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mercoledì 17 settembre 2014

Ecco il fotovoltaico da applicare ovunque

presentato da Master in Energy Management

Flessibile, riciclabile ed efficiente. È il nuovo fotovoltaico, adatto ad essere trasportato o applicato ovunque. Elettricità a portata di mano.
 
 
È la nuova frontiera del fotovoltaico. Applicabile su moltissime superfici, efficientissimo (il triplo dei moduli in silicio amorfo) e realizzato su supporti in plastica riciclabile. Ed è prodotto in Italia, dalla fiorentina EnEco Group, specializzata proprio nel settore delle rinnovabili.

“I nostri pannelli sono studiati per essere integrati in una miriade di applicazioni”, spiega Francesco Trisolini, amministratore delegato EnEco Group. “Per l’alimentazione di batterie in auto elettriche, camper e caravan, per la refrigerazione di veicoli frigo, per l’alimentazione di aria condizionata su autobus, o per la produzione di energia di bordo nella nautica, nelle costruzioni, o in droni alimentati elettricamente, in pensiline e stazioni di ricarica e molte altre”.

I pannelli fotovoltaici vanno dai 20 watt ai 130 watt di potenza e sono prodotti in Italia, a Torino e Firenze. Realizzati per le più svariate esigenze, hanno forme che variano in base al loro possibile utilizzo e sono personalizzabili dall’utente, che può commisionarne la forma più utile per la propria applicazione.
O il prototipo di auto solare Apollo, realizzata dal Politecnico di Milano e che si è aggiudicato la Shell EcoMarathon, o ancora il sistema di ricarica delle batterie di servizio del prototipo di eco autobus realizzato da Iveco, il truck-concept Glider, un autocarro dove sono stati installati i pannelli in grado di generare fino a 2 kWh.

Energia elettrica ovunque. Per che invece vive e lavora outdoor, potrebbe diventare indispensabile, una volta provata, la Solar Power Station. È composta da un accumulatore di energia di dimensioni e peso ridotti in combinata con pannelli fotovoltaici flessibili e ipersottili.

I pannelli Tregoo sono delle vere e proprie mini centrali fotovoltaiche, pensati ad esempio per i croceristi, per gli amanti di kayak e canoa o per chi pratica il campeggio nautico. Una fonte di energia per ricaricare dispositivi GPS, satellitari, cartografi, chartplotter, radio, vhf e tutta la strumentazione necessaria per missioni outdoor.

Sono pensati inoltre per chi è costretto a operare in condizioni di emergenza, dove è fondamentale, la disponibilità di una fonte di energia.
“Le Solar Power Station Tregoo rappresentano una rivoluzione per generare energia ovunque ed infinita”, ha dichiarato Alessandro Nosei, direttore di Tregoo. “Consentono di vivere l’esperienza del viaggio in piena sicurezza, garantendo sempre  la disponibilità di una fonte per la produzione dell’energia necessaria al funzionamento degli strumenti tecnologici di supporto o per avviare gli interventi necessari in caso di emergenza”.

fonte: http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/ecco-il-fotovoltaico-da-applicare-ovunque

venerdì 6 dicembre 2013

Spagnolo inventa lampadina che dura 100 anni

la lampadina di Benito Muros
 Vedi il documentario sull'obsolescenza programmata
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Guardate la foto qui sopra. Nell’immagine è evidenziata apparentemente una semplice e comune lampadina. Ma questa lampadina ha una particolarità che la rende praticamente “immortale”: è stata sviluppata con una tecnologia (per il momento non nota) che, al contrario delle normali lampadine, non è sottoposta al fenomeno dell’obsolescenza programmata”. Cosa significa questo termine? Solitamente tutto ciò che troviamo in commercio ha una scadenza propria, una fine “programmata” che permette alle industrie di immettere sul mercato mondiale prodotti tecnologicamente sempre più avanzati e di livello superiore, a scapito di quelli già presenti.


Benito Muros

Questo avviene nell’economia industriale, soprattutto per prodotti di origine elettrica (come appunto le lampadine) o elettronica. In pratica le industrie produttrici utilizzano appositamente materiali di qualità inferiore o componenti facilmente deteriorabili che accorciano la vita del prodotto rendendolo obsoleto o inutilizzabile dopo un certo periodo di tempo, spesso in prossimità dell’uscita sul mercato di prodotti simili ma tecnologicamente più aggiornati.

Tutto questo, ovviamente, serve esclusivamente ad aumentare i fatturati commerciali. Ora però questa torbida tattica industriale sta per essere messa a rischio dall’invenzione di un giovane impiegato, Benito Muros, che lavora presso l’OEP Electrics come responsabile di un programma appositamente ideato per combattere l’obsolescenza pianificata. In pratica l’uomo ha ideato un tipo di lampadina che arriva a risparmiare dal 70% al 95% dell’energia normalmente utilizzata da una normale lampadina. Ciò vuol dire che sei voi utilizzaste una di queste lampadine per la vostra camera da letto essa sopravvivrebbe anche alla vostra dipartita, continuando a funzionare nel tempo. In più (e non è cosa da poco) essa possiede anche la caratteristica di non scottare al tatto e di non bruciarsi se sottoposta a ripetute accensioni. Un’intervista a Benito Muros:
La notizia, ovviamente positiva per tutti noi, non lo è stato però interamente per il giovane inventore spagnolo che avrebbe subito serie ma prevedibili minacce di morte per se e per i suoi familiari qualora avesse introdotto sul mercato questa nuova tecnologia. Nonostante le minacce ricevute l’uomo ha però coraggiosamente denunciato il fatto alle autorità locali dichiarando che continuerà a difendere il programma per il quale sta ancora attualmente lavorando.
Vi siete mai chiesti perché certi giocattoli si rompono subito? Perché è così faticoso trovare pezzi di ricambio per un elettrodomestico? Perché il computer che avete in casa dopo pochi mesi è già diventato un pezzo da museo? La risposta è più semplice di quanto, forse, immaginate e si racchiude in appena due parole: obsolescenza programmata. Significa che vi sono prodotti che vengono progettati e costruiti per durare poco, rompersi in fretta ed essere così continuamente sostituiti. Il ragionamento è impietoso ma chiaro: sembra che il sistemo economico-monetario che regola la nostra società stia in piedi solo se si continua a “consumare” senza sosta e per avere la certezza che ciò avvenga occorre creare il “bisogno”, la “necessità”. Quindi, cosa c’è di più efficace del mettere a disposizione dei consumatori oggetti pensati e realizzati per durare poco, in modo che vengano costantemente ricomprati? Un video che tratta l’argomento:
Fonti:
www.vice.com/es/read/benito-muros-quiere-cambiar-el-mundo-ha-comenzado-por-las-bombillas
www.eleconomista.es/hpymes/noticias/4290506/10/12/Me-persiguen-por-crear-una-bombilla-que-no-se-funde.html?utm_source=crosslink&utm_medium=twitter
Per completezza d’informazione, vi informiamo che esiste anche un’intervista a tale Leon, un presunto ex socio di Muros che cerca di denigrare l’invenzione in questione spiegando che la lampadina ideata da Muros non sarebbe “infinita” ma facilmente riparabile a basso costo. Inoltre si allude a spostamenti finanziari non poco chiari da parte dell’ideatore del progetto. Non sappiamo se queste dichiarazioni corrispondano al vero ma la cosa curiosa è che questa seconda intervista è stata fatta dallo stesso sito web che ha intervistato Muros circa un mese prima. Ecco il link:
www.vice.com/es/read/entrevista-ferran-leon-benito-muros

Ad ogni modo esiste un sito ufficiale del prodotto disponibile al seguente indirizzo: www.oepelectrics.es


Fonte: pianetablunews.wordpress.com

domenica 20 maggio 2012

Annientare la crisi economica si può! (parte 2)


Un esempio di innovazione tecnologica è il baco da seta, produttore di un polimero naturale non tossico che troviamo già nell’ecosistema. Attualmente i polimeri sono prodotti dall’industria petrolchimica, e ciò ha privato l’agricoltura di milioni di tonnellate di fertilizzante (i vermi convertono le foglie in nutrimento per la terra). Un’impresa cinese ha ripreso questo processo naturale e lo ha utilizzato nel settore manifatturiero per rigenerare e mantenere la fertilità dei terreni e garantire la sicurezza alimentare (e per una popolazione mondiale in crescita ciò diventa fondamentale). 

Altro esempio: la tela del ragno. Un gruppo di ricercatori della Oxford University studiando in che modo il ragno produce e ricicla la sua tela ha progettato, e produce oggi, conduttori per la rigenerazione di nervi e tessuti ossei, filamenti per suture mediche, e un materiale utilizzato per sostituire il titanio in svariati prodotti come rasoi o componenti degli aerei. Ciò significa meno energia per produrre (pensiamo all’attuale ciclo produttivo del titanio), meno dipendenza dai combustibili fossili, e meno aumento dei gas serra. E ovviamente, la rigenerazione dei terreni a vantaggio dell’agricoltura, e posti di lavoro. 

Altro esempio già in essere. Se isoliamo la CO2 emessa dalla produzione di una centrale elettrica basata sul carbone possiamo solo ridurre l’inquinamento. Se però usiamo la capacità di trattenere l’acqua e produrre alghe dalla CO2 emessa dalle centrali idroelettriche esistenti ne trarremo il doppio vantaggio di eliminare le emissioni e produrre biocarburante. Il novanta per cento dell’infrastruttura per fare ciò è già pronto e finanziato, richiede oggigiorno solo una piccola aggiunta in termini di investimento e un nuovo flusso di capitali per il biocarburante che sarebbe più che compensativo dei costi se compariamo ciò con l’imissione di CO2 relativa all’industria del petrolio. 

In Brasile con questo approccio sono riusciti a produrre quattro flussi di denaro:

Carbon Credits (certificato negoziabile che rappresenta il diritto di emettere una tonnellata di biossido di carbonio, ha lo scopo di riequilibrare le emissioni a livello globale con l’obiettivo di ingenerare nuovi meccanismi di mercato e guidare i processi industriali e commerciali in una direzione che generi il piu basso impatto di emissioni possibile);
- utilizzo alimentare della spirulina (un’alga usata fin dall’antichità);
- carburanti prodotti da lipidi e acidi delle alghe;
- utilizzo nell’industria cosmetica.

La gestione della odierna mole di rifiuti prodotta dall’uomo (specialmente da agricoltura), tramite questo approccio, trova profonda ispirazione osservando il comportamento della natura e dell’ecosistema. Come nel caso dello zucchero. 
Il contenuto di zucchero nella canna è del 10-15 per cento. Ogni tonnellata di zucchero produce solo il 10-15 per cento di biomassa. Il resto sono rifiuti conosciuti come “bagasse” (il residuo della pianta). La bagasse è generalmente incenerita e fornisce una scarsa risorsa energetica. Mentre i sistemi naturali raramente utilizzano il fuoco come una risorsa energetica, noi umani utilizziamo il fuoco per ogni cosa. Per noi “bruciare” sembra spesso il modo migliore di progredire, ma ignoriamo che esistono opzioni migliori. 

La sola componente della bagasse che realmente fornisce energia è la lignina (sostanza polimerica amorfa formante con la cellulosa le cellule legnose nei vegetali, ndt). Il resto, cellulosa ed emicellulosa producono emissionii massicce di CO2 poiché tali sostanze bruciano senza contribuire in maniera proficua al riscaldamento delle case, ecc. 
Per ripensare in “senso ecologico” all’utilizzo della bagasse bisogna puntare su imprese che da esse producano carta e cartone. Certo l’industria della carta arguisce che non è un buon tipo di fibra, ma se vediamo i nuovi sistemi di produzione capiamo che una tale miopia deriva da decenni di ricerca e sviluppo, e soprattutto che ciò non solo è fattibile ma persino conveniente. 
Questa fibra tropicale non incide nella catena produttiva della carta, le cui maggiori scorte derivano da alberi come pini ed eucalipti, presenti massicciamente in tutto il mondo. 

In ogni caso, un rapido calcolo produce alcune straordinari dati. Alla velocità di 15-30 tonnellate all’anno per acro la bagasse fornisce 100-200 tonnellate di fibre, contro i 7 anni richiesti agli alberi di pino per raggiungere la maturità. In termini di fibre la canna da zucchero vince persino sui migliori alberi di pino geneticamente modificati. Carta o inquinamento dunque? 

Gli impianti solari poi, sono già una industria emergente e con ottimi proventi in Spagna. Dal 2050 gli investimenti annuali sugli impianti solari supereranno i 100 miliardi di dollari creando più di 2 milioni di posti di lavoro ed evitando l’emissione di 2,1 miliardi di CO2 nell’atmosfera. 

Altro esempio di tecnologia in sviluppo è quella dei vortici. Un vortice può rimuovere aria, sale e altre impurità utilizzando la sola forza di gravità. La tecnologia dei vortici permette per esempio, in palazzi di dieci piani, all’acqua di scorrere nei bagni di appartamenti sottostanti per essere riutilizzata riducendo notevolmente lo spreco d’acqua. 
Dallo sviluppo di tale tecnologia ne trarrebbe vantaggio anche l’industria chimica utilizzandola per purificare l’acqua da contaminanti vari. 

Altro esempio ancora. La produzione d’un elettrodomestico come il frigo. Per creare ghiaccio ha bisogno sia di acqua sia di aria, e prevede un notevole consumo di energia. Allo stesso modo che per gli impianti sportivi per il pattinaggio, l’hokey. 
Molte famiglie hanno notevoli costi di energia per mantenere tali elettrodomestici, così come molte città hanno costi spropositati per gli impianti. Con la tecnologia del vortice viene eliminata l’aria nella fase di produzione del ghiaccio con un notevole contributo in termini di risparmio energetico annuale, riduzione dei costi e delle emissioni di gas serra. 

Altro esempio. Un’iniziativa dell’impresa Carmenza Jaramillo in cooperazione con l’Associazione dei coltivatori di caffé ha dimostrato le possibilità, dei rifiuti delle biomasse di imprese agricole di caffé, di produrre cibo, dando prova che dai rifiuti agricoli è possibile generare flussi di denaro e lavoro, salvaguardando allo stesso tempo quella sicurezza alimentare fondamentale per la specie umana. 

La ricerca, partita nel 1994 dal lavoro pioneristico del professor Shu-thing Chang dell’Università Cinese di Hong Kong, mostra come alcune specie di funghi siano coltivati su un substrato di rifiuti di caffé e scarti di alberi di quercia. 
Ivana Milenkovic dell’Università di Belgrado ha contribuito alla ricerca scientifica stabilendo che dopo la raccolta dei funghi il substrato può essere consumato come cibo per gli animali. L’approviggionamento di funghi e le proteine animali aumentano le entrate economiche. Questo sistema ha impatti positivi sull’approvigionamento di cibo e crea un notevole sviluppo economico locale. 
Come risultato oggi si stima che 10 mila persone hanno trovato lavoro in modo diretto o indiretto in questo indotto, come per la distribuzione o il packaging. 

In Zimbawe invece, il programma per risollevare dalla povertà gli orfani con capofila Chido Govero, prevede uno sviluppo di posti di lavoro che supera i 50 milioni se tutte le aziende di caffé attorno al mondo applicheranno questo approccio a cascata per la fertilizzazione dei terreni. E se tale programma venisse esteso alle aziende agricole produttrici di tè e mele il potenziale occupazionale salirebbe a 100 milioni di posti di lavoro. 

Per rendere l’idea dobbiamo immaginare che la capacità potenziale di generare cibo supererebbe la quantità di tonno prodotta oggi nel mondo. Molti progetti introdurranno la Blu Economy. 

Gli imprenditori intorno al mondo stanno cercando i modi di utilizzare i principi della fisica e della chimica della natura attraverso il “metodo a cascata” e la produzione di energia in piena armonia e tramite riciclo. Stanno accumulando ricchezza, generando valore e fornendo lavoro utilizzando ciò che è già sviluppabile in termini di impresa. 

Nella Blu Economy i modelli insostenibili di produzione e consumo verranno superati ed eliminati. Il ciclo vizioso di sfruttamento dei lavoratori e del Pianeta, con la sempre più massiva produzione di emissioni carboniche, cesserà. Diventerà un ciclo virtuoso che utilizzerà ciò che è sviluppabile, che accresce il capitale sociale, e incrementa quell’innovazione del mercato che aiuterà a far incontrare i bisogni fondamentali di tutti.    
  
fonte: Ode, Copenaghen Climate Conference Special Ediction, 2010


Annientare la crisi economica si può! (parte 1)

Oggi condivido un articolo che tratta della Blu Economy: il modo più semplice e naturale per governare serenamente l'esistenza mondiale dei regni animale, vegetale, minerale.


Dalla natura i sistemi per innovare,

migliorare la salute umana e creare lavoro

 

Di Gunter Pauli (traduzione: Andrea Spartaco)


Il salto dell’umanità verso la sostenibilità richiede molto più che il solo svilupparci con caratteristiche ecologiche o programmi di riciclo dei rifiuti. Possiamo parlare concretamente di sostenibilità quando progettiamo i nostri sistemi di vita guardando al modo in cui si evolve e funziona l’ecosistema. Guardando alle connessioni dell’ecosistema, alla creazione di reti di reti dove ognuna contribuisce al meglio delle sue abilità, all’operare attraverso principi gestionali consapevoli dei limiti del consumo di territori ed energia.
L’economia tradizionale pensa che solo la concezione industriale del lavoro possa accrescere la produttività. La natura fa meglio.

In tempo di crisi con milioni di posti di lavoro persi abbiamo bisogno di mettere in moto la maccchina del “lavoro blu”. La natura e i sistemi in essa già presenti ci mostra il modo giusto, per il pianeta e le future generazioni, di sviluppare l’economia e produrre posti di lavoro.

Oggi sappiamo che i modelli di mercato hanno fallito. I modelli fondati sul surplus inutile e sulla finanza creativa hanno solo aumentato il debito pubblico e la contaminazione di suoli e acqua, portandoci al collasso. Hanno fallito anche i modelli e il business della Green Economy e l’idea che se i consumatori pagano di più per ridurre il consumo di petrolio e carbone e il loro impatto sull’ecosistema, si fanno più affari e si produce più capitale. 

Quando i governi combattono il debito pubblico e milioni di persone non sono più sicure di trovare un lavoro, come possono essere motivate a spendere? 
E la logica del “far meno danni”, come sostituire con un’alternativa meno tossica un processo tossico. Un esempio è l’approccio dei miliardi di dollari investiti in batterie meno tossiche e più longeve. In sostanza le industrie ricevono agevolazioni finanziarie per inquinare meno ma continuano a inquinare. Meno non significa “non inquinare”. 

La Blue Economy ripensa questa idea distorta di sviluppo economico come già fatto sull’emisione di cfc dannosi per lo strato di ozono e per la conservazione della nostra specie e perciò eliminati e sostituiti con altro (con notevole impatto di mercato). In tal senso Lìla Blu Economy supera la Green Economy perché quest’ultima non è programmata sulla salute pubblica o su investimenti che offrono la possibilità di preservare i territori e la loro stessa economia. La Blu Economy, invece, si fonda sulla messa in gioco di quelle regole e processi di buon senso già presenti in natura. È identica nel “primo” come nel “terzo mondo”, e produce reddito piuttosto che promesse. Produce lavoro. 

Il biomimetismo è un esempio: ha già mostrato come la natura può insegnarci a fare economia. 
Nella Blu Economy la sostenibilità è sostituita da tecnologie innovative in un sistema che integra abitanti e territori. 
Ogni territorio ha bisiogno di analisi pragmatiche per ottenere sostenibilità ed efficienza delle risorse. 
I principi della Blu Economy sono già stati adottati dal mercato, la sostenibilità si ottiene creando un valore economico. 
Il business può diventare più efficiente, produrre posti di lavoro, diminuire i costi sociali e rischi di conaminazione ambientale. 
L’impresa può esser sviluppata in modo sostenibile offrendo lavoro, prodotti validi ed equità sociale. 

La Blu Economy si articola su una serie di principi. Principio centrale è produrre cibo ed energia come fanno le cascate in natura. Una cascata non richiede potenza, scorre con la forza di gravità. Trasporta nutrienti attraverso differenti “regni biologici”, assorbe minerali cibandosi di microrganismi, ma poi i microrganismi si cibano di piante, le piante di altre specie, e i rifiuti dell’uno diventano cibo per un altro. 
Questo approccio ci guida verso una sostenibilità ottenuta attraverso la riduzione o l’eliminazione degli imput di energia e dei rifiuti prodotti, oltre che dei suoi costi non solo in termini di contaminazione ma anche come uso inefficiente dei materiali. 
Nell’ecosistema non esiste il rifiuto (così come lo ha concepito l’uomo), perché in natura dallo scarto di un processo nascono gli imput per un altro processo. E in natura prosperano altri principi conformi a quella che chiamiamo “gestione sostenibile”.

Come:

- tutti gli aspetti sono sostenibili; 
- le tossine sono contenibili;
- utilizzare ciò che è localmente sviluppabile tenendo conto che le risorse energetiche dipendono dalle leggi della fisica;
- rispondere ai bisogni umani e ambientali;
- sviluppare un alto livello di efficienza energetica;
- stimolare flussi di reddito multipli (diverse tipologie di attività creano un ritorno sugli investimenti);
- non abbandonare rifiuti, ogni cosa genera valore;
- ognuno di noi gioca un ruolo chiave;
- utilizzare un “insieme di innovazioni” per risolvere un “problema di sistema”.