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lunedì 15 febbraio 2016

Cara ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati

pubblicato il 13/02/2016  by violapost
 
Il vizietto del governo Renzi (in questo caso della ministra Giannini) di rivendicare risultati anche quando non riconducibili direttamente a loro. Ma stavolta sono capitati male e la ricercatrice italiana Roberta D’Alessandro scrive alla ministra.

“Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia ERC (European Research Council) e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai.
E così, io, Francesco e l’altra collega, Arianna Betti (che ha appena ottenuto 2 milioni di euro anche lei, da un altro ente), in 2 mesi abbiamo ottenuto 6 milioni di euro di fondi, che useremo in Olanda. L’Italia ne può evidentemente fare a meno.
Prima del colloquio per le selezioni finali dell’ERC, ero in sala d’aspetto con altri 3 italiani. Nessuno di noi lavorava in Italia. Immagino che qualcuno di loro ce l’abbia fatta, e sia compreso nella sua “lettura personale” della statistica.
Abbia almeno il garbo di non unire, al danno, la beffa, e di non appropriarsi di risultati che italiani non sono. Proprio come noi.
Vada a chiedere alla vincitrice del concorso per linguistica informatica al Politecnico di Milano (con dottorato in estetica, mentre io lavoravo in Microsoft), quante grant ha ottenuto. Vada a chiedere alle due vincitrici del concorso in linguistica inglese, senza dottorato, alla Statale di Milano, quanti fondi hanno ottenuto. Vada a chiedere alla vincitrice del concorso di linguistica inglese, specializzata in tedesco, che vinceva il concorso all’Aquila (mentre io lo vincevo a Cambridge, la settimana dopo) quanti fondi ha ottenuto. 
Sono i fondi di queste persone che le permetto di contare, non i miei.”

mini
ministra

giovedì 20 novembre 2014

ETERNIT, la giustizia italiana colpisce ancora

La sentenza di prescrizione in favore dell'Eternit sulla questione dell'AMIANTO, che sta uccidendo Casale Monferrato e molte altre regioni del paese, apre uno squarcio nel sistema "imprenditoriale" italiano, perché revoca alla magistratura quel consueto ruolo di "supplenza" e mediazione sociale (che non é la sua terzietà, ma in Italia ha funzionato, talvolta) in assenza di un vero interlocutore politico, sia Aziendale (come da Costituzione) o Amministrazione che dir si voglia, pronto ad assumersi le Pubbliche responsabilità che la questione pone.
La sentenza di prescrizione in favore dell'Eternit sulla questione dell'AMIANTO, che sta uccidendo Casale Monferrato e molte altre regioni del paese, apre uno squarcio nel sistema "imprenditoriale" italiano, perché revoca alla magistratura quel consueto ruolo di "supplenza" e mediazione sociale (che non é la sua terzietà, ma in Italia ha funzionato, talvolta) in assenza di un vero interlocutore politico, sia Aziendale (come da Costituzione) o Amministrazione che dir si voglia, pronto ad assumersi le Pubbliche responsabilità che la questione pone.
Perché la lunga LOTTA SOCIALE del piccolo centro di Casale, ha messo al centro alcune crucialità, sistemiche, nel modello "sviluppista" che si é imposto in Italia durante il corso dell'industrializzazione forzosa del secondo dopoguerra, e i danni ai lavoratori e all'ambiente, se hanno generato procedimenti giudiziari hanno finito per stabilire la non punibilità dei datori di lavoro. Anche il caso ILVA, guardato da vicino, su cui tanto gossip si é speso e speculato da destra, non conferma altro, e infatti sul patibolo é stato messo l'unico amministratore (Nichi Vendola) che coraggiosamente ha sfidato la famiglia Riva fino ad allora impunita, e non il sistema d'Impresa cui questo era e resta espressione, dalla sua latitanza.
Ovvero, non si é ancora celebrata la giustizia di quei 3.000 morti di mesotelioma di Casale (e non diciamo di tutti quelli che verranno ancora!) non solo per le ENORMI PROPORZIONI SOCIALI DEL DANNO, che certo imporrebbero una rivisitazione degli stessi assetti imprenditoriali di alcune importanti "spettabili ditte", ma anche una messa al centro DEL CONTO DEI COSTI AMBIENTALI dell'intero sistema di produzione e con ciò non di meno, negli "oneri sociali" disattesi per decenni grazie ad arcaiche connivenze istituzionali che hanno sempre privilegiato il lavoro sporco di scaricare i costi sul lavoro, per guadagnare competitività sul mercato, piuttosto che investire in innovazione e progresso.
La denuncia degli operai e dei loro familiari morti in quella che possiamo chiamare moderna strage degli innocenti, non ha colpito solo la grande fabbrica infatti, perché le vittime principali sono i lavoratori, ma non secondarie o minori sono le morti di donne e bambini e anziani parenti; perché l'amianto non smetterà di mietere vittime in tutto il Paese finchè non si BONIFICHERA' il territorio infestato nei lughissimi decenni trascorsi per il suo massiccio uso sia edile che in lavorazioni industriali.
I Martiri di Casale sono da considerare morti sul lavoro, le vittime dell'amianto sul territorio morti civili?
O forse lo Stato di morte civile, é quello raggiunto da una classe intera, quella imprenditoriale, in combutta con un ceto politico che ha governato dissennatamente a scopo di profitto negli ultimi 60 anni.
Una classe imprenditoriale talmente avara e incline alla spoliazione e alla rendita, da aver selezionato finemente la competizione con edulcoranti come la Mafia e l'uso sistematico delle corruttele clientelari.
D'altronde in Italia lavorando si resta poveri...ma non é che non circoli i denari.
Quella, un'intera classe imprenditoriale corrotta e indolente, che non può assolvere la Magistratura non solo perchè non é suo precipuo compito istituzionale (é il Corpo dello Stato più conservatore che ci sia, ricordo nel caso a qualcuno sia sfuggito, di passaggio, il senso di uno Stato tripartito), perché é il giudizio politico di un intero paese che attende.
E non col silenzio lugubre di una giornata di lutto nazionale, ma nell'unica maniera che può fare chi non vuole dimenticare: continuando la lotta per la verità e la giustizia di chi purtroppo, poiché ci ha preceduto, troppo presto ci ha lasciato e non può più parlare.
Nel frattempo vale la pena di ricordare 
che il fischio delle vittime di Casale, 
non ci lascerà dormire...

Perché la lunga LOTTA SOCIALE del piccolo centro di Casale, ha messo al centro alcune crucialità, sistemiche, nel modello "sviluppista" che si é imposto in Italia durante il corso dell'industrializzazione forzosa del secondo dopoguerra, e i danni ai lavoratori e all'ambiente, se hanno generato procedimenti giudiziari hanno finito per stabilire la non punibilità dei datori di lavoro. Anche il caso ILVA, guardato da vicino, su cui tanto gossip si é speso e speculato da destra, non conferma altro, e infatti sul patibolo é stato messo l'unico amministratore (Nichi Vendola) che coraggiosamente ha sfidato la famiglia Riva fino ad allora impunita, e non il sistema d'Impresa cui questo era e resta espressione, dalla sua latitanza.
Ovvero, non si é ancora celebrata la giustizia di quei 3.000 morti di mesotelioma di Casale (e non diciamo di tutti quelli che verranno ancora!) non solo per le ENORMI PROPORZIONI SOCIALI DEL DANNO, che certo imporrebbero una rivisitazione degli stessi assetti imprenditoriali di alcune importanti "spettabili ditte", ma anche una messa al centro DEL CONTO DEI COSTI AMBIENTALI dell'intero sistema di produzione e con ciò non di meno, negli "oneri sociali" disattesi per decenni grazie ad arcaiche connivenze istituzionali che hanno sempre privilegiato il lavoro sporco di scaricare i costi sul lavoro, per guadagnare competitività sul mercato, piuttosto che investire in innovazione e progresso.

La sentenza di prescrizione in favore dell'Eternit sulla questione dell'AMIANTO, che sta uccidendo Casale Monferrato e molte altre regioni del paese, apre uno squarcio nel sistema "imprenditoriale" italiano, perché revoca alla magistratura quel consueto ruolo di "supplenza" e mediazione sociale (che non é la sua terzietà, ma in Italia ha funzionato, talvolta) in assenza di un vero interlocutore politico, sia Aziendale (come da Costituzione) o Amministrazione che dir si voglia, pronto ad assumersi le Pubbliche responsabilità che la questione pone.
Perché la lunga LOTTA SOCIALE del piccolo centro di Casale, ha messo al centro alcune crucialità, sistemiche, nel modello "sviluppista" che si é imposto in Italia durante il corso dell'industrializzazione forzosa del secondo dopoguerra, e i danni ai lavoratori e all'ambiente, se hanno generato procedimenti giudiziari hanno finito per stabilire la non punibilità dei datori di lavoro. Anche il caso ILVA, guardato da vicino, su cui tanto gossip si é speso e speculato da destra, non conferma altro, e infatti sul patibolo é stato messo l'unico amministratore (Nichi Vendola) che coraggiosamente ha sfidato la famiglia Riva fino ad allora impunita, e non il sistema d'Impresa cui questo era e resta espressione, dalla sua latitanza.
Ovvero, non si é ancora celebrata la giustizia di quei 3.000 morti di mesotelioma di Casale (e non diciamo di tutti quelli che verranno ancora!) non solo per le ENORMI PROPORZIONI SOCIALI DEL DANNO, che certo imporrebbero una rivisitazione degli stessi assetti imprenditoriali di alcune importanti "spettabili ditte", ma anche una messa al centro DEL CONTO DEI COSTI AMBIENTALI dell'intero sistema di produzione e con ciò non di meno, negli "oneri sociali" disattesi per decenni grazie ad arcaiche connivenze istituzionali che hanno sempre privilegiato il lavoro sporco di scaricare i costi sul lavoro, per guadagnare competitività sul mercato, piuttosto che investire in innovazione e progresso.
La denuncia degli operai e dei loro familiari morti in quella che possiamo chiamare moderna strage degli innocenti, non ha colpito solo la grande fabbrica infatti, perché le vittime principali sono i lavoratori, ma non secondarie o minori sono le morti di donne e bambini e anziani parenti; perché l'amianto non smetterà di mietere vittime in tutto il Paese finchè non si BONIFICHERA' il territorio infestato nei lughissimi decenni trascorsi per il suo massiccio uso sia edile che in lavorazioni industriali.
I Martiri di Casale sono da considerare morti sul lavoro, le vittime dell'amianto sul territorio morti civili?
O forse lo Stato di morte civile, é quello raggiunto da una classe intera, quella imprenditoriale, in combutta con un ceto politico che ha governato dissennatamente a scopo di profitto negli ultimi 60 anni.
Una classe imprenditoriale talmente avara e incline alla spoliazione e alla rendita, da aver selezionato finemente la competizione con edulcoranti come la Mafia e l'uso sistematico delle corruttele clientelari.
D'altronde in Italia lavorando si resta poveri...ma non é che non circoli i denari.
Quella, un'intera classe imprenditoriale corrotta e indolente, che non può assolvere la Magistratura non solo perchè non é suo precipuo compito istituzionale (é il Corpo dello Stato più conservatore che ci sia, ricordo nel caso a qualcuno sia sfuggito, di passaggio, il senso di uno Stato tripartito), perché é il giudizio politico di un intero paese che attende.
E non col silenzio lugubre di una giornata di lutto nazionale, ma nell'unica maniera che può fare chi non vuole dimenticare: continuando la lotta per la verità e la giustizia di chi purtroppo, poiché ci ha preceduto, troppo presto ci ha lasciato e non può più parlare.
Nel frattempo vale la pena di ricordare 
che il fischio delle vittime di Casale, 
non ci lascerà dormire...

La denuncia degli operai e dei loro familiari morti in quella che possiamo chiamare moderna strage degli innocenti, non ha colpito solo la grande fabbrica infatti, perché le vittime principali sono i lavoratori, ma non secondarie o minori sono le morti di donne e bambini e anziani parenti; perché l'amianto non smetterà di mietere vittime in tutto il Paese finchè non si BONIFICHERA' il territorio infestato nei lughissimi decenni trascorsi per il suo massiccio uso sia edile che in lavorazioni industriali.
I Martiri di Casale sono da considerare morti sul lavoro, le vittime dell'amianto sul territorio morti civili?
O forse lo Stato di morte civile, é quello raggiunto da una classe intera, quella imprenditoriale, in combutta con un ceto politico che ha governato dissennatamente a scopo di profitto negli ultimi 60 anni.
Una classe imprenditoriale talmente avara e incline alla spoliazione e alla rendita, da aver selezionato finemente la competizione con edulcoranti come la Mafia e l'uso sistematico delle corruttele clientelari.
D'altronde in Italia lavorando si resta poveri... ma non é che non circolino i denari.
Quella, un'intera classe imprenditoriale corrotta e indolente, che non può assolvere la Magistratura non solo perchè non é suo precipuo compito istituzionale (é il Corpo dello Stato più conservatore che ci sia, ricordo nel caso a qualcuno sia sfuggito, di passaggio, il senso di uno Stato tripartito), perché é il giudizio politico di un intero paese che attende.
E non col silenzio lugubre di una giornata di lutto nazionale, ma nell'unica maniera che può fare chi non vuole dimenticare: continuando la lotta per la verità e la giustizia di chi purtroppo, poiché ci ha preceduto, troppo presto ci ha lasciato e non può più parlare.

Nel frattempo vale la pena di ricordare che il fischio delle vittime di Casale, non ci lascerà dormire...

sabato 11 gennaio 2014

Marinaleda, il paese senza disoccupati

letto su press news web

Disoccupazione allo 0 per cento, case che costano 15 euro al mese, terre espropriate ai latifondisti e distribuite ai lavoratori. Qui la crisi non è arrivata ed oggi il comune viene preso come modello di società diversa.


 
Nel cuore dell’Andalusia, esattamente al centro del quadrilatero formato da Siviglia, Cordoba, Granada e Malaga, c’è un piccolo centro chiamato Marinaleda, dove avvengono cose fuori dal comune.
Qui il tasso di disoccupazione è dello zero per cento, comprare un appartamento costa 15 euro al mese, così come la mensa scolastica per i bambini, la terra viene lavorata a mano in maniera ecologica ed ecocompatibile.
 
Strano che ciò accada proprio nella regione colpita più duramente dalla crisi, l’Andalusia, all’interno di una Spagna vessata da durissime politiche di austerità. Ma tant’è.
Marinaleda rappresenta agli occhi di molti una sorta di moderna utopia socialista.
 
Al suo sindaco, l’alcalde Juan Manuel Sánchez Gordillo non manca proprio niente del lìder rivolucionario, quasi più sudamericano che spagnolo: barba folta e grigia, camicia aperta sul petto e pantaloni sdruciti, una passione per la lotta di classe e per i discorsi coinvolgenti.

sabato 16 novembre 2013

Rivoluzione delle stampanti 3D

Ricercatori israeliani creano un Software che ricava oggetti 3D da foto

Fonte: SingularityHub.com

Negli ultimi anni, l'abbattimento dei costi delle stampanti 3D è stato un importante fattore di innovazione tecnica e ha favorito la crescita di posti di lavoro. Il graduale ingresso di privati e piccole imprese nel campo delle stampanti 3D ha aumentato l'interesse nei confronti dell'industria – ma solo una piccola parte dell’area di mercato di $2,2 miliardi.

Una delle principali barriere che ostacola l'entrata delle aziende nel settore è la difficoltà di generare modelli 3D con il computer, i quali hanno la stessa funzione che hanno i fogli di istruzioni per le stampanti convenzionali.

In un documento che presenteranno al Siggraph Asia nel mese di Dicembre, Ariel Shamir, del Centro Interdisciplinare di Herzliya, Daniel Cohen-Or e Tao Chen dell'Università di Tel Aviv, sperano di abbattere quella barriera attraverso un software da loro sviluppato, che consente all'utente di ricavare le prime parti del modello 3D di un oggetto da una singola fotografia.
 

"L'idea chiave è potere creare oggetti 3D basati esclusivamente su singole immagini", ha detto Shamir su Singularity Hub. "Volevamo un modello che fosse semplice da utilizzare per il maggior numero di persone."

In altre parole, se qualcuno vedesse un oggetto soltanto una volta e gli scattasse una fotografia decente, se ne potrebbe stampare un prototipo il giorno stesso.

Gli utenti possono già produrre modelli 3D dalle fotografie, ma 3-Sweep rende tutto apparentemente più facile e veloce, eliminando la necessità di utilizzare costosi software CAD ad alta intensità di lavoro.

Il problema è quello che la maggior parte degli utenti di Photoshop ha riscontrato: i computer non sono molto abili nell'individuare dove finisce una immagine e ne comincia un'altra. Gli esseri umani invece lo sono. Il software, chiamato 3-Sweep, invita l'utente ad identificare per il computer semplici oggetti tridimensionali disegnando una linea attraverso ciascuno dei suoi tre assi fondamentali.
Successivamente il computer mette in evidenza l'oggetto e consente all'utente di ruotarlo, ridimensionarlo e spostarlo attraverso le tre dimensioni, semplicemente offrendo una potenza di editing in due dimensioni e un ponte per la modellazione 3D. Quando si ridimensionano e si spostano gli oggetti il software mantiene il parallelismo, la concentricità e l'ortogonalità. Può facilitare le modifiche replicando l'illuminazione e la texture di una parte dell'oggetto, applicandole ad un’altra quando l'utente segnala che una parte prelevata da un’immagine diversa fa parte dello stesso oggetto.

Il software funziona con cuboidi e cilindri, anche se sono piegati. Ma non funziona ancora per cose come un motore per qualsiasi oggetto che abbia numerose parti piccole e complesse.
"È pensato più per semplici oggetti comuni, che sono comunque una grande parte di ciò di cui la gente ha bisogno", ha detto Shamir.

Shamir e i suoi colleghi non hanno ancora deciso se rendere 3-Sweep un prodotto commerciale, ma stanno continuando a migliorare il software e hanno fatto domanda per un brevetto su quello che hanno realizzato finora, ha riferito Shamir su Singularity Hub.

Traduzione dall'inglese a cura di Lorenzo Micali, revisione di Nino Aloi e Vincenzo Barbato

mercoledì 22 febbraio 2012

offerte di lavoro

Jooble è un sito che offre la possibilità di trovare un lavoro in tutti i paesi del mondo.
Cliccando qui  http://jooble-it.com   vi si aprirà una pagina che vi porterà in ogni dove e potrete scegliere tra le numerose offerte di lavoro quella più adatta a voi.
Personalmente l'ho trovato un buon sito e quindi ho deciso di farvelo conoscere pubblicandolo nel mio blog.

I tempi sono cambiati e dunque è cambiato anche il modo di cercare lavoro.
Non mi resta che augurarvi... buona ricerca!

lunedì 20 febbraio 2012

OMSA

Il caso delle lavoratrici Omsa è in stallo, anzi, sarebbe meglio dire che è in "melina"! Eh si perché tra una richiesta, una trattativa e innumerevoli rinvii si può ben definire melina questa tiritera che (sappiamo bene) non porterà alla riassunzione del personale della fabbrica.
Come per l'Omsa così è per le tante altre fabbriche che hanno deciso di spostarsi all'esterno del territorio italiano, sfruttando la manodopera sottopagata di altri paesi dell'oriente e medioriente ma comunque facendo pagare il prodotto al consumatore a "prezzo pieno".
Quello che penso è che dopo tutte le agevolazioni che queste fabbriche hanno avuto nascendo in Italia, ora risulta ben chiara la depredazione messa in atto negli anni della loro permanenza nel nostro Paese. Ora che si sono trasferite una dopo l'altra all'estero, contribuendo così ad impoverire il PIL e contribuendo ad incrementare soltanto le proprie tasche, ripeto, sottopagando la manodopera e vendendo al dettaglio a prezzo pieno e comunque col marchio made in Italy.
E' comprensibile la rabbia delle lavoratrici Omsa (e anche di tutti gli altri lavoratori Sigma, S. Pellegrino, Benetton, Fiat... e mi fermo qui perché la lista è purtroppo lunga!) ed è insopportabile questa presa in giro mascherata da trattative tra i cassaintegrati e le istituzioni, perché lo sappiamo tutti che non farà tornare codeste fabbriche in quanto non conviene alle tasche dei titolari.

A mio avviso la cosa migliore che si possa offrire alle ragazze Omsa (senza di loro, voglio ricordarlo, le calze non sarebbero potute esserci!) è il macchinario per continuare a realizzare il loro lavoro. Diventerebbero così loro stesse imprenditrici-lavoratrici, e noi, che a quanto pare di calze non possiamo farne a meno, potremmo acquistare il loro prodotto (italianissimo) piuttosto che quello della Omsa o della S.Pellegrino (ormai straniere).
Altro che cassainegrazione e meline!
Le istituzioni, se vogliono davvero dare una mano a far crescere il PIL,d ovrebbero fare in modo che il lavoro resti in Italia, e se non riescono a convincere le fabbriche a restare, dovrebbero perlomeno agevolare i cassintegrati (cioè quelle persone che sono anche la preziosa e indispensabile manodopera) a realizzare un progetto di lavoro, di produzione di beni di consumo, acciocché la dignità di essere e il diritto al lavoro possa tornare a far parte della Costituzione italiana non solo su carta.
Non c'è più tempo per le chiacchiere vuote se vogliamo davvero che le condizioni del nostro Paese diventino migliori.