevano sempre difeso i contadini, a noi ragazze ci raccomandavano di non andare mai da sole per i boschi perché questi assalivano e depredavano le persone se gli capitava l'occasione ghiotta. Più di una volta è successo che venivano a dormire nella stalla della masseria dove vivevamo. Una mattina ho sentito mio padre parlare con mia madre. Era molto preoccupato.  Mi ricordo ancora che le disse: "per poco non lo infilzavo con il forcone quando ho raccolto il fieno da dare alle mucche... ma perché ha scelto proprio questa stalla? dobbiamo stare attenti che abbiamo una figlia di 13 anni...".  Mi racconta una donna della Basilicata, classe '37, vissuta fino al 1955 in una masseria con i genitori che lavoravano la terra dei padroni. La preoccupazione dei suoi genitori era più che giustificata visto che gli atti di vandalismo continuavano senza posa verso i padroni delle terre. Però questi nelle loro masserie ci andavano soltanto per immagazzinare i raccolti e non per viverci, quindi i pericoli a cui erano sottoposti i contadini potevano essere reali (e non solo nell'immaginario collettivo), visto che erano loro che le gestivano in cambio di un esiguo salario.
Quante volte in paese si raccontava che erano andati alla masseria di tizio e caio e avevano rotto le uova, tagliato tutto il formaggio, rotto i fiaschi dell'olio, rovinato i prosciutti... e questo dopo aver mangiato e bevuto! Quello era tutto il lavoro che avevamo fatto noi . I padroni non facevano altro che usare le fattorie come magazzini, ma poteva capitare che se la prendessero pure con chi lavorava per loro perché magari qualcuno diceva che quello o quell'altro aveva fatto la spia... Fortuna che grosso modo ci conoscevamo tutti! Anche quel brigante lo conoscevamo e sapevamo chi era la sua famiglia, ma non abbiamo mai detto niente.
Questo episodio ancora vivo nella memoria di Eva, mi ha reso chiaro quale triste risultato si ottenne con la cattiva valutazione di un fenomeno che quel  nuovo potere politico (che beatamente viveva nell'Italia settentrionale) non ha voluto comprendere ma soltanto soffocare.
A distanza di 150 anni, a parte la fine del brigantaggio, la situazione per l'Italia meridionale è rimasta invariata. I ricchi e potenti continuano a vivere al nord e a infischiarsene della povertà che attanaglia il sud. E parlo di povertà generale, quindi non solo finanziaria. L'ignoranza è una piaga che non permette l'evoluzione individuale e sociale.
La condizione culturale è stata volutamente trascurata , ma in particolare lo è stata quella delle donne che hanno dovuto attendere gli anni '80 per comprendere che le lotte partite da Roma in su, volte alla rivendicazione dei diritti delle donne, stavano liberando anche noi dal giogo del servilismo, del sessismo, del ruolo subalterno in famiglia e in società. Ma non partecipando attivamente, i pregiudizi dei paesani rivolti alle "donne libertine" li hanno subiti specialmente le ragazze della nuova generazione che hanno finito per aprire la strada alle altre andando a studiare fuori, andando a vivere per conto loro, lasciando il nucleo familiare da nubili.
L'Unità d'Italia avrebbe dovuto cambiare le condizioni di tutto il Paese, e invece a tutt'oggi la parte nord ancora discrimina la parte sud che non ha avuto le giuste opportunità di evolvere al pari delle altre regioni della Penisola, e quindi, non gli ha permesso di potersi sentire davvero parte integrante della nostra Nazione.
Ora, quando sento la frase "il governo ci ha abbandonato" e quando la sento arrivare proprio dalle isole (Sicilia e Sardegna) e dall'Italia del Sud, non posso fare a meno di dargli un significato diverso da quello che gli davo prima di scrivere queste considerazioni e di aver ascoltato l'esperienza di Eva.
Trovo che l'Unità d'Italia sia ancora in atto, pure se abbiamo appena festeggiato il 150° anniversario.