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venerdì 12 maggio 2017

Giorgiana Masi

Nulla di misterioso in quella morte

articolo di Rossella Marchini pubblicato Giovedì, 11 Maggio 2017 su DinamoPress


Il 12 maggio di 40 anni fa, veniva uccisa Giorgiana Masi. Un racconto-ricordo di chi in quelle piazze c'era. Contro i tentativi di revisionismo degli assassini in borghese, sponsorizzati da Repubblica. Alle 18 presidio e casserolata sul Ponte Garibaldi.

«Hanno sparato a una compagna. È successo sul ponte...a Trastevere». Così ho scoperto della morte di quella che poi, più tardi, avrei saputo chiamarsi Giorgiana. Giorgiana Masi.
Erano ore che in piccoli gruppi cercavamo di entrare in quelle piazze (piazza Navona, La Cancelleria, Campo dei Fiori), le nostre, quelle del movimento. Ci provavamo, ma con violenza ci veniva impedito. Noi quel giorno in piazza volevamo starci, volevamo essere a piazza Navona per partecipare alla festa organizzata dai radicali per l’anniversario del referendum sul divorzio.
Francesco Cossiga, il ministro degli interni democristiano, Kossiga l’americano, aveva vietato tutte le manifestazioni, dopo quella del 12 marzo dove, per ore quelle stesse strade erano state attraversate in lungo e largo da un corteo di 100 mila persone e dalla loro rabbia per un altro assassinio, quello di Francesco Lo Russo, lo studente bolognese di Lotta Continua colpito da una pallottola di un carabiniere.
Da subito non sono riuscita a entrare a piazza Navona. Non ci sono proprio arrivata. Era impossibile. Uno schieramento di blindati, non tecnologicamente sofisticato come gli attuali, ma ugualmente impenetrabile, bloccava tutte le vie di accesso alla piazza e ad ogni nostro tentativo di entrare partivano le cariche. 


Corse infinite, in mezzo al fumo dei lacrimogeni, per poi ritrovarsi in gruppo e ripartire. Iniziammo a sentire colpi di arma da fuoco, anche se a me, che non lo avevo capito, sembravano dei botti, che comunque mi terrorizzavano. Decidemmo con le compagne e i compagni che si erano uniti a noi di andare avanti, entrare in una piazza.
Quei ragazzi con la pistola in pugno, vestiti come i nostri compagni, li vedemmo subito. A piazza della Cancelleria, a corso Vittorio si muovevano con disinvoltura fra i blindati e gli agenti schierati.
Ma nessuno, tra noi, mostrò di avere paura e quando ci ripenso - perché a Giorgiana non abbiamo mai smesso di pensarci e alcune di noi, con quel nome, hanno voluto chiamare le proprie figlie, oggi meravigliose donne e nostre compagne - ricordo la paura, la corsa fra le vie del quartiere Rinascimento, il respiro che ti manca, mentre gli occhi bruciano. Non solo questo.
Rivedo le mie compagne, le gonne a fiori, gli zoccoli olandesi che portavamo tutte e con i quali riuscivamo persino a correre. Si, correvamo con il fiato in gola e “loro” dietro. Ci facevano paura, ma continuavamo. Per ore.
Ci ritrovammo dopo molto tempo rinchiuse a Campo dei Fiori, non si poteva uscire. Non so come riuscimmo ad ottenere l’apertura di una via per poter defluire verso Trastevere. Una trappola, fummo caricate su ponte Garibaldi. È lì che fu uccisa Giorgiana, dopo sette ore di scontri.
L’omicidio di Giorgiana Masi è stato definito un “mistero italiano”. Per noi non c’è stato mai nessun mistero. Come è morta Giorgiana lo sappiamo da quella sera in cui ci arrivò la notizia, alla fine di una giornata convulsa, violenta, drammatica.
Sconvolte e ammutolite per il dolore, fummo annichilite dalle prime dichiarazioni “ufficiali” che cercavano di addossare la responsabilità al “fuoco amico”. Si disse che all’interno del corteo c’erano uomini armati, ma non appartenevano alle forze dell’ordine.
Le immagini, allora non così numerose come avviene da Genova in poi, degli agenti in borghese che sparano, smentiranno il Questore che negava la loro presenza in piazza. Francesco Cossiga fu costretto a chiedere scusa in Parlamento per aver mentito, negandolo.
Le inchieste che seguirono a quell’omicidio non hanno mai fatto luce sugli avvenimenti. Dopo quattro anni, il caso è stato archiviato per mancanza di prove e gli autori dell’omicidio rimasti ignoti.


Oggi esce un libro che racconta la vita dell’agente in borghese ritratto nella foto che Tano D’Amico scattò quel giorno, il poliziotto Santone, quello con il borsello a tracolla, piegato davanti a una macchina. Lo stesso che pochi giorni fa, come anticipazione di un prossimo libro, su “la Repubblica” dichiara in un’intervista: «L’Espresso scrisse che eravamo infiltrati fra i manifestanti. Non era vero. Eravamo guardie di pubblica sicurezza e come tali non obbligati alla divisa».
«Ero un ragazzo che seguiva la moda».
«La borsa di Tolfa serviva per le sigarette, la carta igienica, i gettoni, il portafoglio».
«Cossiga fu il più grande Ministro degli Interni di sempre. Non sapeva niente dell’ordine pubblico di quel giorno».
Per noi che quel giorno eravamo insieme a Giorgiana e tanti e tante altre a rivendicare diritti e libertà di manifestare, per festeggiare una vittoria di tre anni prima, è insopportabile che si trasformi in una vittima chi fu protagonista, con molti altri, di quel massacro.
Erano anni meravigliosi, quelli. Gli anni di grandi battaglie, di grandi conquiste. Il movimento delle donne si riappropriava dello spazio pubblico e costruiva luoghi separati di discussione.
Da quel giorno, si iniziò a tessere un’altra narrazione, sulla “paura” che avrebbe da allora costretto i cittadini di Roma a non uscire di casa, fino a risorgere con l’estate romana di Renato Nicolini. Un’altra delle tante narrazioni tossiche ad accompagnare una strategia della tensione che sarebbe continuata con i tanti attentati alla democrazia che seguirono.
Quel giorno il movimento non ebbe paura ad essere nelle strade, né ad uscire di casa, né a sfidare le imposizioni di Cossiga.
Da allora sappiamo che nulla di misterioso è in quella morte.


mercoledì 19 ottobre 2016

Quello che non sapevate su Bayer

Il capitalismo puzza di morte e la sua storia è un fiume di sangue. Sapevatelo!!

Ecco, per esempio, il vero volto del 
colosso Bayer che ha appena acquistato Monsanto per 59 miliardi di euro:

QUANDO LA BAYER COMPRAVA "LOTTI DI DONNE" AD AUSCHWITZ


Sotto il regime nazista, Bayer, ai tempi filiale del consorzio chimico IG Farben, condusse numerosi esperimenti medici sui deportati che prelevava nei campi di
concentramento.
Ecco alcuni estratti da cinque lettere indirizzate dalla Bayer al comandante del campo di Auschwitz, pubblicati nel numero di febbraio 1947 dal "Patriote Résistant".
Le lettere, trovate dall'Armata Rossa dopo la liberazione di Auschwitz, sono datate aprile- maggio 1943.


Prima lettera:

"Stiamo progettando di sperimentare un farmaco soporifero, sarebbe possibile metterci a disposizione alcune donne? E a quali condizioni, comprese le formalità concernenti il trasporto nel caso queste donne facciano al caso nostro?".

Seconda lettera:

"Abbiamo ricevuto la vostra lettera. Considerando esagerato il prezzo di 200 marchi ve ne offriamo 170 per capo. Ci servono 150 donne".

Terza lettera:

"D'accordo per il prezzo convenuto. Preparateci un lotto di 150 donne sane che noi manderemo a prelevare quanto prima".

Quarta lettera:

"Abbiamo a disposizione il lotto di 150 donne. La vostra richiesta è stata soddisfatta nonostante i soggetti siano indeboliti e smunti. Vi terremo informati sui risultati degli esperimenti".

Quinta lettera:

"Non è stato possibile concludere gli esperimenti. I soggetti sono morti. Vi scriveremo presto per chiedervi di preparare un altro lotto".

IG Farben, il consorzio Bayer, ha anche fornito lo Zyklon B utilizzato per le camere a gas, e ha impiegato massicciamente la manodopera dei campi di concentramento nelle sue fabbriche. Condannata allo scioglimento per crimini contro l'umanità a Norimberga, IG Farben è tuttora in possesso d'uno statuto giuridico, malgrado il suo smantellamento tra le società Bayer, BASF et Hôchst.
A quando la Norimberga del capitalismo?

 

Le capitalisme pue la mort et son histoire est une rivière de sang. Voilà, par exemple, le vrai visage de la firme colossale Bayer qui vient de se payer Monsanto pour 59…
blogyy.net


giovedì 14 gennaio 2016

A Colonia? Il sì (ideale) delle femministe (le mie riflessioni su questo articolo)


Azz! (esclamo con sarcasmo)
E ora vediamo cosa c'è da esultare per questa fine-silenzio delle "femministe" (italiane).
(oh ma, perché tra virgolette la parola "femministe"? perché quelle vere -e anche un po' incazzate- da un bel pezzo le ho perse di vista, tra questi silenzi, queste mille polemiche, queste infinite meline del menga, questi ragionamenti "intellettualoidi" che nella pratica non aiutano proprio nessuno...) 
 
 

l'articolo è di Giusi Fasano e Luisa Pronzato, pubblicato su 27esimaora.corriere.it
 
Direzione Colonia, promettono quasi tutte. Andare perché serve farsi sentire. Perché è tornata l’ora di riprendersi la piazza. Per dare più forza a libertà ancora fragili. E senza temere strumentalizzazioni.

E perché solo a Colonia, quando queste violazioni sono accadute anche in altri Paesi dell'Europa? Cos'è?! la città simbolo? E a cosa serve farsi sentire per un giorno soltanto? A riprendersi la piazza? Ma veramente fate sul serio?!?!
 
Ma chi sta davvero andando al carnevale renano del 4 febbraio?
«Ci organizzeremo», «cercherò di esserci», «magari ci accordiamo per andarci in macchina» sono le risposte di chi annuncia di voler partecipare.
Il passaparola ha scavalcato confini politici e differenze di posizione e per una volta la risposta della variegata galassia femminista italiana sembra compatta: andare a Colonia, al momento luogo ideale per mostrare al mondo che le donne sanno e vogliono difendere le libertà conquistate.

Per come la pensa questa femminista-nella-variegata-galassia-femminista (non dico italiana perché mi sento cittadina del mondo) non vedo Colonia come il luogo ideale per dimostrare di voler difendere le libertà conquistate. (non ne farei la città-simbolo)
Per come la vedo, dovevamo esserci e dimostrare qui e da subito! e avremmo anche dovuto non fermarci al raduno-dimostrazione di un giorno (che come sappiamo bene non c'è neanche stato, non ancora, né da vicino né da lontano. Niente manifestazione di solidarietà!).
Per come la vedo, dovevamo fare rete nell'immediato (vabbeh, diciamo che non è troppo tardi) e andare avanti ad oltranza con iniziative pratiche per "prenderci la piazza" (e non RI-prenderci, perché considerato quanto accade tutti giorni in tutti i luoghi del mondo, la piazza ce l'hanno sfilata da sotto i piedi. A tutte. Così è, per ogni diritto leso, da una parte all'altra del globo).

Tutte alla Weiberfastnacht, la giornata femminile del Carnevale: per chiedere e regalare un bacio ai passanti, come vuole la tradizione, ma soprattutto per ristabilire fra la violenza e il corpo delle donne quella distanza che i fatti di Capodanno hanno pericolosamente accorciato. Ma per ora sono dichiarazioni d’intenti, dicevamo, mentre le femministe tedesche tacciono e in Italia, per quanto la parola d’ordine sembrerebbe «partecipare», in realtà nessuno si è ancora organizzato per gli spostamenti e le modalità di adesione.
Invita alla trasferta tedesca una femminista storica come Lea Melandri:
«È chiaro che in questo caso c’è una componente che riguarda i migranti e la loro integrazione ma facciamoci caso, ancora una volta l’odio si manifesta contro il corpo delle donne, originaria forma di dominio che riguarda la relazione fra i sessi. Io dico: andare a Colonia, sì, ma manifestiamo anche in Italia. Non lasciamo che dopo tutto questo si seppellisca di nuovo la questione femminile».

Embeh cara Lea, non credo proprio che questo c'entri con l'integrazione dei migranti (sono tanti ad essere integrati), qui c'entra il terrorismo. Quanto è accaduto, è stato -chiamiamolo per nome e cognome- un attacco terroristico rivolto contro le donne. E non è la prima volta che accade! (puoi chiederlo alle donne yazide tanto per... ma non solo).
E invece per quanto riguarda la "questione femminile" che secondo te rischia di essere "seppellita di nuovo" ... qui di seppellimenti ci sono solo quelli delle donne che continuano ad essere uccise e violate tutti i giorni in ogni parte del mondo. E finché ci sarà ancora un solo luogo in cui il diritto di essere donna-persona non viene rispettato, ci dobbiamo sentire tutte parte lesa. Coesione!

Cristina Comencini, di «Se Non Ora Quando – Libere», non ha dubbi:
«Bisogna andare tutti quanti e vorrei maschi che venissero a dimostrare di essere illuminati. Per le donne all’ordine del giorno c’è la libertà. Punto».
Pensando al 4 febbraio di Colonia, dice, «mi sono ricordata di un convegno di femministe a Paestum negli anni Settanta. Gli uomini non ci volevano e si fecero trovare lungo i muri con i pantaloni tirati giù. Siamo andate avanti lo stesso, senza guardarli, e abbiamo vinto noi».

Una grande vittoria duratura, Cristina, complimenti per l'audacia dimostrata in passato! Tuttavia i risultati si vedono tutti i giorni in ogni luogo d'Italia. E si vedono anche nelle esemplari punizioni che la giustizia dello stivale propina agli stupratori e assassini nostrani. Non ti accorgi che anche la nostra libertà di scelta e partecipazione è compromessa? Ci siamo arenate! Ci siamo assopite sulle conquiste fatte, che ora ci stanno sfilando una ad una.

«Se Non Ora Quando – Factory» ritiene fondamentale la mobilitazione di donne uomini.
«Prima di andare in Germania dovremmo anche interrogarci sul machismo che esiste in tutte le culture, non soltanto di quella islamica» premette Loredana Taddei. Che aggiunge: «Vorrei far notare che mentre discutiamo di Colonia da noi hanno ammazzato cinque donne…».

Perciò vorrei farti notare cara Loredana, che già per le nostre battaglie nazionali ci siamo bloccate, ci siamo appisolate sulle chiacchiere che si fanno a iosa, che si sentono e leggono a dismisura (ma le parole non fanno rumore!), mentre invece sul da farsi nulla accade: né per quanto riguarda l'educazione a scuola, né per quanto riguarda le pubblicità sessiste, né per quanto riguarda i programmi proposti dalla tv ormai completamente spazzatura, che invece potrebbe fare molto per disperdere il germe della violenza e della supremazia del patriarcato. Chi invece fa sono quelle realtà autogestite che lavorano sul campo e a cui le donne possono rivolgersi direttamente (ma questo è un altro capitolo ... non voglio arrivare a parlare pure dell'emendamento Giuliani).
 
La scrittrice italiana Lorella Zanardo, autrice del documentario Il corpo delle donne , è per la giornata di Colonia, «assolutamente».
«E basta temere le strumentalizzazioni, per favore. Se siamo forti e determinate nessuno potrà mettere bandiere sulla nostra testa. C’è il rischio certo, ma io sono molto attenta e molto brava a non farmi strumentalizzare, facciamolo tutte. Sarebbe più pericoloso chinare la testa».

(clic: mi piace) E con te Lorella, mi trovo a concordare con quanto affermi. Semplicemente d'accordo, tranne che "per la giornata di Colonia" in quanto dovrebbe essere "la giornata dell'Europa" considerato che si è voluto colpire le donne europee in diversi paesi (non solo in Germania). 
Un luogo vale l'altro, a questo punto. E allora perché non farlo qui come anche lì? E inoltre, un giorno soltanto (mi ripeto) a cosa serve? Abbiamo la necessità di essere forti, determinate, unite e specialmente costanti nel tempo.

L’Unione Donne Italiane è invece così convinta della giornata tedesca del 4 febbraio che per chi non potrà permettersi la trasferta sta pensando di organizzare in parallelo il 4 febbraio italiano. Vittoria Tola dice che per l’occasione si può rispolverare un vecchio slogan: «La notte ci piace, vogliamo uscire in pace».

(clic: mi piace) Ma comunque abbiamo la necessità di essere forti, determinate, unite e specialmente costanti nel tempo in tutto questo, anche per poter ottenere in modo permanente di poter 'uscire in pace'.

«Sarà un terreno scivoloso e pericoloso perché ci sarà chi vorrà usare il 4 febbraio contro gli islamici, indistintamente. Ma noi ci distingueremo dalle tendenze xenofobe. Vogliamo esserci e ci saremo» annunciano le dirigenti nazionali di Dire (Donne in rete contro la violenza) con le parole di Lella Palladino.

(clic: mi piace) Infatti non si tratta di criminalizzare l’Islam, né tutti gli immigrati, bensì di capire, segnando il confine tra l’accoglienza e l’abuso, tra l’integrazione e l’arroganza.

«Aderiamo ma sia chiaro che prendiamo le distanze dalle dichiarazioni razziste» tengono a precisare anche Barbara Mapelli e Laura Quadriole, Casa delle donne di Milano,

(clic: mi piace) E così deve essere. Più che giusto prendere le distanze dalle dichiarazioni razziste, poiché c'è differenza tra criminale e immigrato. Non ci piove!

mentre Marina Cosi (associazione Giulia) e Daniela Brancati (premio immagine amiche dell’Udi) parlano a titolo personale anticipando un’adesione «necessaria» per ribadire una volta di più la «libertà di camminare per strada e andare in discoteca senza rischiare nulla» o il fatto che «non conta essere di destra o di sinistra perché la libertà e la verità fanno bene a tutti».

(clic: mi piace) Ma comunque sia "abbiamo necessità di essere forti, determinate, unite e specialmente costanti nel tempo in tutto questo, per poter ottenere in modo permanente 'la libertà di camminare per strada e andare in discoteca senza rischiare nulla'."

Giorgia Serughetti è una voce giovane che si fa sentire dal blog delle ragazze di Femministerie  Per dire che anche loro accolgono l’idea della manifestazione di Colonia lanciata da Maria Latella, «ma a una condizione: che non sia la manifestazione di donne “occidentali” contro una cultura “altra”, ma un momento di alleanza tra donne di ogni cultura e religione, migranti e native, con velo, senza velo».

(clic: mi piace) 

A questo punto, non voglio parlare dell'emendamento Giuliani su cui stenderei una pesante coltre pietosa (ma rimando comunque all'AGGIORNAMENTO ORE 15 DEL 17 DICEMBRE che comunica quanto segue: "alcuni firmatari dell’emendamento Giuliani sarebbero intenzionati a fare marcia indietro, avendo compreso di aver sottoscritto una proposta sbagliata".
E non voglio parlare neanche delle falle del sistema anti tratta italiano (dove stenderei un'altra pesante coltre pietosa), però vi posto lo stesso l'informazione cosicché se avrete voglia di rinfrescarvi le idee poi ne possiamo pure parlare di fare chiarezza sul da farsi, sul risvegliarsi, sull'essere forti, coese, coerenti...
Ma bensì suggerisco la lettura dell'articolo di Marcello Foa
"Nelle piazze tedesche è stato praticato il Taharrush, il “gioco” dello stupro e non è una supposizione giornalistica ma la conclusione a cui è giunta la Polizia federale tedesca, che ora è molto preoccupata perché teme il ripetersi di questi episodi." (...) "Nessuno pensa che tutti gli islamici pratichino il Taharrush. Al contrario: nel Maghreb le autorità arabe e la maggior parte degli Imam condannano e perseguono il comportamento disumano compiuto da piccole minoranze".

domenica 10 gennaio 2016

La polizia tedesca copre casi di stupro per “non legittimare le critiche alla migrazione di massa”

Come riporta il sito infowars, iniziano a manifestarsi in Germania i prevedibili problemi legati all’immigrazione di massa. La polizia tedesca sta cercando di mettere a tacere gli episodi, ma vengono segnalati molti crimini a sfondo sessuale legati alla presenza dei migranti, al punto che le scuole stanno “consigliando” codici di comportamento e abbigliamento agli studenti tedeschi per scoraggiare le aggressioni. La sciocca pretesa che l’accoglienza di milioni di persone disperate sia “una risorsa” per la società che se ne fa carico, si scontra con la dura realtà. E come al solito, la negazione di un problema provoca soltanto la sua esasperazione.

Di Paul Joseph Watson, 23 settembre 2015

La polizia in Germania sta mettendo a tacere un’ondata di stupri di bambini commessi da migranti musulmani nei pressi di campi profughi per non “legittimare” critiche alla migrazione di massa, secondo i media locali.

Il Gatestone Institute ha compilato una lista delle innumerevoli violazioni commesse dai richiedenti asilo prevalentemente musulmani nel corso degli ultimi mesi.
Uno di questi casi ha coinvolto una ragazza di 13 anni che è stata violentata in un campo di migranti a Detmold, una città della Germania centro-occidentale. La ragazza e sua madre erano originariamente fuggite dal Medio Oriente per scampare agli abusi sessuali nel loro Paese, solo per essere vittime di un richiedente asilo proveniente dallo stesso Paese.
Temendo che la diffusione della notizia della violenza potesse portare a “dimostrazioni di destra”, la polizia ha nascosto l’incidente.

“Anche se lo stupro è avvenuto nel mese di giugno, la polizia ha taciuto per quasi tre mesi, fino a quando i media locali hanno pubblicato un racconto del crimine,” scrive Soeren Kern.
“Secondo un commento editoriale del giornale Westfalen-Blatt, la polizia si rifiuta di rendere pubblici i crimini che coinvolgono rifugiati e migranti perché non vogliono dare legittimità ai critici della migrazione di massa”.

Secondo Kern, le donne nei campi vengono pagate 10 euro per fare sesso con gli uomini richiedenti asilo, che compongono l’80% della popolazione nei centri per migranti. Le guardie del campo chiudono un occhio sulla prostituzione perché guadagnano col traffico di droga e armi.

L’articolo elenca una serie di altri stupri di adolescenti tedeschi – incluso quello di un ragazzo di 14 anni violentato all’interno di una carrozza di un treno da un uomo arabo – che sono stati tenuti segreti dalla polizia.

La polizia della città bavarese di Mering ha anche messo in guardia i genitori a non permettere ai loro figli di uscire non accompagnati dopo che una ragazza di 16 anni è stata violentata l’11 settembre da “un uomo dalla pelle scura che parlava un pessimo tedesco” mentre tornava a casa dalla stazione ferroviaria, che si trova vicina a un campo di migranti.

“Dozzine di altri casi di stupro e tentato stupro — casi in cui la polizia cerca  specificamente colpevoli stranieri (la polizia tedesca spesso li chiama Südländer, equivalente di “terroni”) — rimangono irrisolti,” scrive Kern.

Come abbiamo segnalato la scorsa settimana, numerose autorevoli organizzazioni di assistenza sociale tedesche hanno lanciato l’allarme: donne e bambini sono stati stuprati in un campo di migranti a Hessen, ma il problema ha ricevuto molto poca attenzione della stampa.
Ieri abbiamo riferito dell’importante emittente tedesco ZDF, che si rifiuta di raccontare le storie dei crimini che riguardano sospetti di stupri perpetrati da musulmani perché, nelle parole del direttore Ina-Maria Reize-Wildemann, “non vogliamo infiammare la situazione e diffondere il pessimismo. [I migranti] non lo meritano.”

All’inizio di questo mese, una bambina di 7 anni è stata violentata da un immigrato nordafricano in un parco tedesco, una storia che ha ricevuto poca attenzione dei media.
Le scuole tedesche situate vicino a campi di migranti avvertono anche le ragazze di non indossare pantaloncini o gonne per non offendere i migranti e provocare “attacchi”.
“Indossare top o camicette provocanti, pantaloncini corti o minigonne potrebbe causare fraintendimenti,”, hanno scritto gli amministratori di una scuola, chiedendo agli studenti di rispettare la “cultura” dei migranti.

FONTE: VociDall'Estero
 

sabato 9 gennaio 2016

Buon Anno e arrivederci a Carnevale

L'articolo di Barbara Tampieri (Lameduck) è il migliore che io abbia letto fino ad ora sulla vicenda accorsa nel nord europa la notte di capodanno 2016. Dopo averlo letto mi sono sentita completamente satolla (il termine "soddisfatta" non riesce ad esprimere la sensazione che ho provato fino all'ultima riga letta, che corrisponde all'esatto mio pensiero riguardo l'andazzo e la piega che ha preso questa brutta storia gestita da schifo, volutamente gestita da schifo!). Buona lettura e buona informazione!

C'è un boomerang che si aggira per l'Europa, dicevo. E' il boomerang dell'accoglienza alla cieca e senza rete di orde incontrollate di immigrati, la maggior parte dei quali, lo sanno tutti, anche i muri, non ha alcun titolo di vero rifugiato ma potrebbe in compenso avere in tasca uno delle migliaia di passaporti siriani falsi rilasciatigli dall'entità terroristica chiamata Califfato o ISIS. Ci si sta perfino accorgendo, finalmente, che si tratta per oltre il 70% di uomini. 

La cartina mostra, ma è incompleta perché in continuo aggiornamento, le cittàin maggioranza tedesche, dove la sera del 31 dicembre sono avvenuti decine e decine di casi di molestie sessuali di gruppo ai danni di donne europee da parte di stranieri appartenenti alle nazionalità tipiche del migrantato.  Nella cartina mancano BerlinoZurigo, la cittadina di  Weil am Rhein dove sarebbe stato registrato il caso più grave di stupro di gruppo ai danni di due ragazzine minorenni, Salisburgo e Vienna, la Svezia e soprattutto Helsinkicon il  caso finlandese che merita un discorso a parte. 
Circola infatti una strana storia, sicuramente da approfondire, che riguarderebbe informazioni riservate passate, nei giorni precedenti, dalla polizia tedesca a quella finlandese, sull'allerta per possibili atti di violenza da parte di immigrati da effettuarsi in concomitanza dei festeggiamenti di fine anno. Queste informazioni avrebbero permesso alle autorità finlandesi di eseguire perfino alcuni arresti preventivi. Questa notizia si basa su un'intervista radiofonica con il ministro degli Interni finlandese Petteri Orpo, che però non ha rivelato la fonte dell'intelligence. Interessante, no? 

Qualche servizio sapeva per caso qualcosa in anticipo, come sempre? A quale livello si è poi deciso di cancellare completamente dalle cronache, per giorni e giorni, dalla stampa e  televisione europea alle reti televisive americane, ogni traccia degli eventi? Perché questo è stato senza dubbio l'elemento più disturbante del caso.

Conoscete peraltro altri attacchi terroristici di cotale estensione territoriale ed allarmante coordinazione  - ammessa da tutti gli organi inquirenti coinvolti nelle indagini - che, dal 2001 ad oggi, siano stati passati sotto silenzio e per giunta volutamente? Credo vi sia una spiegazione anche per questo, ma torniamo alla dinamica dell'azione.
Uno swarm attack di stampo razzista (anti-autoctono, anti-bianco e, perché no, anti-cristiano) e misogino, che ha avuto come obiettivo le donne europee, scelte accuratamente in mezzo alla folla dei festanti e colpite nel momento in cui si trovavano fuori casa, in luoghi aperti, sole o in compagnia di altre donne, insomma indifese. "Andavano a caccia delle donne", "sembravano un vero esercito", riportano le testimonianze, tra le tante, di un portiere d'albergo, di uomini della polizia, e delle stesse ragazze vittime degli accerchiamenti.  
Non essendo riportate al momento notizie di risse tra maschi appartenenti a gruppi diversi, come accade normalmente quando qualcuno di un gruppo fa apprezzamenti o molesta una ragazza dell'altro gruppo e gli accompagnatori di lei reagiscono, si può dedurre che le ragazze da circondare e colpire siano state scelte tra quelle che non si trovavano in compagnia di uomini. Lo spero, almeno, per la reputazione dei tedeschi maschi.
Questa tecnica di attacco, nonostante qualcuno abbia parlato di ubriachezza dei responsabili (Travaglio dice che a Capodanno sono cose che càpitano, signora mia), denota invece un'estrema lucidità e grande sistematicità.

Dal punto di vista dei governi coinvolti, soprattutto quello tedesco, non sarà che si è tentato di occultare al pubblico questo swarm attack nel tentativo di limitarne - ma troppo tardi - il dirompente effetto di shock psicologico, proprio a causa della sua straordinaria riuscita? Il bello invece è che proprio da questa censura coloro che hanno organizzato il rape mob hanno ottenuto altri effetti positivi a cascata forse addirittura insperati. Per difendere la regina si è finito per scoprire il re. Uno scacco matto da manuale. 
Quello avvenuto il 31 dicembre 2015 è uno degli atti terroristici con la più alta percentuale di efficacia che si ricordi. Non ci sono stati morti né bombe ma le ferite inflitte sono peggiori, perché in un colpo solo, oltre alle mutandine strappate ed all'intimità brutalmente violata delle ragazze, è stata denudata la ignobile vigliaccheria dei governi responsabili di aver fatto entrare i selvaggi indiscriminatamente e per giunta sotto il ricatto ignobile dell'obbligo all'atto umanitario; di questo cadavere putrescente di Unione Europea e delle sue statiste di prima e seconda linea, risultate peggiori, se possibile, dei loro vituperati colleghi maschi; dell'informazione mainstream, ormai dichiaratasi definitivamente inaffidabile, dopo l'autocensura di fronte ad una notizia che non si poteva non dare e che ha accettato deliberatamente di non dare, assestando uno degli ultimi colpi ai rimasugli della dignità del giornalismo.

La reazione a catena scaturita dall'attacco a sciame della notte di Capodanno sta continuando a travolgere tutto ciò che incontra ed il suo effetto si protrarrà ancora per giorni e giorni, facendo cadere un birillo dopo l'altro. L'Occidente ed il suo modello di civiltà ne sta uscendo a pezzi.

Chi ha avuto finalmente il via libera di poter raccontare i fatti, dopo una settimana di voluto silenzio, non riesce a far altro che balbettare. (Mission accomplished.)
Ieri sera Mentana in apertura di TG:
"...Si è saputo solo oggi... vere e proprie... ronde organizzate... di... uomini non...tedeschi... eh, che... sono andati, come si sa, a compiere atti.. eeh, iih,  molto molto gravi, soprattutto ai danni di donne... alcune delle quali, ehh, sono state anche, anche stuprate". 
La mitraglietta inceppata. Che meravigliosa metafora!

Ancora non riescono proprio ad evitare di mentire, manipolare, deviare. Non si è affatto "saputo solo oggi", ovvero ieri 7 gennaio. Il primo sito di lingua inglese a riportare la notizia, il 4 gennaio, è stato Breibhart London. Io, nel mio piccolo, riportai la notizia su Facebook, riportandola da qualche giornale tedesco, il 5 gennaio.
Il Guardian, ovvero la gloriosa stampa inglese, ha atteso otto giorni per parlarne e così gli altri.

(...)
Questa del movente del furto è una delle scuse a basso tenore di grassi saturi più utilizzate fin da subito, fin da quando ci si è resi conto che i fratelli minori l'avevano combinata grossa.
Il furto. E' noto che le ragazze portano il portafoglio e il cellulare tra le cosce.
Un ministro del governo Merkel ha dichiarato che "associare i delitti ai migranti è cosa altrettanto grave che i delitti stessi". La stessa cancelliera sottotitolata in arabo ha detto che "pur immaginando l'orrore di trovarsi circondate da uomini" (notarella freudiana, Angeli'?) non bisogna indicare i responsabili delle aggressioni nei migranti. Capirai, è lei la fata madrina del migrante.
Invece si è trattato proprio di uomini di origine mediorientale e nordafricana, di assai probabile religione musulmana, che hanno compiuto un atto di guerriglia urbana di tipo inedito, a fini terroristici, sul suolo europeo, come era già stato praticato con modalità simili in Egitto e Turchia.

Parentesi. Il nostro governo che fa, nel frattempo? Questo.




Essendo lo scopo dell'attacco quello di aggredire il simbolo dell'emancipazione occidentale, ovvero le donne libere di circolare senza stracci in testa per strada a qualunque ora del giorno e della notte o, come nel caso della giornalista Lara Logan, mentre sta facendo un reportage dalla piazza Tahrir al Cairo, qualche anno fa avremmo tranquillamente definito questi mascalzoni con il termine proprio di terroristi islamici. Non mi risulta però che, le manoleste arrestate finora vengano accusate di terrorismo. Bisognerebbe avere il coraggio di farlo, per prevenire che, in altre occasioni simili, penso all'imminente celebrazione del Carnevale, l'episodio possa ripetersi.
Invece ho appena assistito, su SkyTG24, ad una approfondita analisi sui fatti di Colonia che, in sostanza, andava quasi a giustificare le intemperanze di questi giovanotti in maggioranza uomini e, capirete, soli. State sereni che il "se la sono cercata" con il ditino alzato ad Helga, Ingrid e Dietlinde è in arrivo sul primo binario. Speriamo che Angela e le sue amiche della Stasi non abbiano bisogno di otto milioni di stupri per sedersi al tavolo della pace.



L'orgia di negazionismo seguita alla rimozione della censura ed alla libertà di divulgazione della solita versione ufficiale di questi casi, si esprime in tutte le sue più ributtanti varianti, secondo il principio della #lineaeditoriale.



Variante poro Gramsci, ovvero la #lineadelpartito (dubbiosi e, nel dubbio, negare, negare o, alle strette, buttarla sul "migrante che sbaglia" ):
Variante Forteto (Zucconi, femministe): "Il sessismo e la violenza stanno piuttosto all'interno della famiglia".
Variante femminista pervasivo-ubiquitaria: "La violenza è tutta intorno a te." (scusa Ennio, tu non c'entri).
Variante separatista favedifika: ("Il problema sono gli uomini")
Variante negazionista hard à la Faurisson. "Le bande di immigrati che NON hanno assaltato Colonia". 
Variante "il buon selvaggio scorre potente in noi". "La violenza non c'entra con l'immigrazione" 

E' inutile tentare di ragionare con chi non ha ancora capito cos'è successo esattamente la sera del 31 dicembre. Primo, perché non si prende nemmeno la briga di andarsi ad informare sulle modalità di azione del terrorismo internazionale di stampo jihadista (che aveva preannunciato come imminente un'azione simultanea in tutta Europa che, se non è questa, ne è comunque un'ottima imitazione) e, secondo, perché occorre che il soggetto si faccia rimuovere il blocco al cervello del politically correct che impedisce di vedere i reati commessi dai diversamente autoctoni. 
Cosa volete che possano cogliere, questi odiatori di tutto ciò che gli è simile, gli odiatori del padre,  i dispensatori dell'accusa di razzismo ad cazzum, dell'atroce e cupo sadismo del terrore indotto da uno stupro etnico solo mimato, per ora, ma che la prossima volta potrebbe essere agito in tutto il suo orrore?
Con questi progressisti, queste statiste giustificazioniste kapo, queste sindache "amico stammi lontano almeno un braccio", queste mezze calzette, ommemmerda e cretine prevalenti, questi uomini troppo impegnati a farsi sbiancare l'ano per pensare di alzarsi e combattere, nessuno, care ragazze, è in grado di difenderci se non lo faremo da sole. Hanno castrato il re e ora la Regina è fottuta.

venerdì 8 gennaio 2016

Se vogliamo discutere di Colonia, dobbiamo schierarci dalla parte delle donne

Musa Okwonga, New Statesman, Regno Unito

Per ognuna di loro deve essere stato terrificante. Sono state circondate, molestate e aggredite da gruppi di uomini ubriachi, la notte di capodanno, nel centro di Colonia. A quanto pare gli aggressori erano quasi mille e le loro azioni potrebbero essere state coordinate. Un ministro ha parlato di un “reato di dimensioni completamente nuove”. Secondo il capo della polizia Wolfgang Albers, “ci sono state aggressioni sessuali su larga scala”. E ha continuato: “I reati sono stati commessi da un gruppo di persone che a giudicare dall’aspetto erano in larga misura di origine nordafricana o araba”.

La portata delle violenze a sfondo sessuale contro le donne in tutto il mondo è incredibile: è raccapricciante, dolorosa e suscita molta rabbia. Che le donne si trovino in spazi pubblici o nella presunta sicurezza delle loro case, i reati commessi contro di loro sono infiniti. Per citare le Nazioni Unite: “Si stima che il 35 per cento delle donne in tutto il mondo abbia subìto violenze fisiche e/o sessuali commesse dal compagno o violenze sessuali compiute da una persona diversa dal partner. Tuttavia, alcune ricerche su base nazionale dimostrano che in Germania almeno il 70 per cento delle donne nel corso della vita ha subìto violenza fisica e/o sessuale da parte del partner”.

Le aggressioni a Colonia, dunque, non sono un caso isolato, ma la punta dell’iceberg di una situazione particolarmente grave che, dal punto di vista globale, è sempre stata sul punto di esplodere. Suona troppo drammatico? Ma le statistiche e le testimonianze sono abbastanza precise. Come scrive il Guardian:

Una delle vittime, Katja L., ha riferito al Kölner Express: ‘Quando siamo uscite dalla stazione, ci siamo meravigliate degli uomini che incontravamo, che erano solo stranieri… Abbiamo attraversato un gruppo di uomini che formavano una specie di tunnel, e noi dovevamo passarci in mezzo… Sono stata palpeggiata dappertutto. È stato un incubo. Urlavamo e li colpivamo, ma non si sono fermati. Era orribile, credo di essere stata toccata circa cento volte in duecento metri’. Un inquirente ha riferito al Kölner Express: ‘Le donne vittime delle aggressioni sono state spintonate, avevano lividi sui seni e nella parte posteriore del corpo’.
 
Il Guardian prosegue:

Le aggressioni sono state l’argomento di conversazione principale su Twitter in Germania. Alcuni hanno accusato i mezzi d’informazione di non aver parlato della vicenda, altri temevano che l’incidente sarebbe stato strumentalizzato dai movimenti di destra contro i profughi.
A questo punto c’è il pericolo reale che le donne aggredite spariscano dall’orizzonte, sommerse da una guerra di parole tra destra e sinistra. A dire il vero sta già succedendo. Perciò ripetiamo cosa è successo: un migliaio di uomini ha aggredito con violenza parecchie donne in un luogo pubblico. Novanta di loro hanno presentato una denuncia alla polizia. La stessa notte si sono verificate aggressioni sessuali simili anche ad Amburgo.
Quegli uomini hanno pensato di avere un diritto assoluto sul corpo delle loro vittime. È sconvolgente.

I fatti di Colonia stanno scatenando polemiche, perché negli ultimi dodici mesi la cancelliera Angela Merkel ha accolto circa un milione di profughi arrivati dalle stesse aree geografiche da cui si dice che provengano gli autori delle aggressioni. Perciò tanti indicano proprio la politica di Merkel come responsabile della loro presenza in Germania.
A voler essere precisi, molti degli aggressori erano già noti alle forze dell’ordine e non erano tra i profughi arrivati di recente.
Però, il dibattito sarà comunque dominato dalla questione razziale, quindi parliamone. La Germania non è particolarmente diversificata dal punto di vista etnico, e la maggior parte dei neri e degli arabi che si vedono in giro appartiene alla classe operaia. I motivi sono vari, uno tra tutti la difficoltà per chi arriva dall’Africa o dal Medio Oriente di ottenere i documenti o di trovare un lavoro.

A Berlino, la città dove vivo, i neri sono in maggioranza poveri, senzatetto, oppure spacciano a Görlitzer o a Warschauer strasse, due delle più affollate stazioni ferroviarie della città. E quando dico maggioranza, intendo qualcosa che si avvicina all’80 per cento, se non di più.
E a rischio di apparire impietoso, penso che le persone interessate a cogliere le sfumature socioeconomiche dei motivi di questa povertà siano molto meno numerose di quanto vorrei. Penso invece che ci sia una tendenza, più diffusa di quanto si vorrebbe ammettere, a considerare gli uomini neri intrinsecamente inaffidabili o criminali.
Lo dico basandomi in parte sulle mie esperienze nella città e in parte su quanto raccontato da amici non bianchi. Uno di loro, un africano, ha avuto enormi difficoltà a trovare un appartamento a Berlino tramite Airbnb, al punto che ha dovuto chiedere a qualcun altro di prenotare al posto suo.
Le storie di neri che hanno difficoltà a trovare stanze e appartamenti sono tantissime. Certo, trovare casa in affitto a Berlino non è facile, tenuto conto della popolarità della città, ma le storie di discriminazione dopo un po’ cominciano ad accumularsi. Più banalmente, mi colpisce constatare quante volte – perfino sui treni più affollati – i bianchi lasciano uno spazio tra loro e me, temendo forse di sedersi vicino a un uomo di aspetto africano. E se vi sembra paranoico, allora vi dirò che me ne sono accorto quando un bianco comprensivo me l’ha fatto notare, scuotendo la testa divertito.

A quanti di voi staranno pensando che sono troppo suscettibile, dirò che sto solo raccontando dei dati di fatto. Adoro questa città, e per viverci vale la pena affrontare simili difficoltà. Ma questi esempi mi fanno capire che i comportamenti nei confronti dei neri in alcune zone della Germania siano già pericolosamente discriminatori. E adesso ci troviamo davanti alle aggressioni di Colonia, probabilmente uno degli episodi più gravi di questo tipo.
E dunque cosa fare con tutte queste analisi? Be’, in realtà è semplice. Schieriamoci dalla parte delle donne.

In Germania come altrove, i razzisti odiano comunque gli uomini neri. Hanno pensato che fossimo stupratori e pervertiti appena ci hanno visto. Ai razzisti non importa delle donne che sono state aggredite a Colonia e Amburgo, a loro importa solo dimostrare quel che hanno sempre pensato – o sperato: che siamo delle bestie.
A me, di loro non importa. Né mi importa delle persone che non vogliono sedersi accanto a me sul treno. La paura di ciò che non si conosce è difficile da superare. Mi preoccupa molto di più la sicurezza delle donne che adesso potrebbero sentirsi più vulnerabili nei luoghi pubblici. Non penso che le donne si siano mai sentite particolarmente tranquille di fronte a folle di uomini ubriachi e aggressivi, a prescindere dalla loro razza. Ma indipendentemente dalle loro intenzioni, le donne saranno più intimorite di prima dai gruppi di giovani nordafricani e arabi.

Perciò ecco la mia proposta. Perché non partiamo dal presupposto che camminare per strada senza essere molestata è un diritto fondamentale di ogni donna, in qualunque parte del mondo? Per noi uomini, a prescindere dalla nostra appartenenza etnica, è arrivato il momento di condannare sul serio il trattamento riservato alle donne negli spazi pubblici: dobbiamo rifiutare con decisione l’idea che siano le convenzioni sociali a spingerci a trattare le donne come oggetti, o che siamo condannati dai nostri incontrollabili desideri sessuali a saltargli addosso mentre ci passano accanto.
Dobbiamo fare tutto il possibile per sfidare la misoginia che da troppo tempo domina nel mondo, e dobbiamo respingere ogni atteggiamento di repressione sessista che ci sia stato impartito. Perché le donne sono stanche di parlarci di tutto questo, e sfinite da una battaglia che è stata sottovalutata troppo a lungo.

(Traduzione Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.

domenica 30 novembre 2014

#GiornalismoDifferente: una campagna per cambiare linguaggio

Il giornalismo italiano sembra completamente sordo ai progressi della società in fatto di questione di genere e, infatti, continua a utilizzare un linguaggio, delle immagini e un immaginario retrogrado, violento e discriminante.
E’ tempo di pretendere un cambiamento.
E’ tempo di pretendere che il giornalismo italiano si metta al passo coi cambiamenti della società, della realtà, che rappresenti il meglio di questa e superi i retaggi della cultura patriarcale, maschilista e omo-transfobica.
E’ tempo di pretendere un Giornalismo Differente, perché del valore di informare rimanga anche quello di innovare.
giornalismo differente
La realtà dipende dalle sue rappresentazioni.
Di pari passo vanno le modifiche di una e delle altre, a specchio.
Ma se la realtà inizia a usare vocaboli, idee, immaginari che non trovano mai una rappresentazione massiccia, lo scollamento è inevitabile.
Solo da poco il giornalismo ha introdotto il termine femminicidio nel proprio vocabolario.
Un passaggio fondamentale per ripristinare una rappresentazione che rispondesse alla realtà: donne uccise in quanto donne.
Eppure a questo non è seguito un miglioramento complessivo del linguaggio o dell’approccio giornalistico al genere, soprattutto per quello che riguarda i giornalisti di cronaca –cronaca nera in particolare.
E’ tempo di suggerire quindi al giornalismo italiano, tutto, alcune semplici regole di linguaggio e approccio, che nel 2014 sarebbe proprio il caso di applicare.

Oggi è il 25 novembre, Giornata internazionale della lotta alla violenza sulle donne.
Abbiamo deciso di lanciare oggi questa campagna perché crediamo che il linguaggio mediatico comunichi la cultura che ci rispecchia,  consolidando la nostra visione del mondo e che, per questo, il giornalismo italiano debba cambiare, migliorare, evolvere.
Diffondiamo per questo un manifesto che speriamo incontri la vostra condivisione e un video per aiutare a rilevare alcune delle nostre principali rivendicazioni.
Chiediamo un Giornalismo Differente, lo facciamo lanciando un hashtag #giornalismodifferente e delle prime rivendicazioni:

1. Un femminicidio non è colpa della disoccupazione / della depressione / della passione.
La violenza sulle donne è sempre esistita, con o senza crisi economica. Un uomo non picchia, umilia o uccide una donna perchè è rimasto disoccupato. Lo fa perchè la sua cultura lo autorizza a sentirsi superiore alle donne, a sentirsi padrone delle loro vite, a dominarle psicologicamente e fisicamente. Anche le donne rimangono disoccupate ed entrano in depressione, anche le donne, anzi soprattutto le donne, soffrono la crisi dentro e fuori casa, ma per un uomo queste diventano possibile “giustificazioni” ad un femminicidio, autorizzato invece dalla sua cultura patriarcale.
Quella stessa cultura che insegna alle donne a subire passivamente in nome dell’accoglienza e la mitezza  per cui è programmata.
Ecco tre esempi tratti da Corriere della Sera, AGI – agenzia giornalistica Italia, e Repubblica.it

disoccupato
agi
depressione
2. Non è il raptus che uccide!
Allo stesso modo, il raptus è un alibi che il giornalismo fornisce a chi uccide la propria compagna, moglie, fidanzata, amica.
La violenza sulle donne è un fenomeno strutturale. Ha radici profonde e non può essere ricondotta a un momento di violenza improvviso. Piuttosto, si tratta di anni di piccole avvisaglie, di atteggiamenti psicologicamente o fisicamente violenti, di affermazione di cultura maschilista, o spesso di stalking e intimidazioni che sfociano in maniera assolutamente premeditata nell’uccisione della donna che si è sottratta al possesso patriarcale.
In questo articolo ad esempio, Repubblica usa il termine raptus, per poi specificare però che i due avevano spesso litigi violenti.
raptus
3. No alle pornovittime!
Una donna rimane un oggetto sessuale anche da morta. Così non mancano gli esempi di vittime di femminicidio o di violenza sessuale, anche giovanissime –ritratte spesso dai giornali anche in bikini–, sottolineandone l’avvenenza.
Come se da quella dipendesse la sorte di una violenza, di un’aggressione.
Se poi la donna uccisa è una donna famosa anche per la sua avvenenza, non le si risparmiano gallery su gallery della sua immagine ammiccante, anche da morta. Pensiamo ad esempio allo sciacallaggio mediatico su Reeva Steenkamp, la donna uccisa dal campione paraolimpico Pistorius.
Anche le foto di repertorio scelte dai giornali per parlare di violenza sessuale e femminicidio rimandano spesso a un immaginario sessualizzato: minigonne cortissime, calze autoreggenti, magliette scollate. E poi pose rannicchiate nel buio, mani sulla faccia. Come se la vergogna fosse la loro e non quella di chi le ha aggredite.
Porno + vittimizzazione, un pessimo risultato.
Le immagini che seguono sono alcune tra le più utilizzate dai giornali quando si parla di stupro, rintracciabili dai free press come Leggo fino a Il Messaggero.
pornovittima

pornovittima2

4. Cosa indossa una vittima di violenza? Chissenefrega!
Più chiare di così non si poteva essere. Ancora oggi spesso i giornalisti specificano oltre all’aspetto fisico anche l’abbigliamento di una vittima di violenza di genere. Perchè? A cosa serve dirci che indossava una minigonna? O che era bella? A nulla.
Perchè la violenza è trasversale e non colpisce solo donne avvenenti o vestite in modo succinto.
Anzi, perlopiù avviene dentro le mura domestiche, in famiglia, dove davvero nulla importa come si è vestite.
Se la vittima di una violenza sessuale di qualsiasi tipo è una donna avvenente si susseguono nell’articolo le sue immagini, persino in bikini, per attirare lettori, altrimenti si allude al suo aspetto e al suo abbigliamento, se si tratta di una sex worker, anche al suo lavoro ovviamente, nel quadro di un generale slut shaming, ovvero di una colpevolizzazione costante delle donne.
Così la notizia di una donna molestata sessualmente diventa “giustificata” da come quella, per di più ballerina di un night, andava vestita, nell’articolo di Treviso Today.
lap dance

5. Il capofamiglia non esiste più!
Il capofamiglia. Una parola usata molto spesso dal giornalismo italiano, ma che ci riporta indietro a quando l’Italia rispettava ancora la norma contenuta nell’art. 144 del Codice civile, che prevedeva il ruolo di capofamiglia e lo attribuiva al marito, abrogata poi dalla legge 19 maggio 1975, n. 151 con la Riforma del diritto di Famiglia. Il capofamiglia non esiste più da 40 anni, ma il giornalismo italiano continua a usare questa espressione.
Come continua a usare la giustificazione dell’onore e della gelosia maschile per parlare di violenza, riportandoci a un’altra pietra miliare del nostro diritto, il delitto d’onore, abrogato solo nel 1981.
Questi retaggi maschilisti, seppur eliminati dal diritto ufficiale, persistono nel linguaggio giornalistico, tradendo la sostanziale adesione a un modello culturale da cui sarebbe anche tempo di affrancarsi.
Ancora Repubblica.it ci fornisce un esempio dell’uso improprio di “capofamiglia”, (in questo articolo) che viene usato per intendere l’uomo del nucleo familiare dove, tra l’altro, era invece la donna a provvedere al mantenimento della famiglia.
capofamiglia

6. unA transessuale, al femminile
Alla condizione femminile, non può non essere associato il trattamento linguistico-mediatico riservato anche a persone LGBTQI, soprattutto per quel che riguarda LE transessuali, relegate tanto alla macchietta che a cui i media le condannano da non meritare nemmeno l’articolo femminile.
Una piccolezza, risponderà il/la giornalista dalla sua scrivania.
Invece no. Perché il genere maschile e femminile non sono solo acquisizioni basate sul sesso biologico, ma anche faticose conquiste identitarie. E ciò va rispettato.
Il transessualismo indica l’esperienza vissuta da tutte quelle persone che non sentono di appartenere al sesso biologico acquisito con la nascita e che, quindi, intraprendono un percorso di adattamento del proprio fisico alla percezione psicologica ed emozionale che hanno di sé. Dunque se quella persona ha scelto di appartenere al sesso e al genere femminile,i media dovrebbero evitare di rimetterle addosso un’etichetta maschile ( e viceversa ), allo stesso modo in cui la società, tutta, dovrebbe acquisire la capacità di relazionarsi alle persone in base alle scelte che compiono e non ai ruoli precostituiti che si vogliono imporre loro.
Così, anche il Corriere della Sera, che è solo uno dei giornali indecisi sul genere da attribuire a persone transgender, in questo articolo sulla morte di Brenda, trans tristemente nota per il suo coinvolgimento nello “scandalo” Marrazzo, alterna il maschile al femminile.
brenda

7. Vogliamo parlare di donne vive (e fuori dai ghetti rosa)?
Più in generale, il giornalismo tende a narrare e rappresentare le donne solo come vittime di violenza. Affollano le pagine dei quotidiani e le schermate dei pc tutte le donne stuprate, uccise, aggredite, sfgurate. Di donne forti, uscite dalle difficoltà, capaci di reagire o che propongono un immaginario differente da quello descritto finora non c’è quasi traccia.

COME ADERIRE A #GIORNALISMODIFFERENTE
Per aderire alla campagna inviateci la vostra adesione, singola o collettiva a narrazionidifferenti@gmail.com
Questo manifesto per il Giornalismo Differente, con tutte le sue adesioni, sarà inviato all’attenzione delle principali testate nazionali.
Diffondete l’hashtag #giornalismodifferente su Twitter unito alle nostre e alle vostre rivendicazioni, taggando le principali testate italiane.

#giornalismodifferente Un femminicidio non è colpa della disoccupazione!

                                Non è il raptus che uccide!

                                No alle pornovittime!

                                Cosa indossa una vittima di violenza? Chissenefrega!

                                Il capofamiglia non esiste più!

                                UnA trans, al femminile!

Fuori dai ghetti rosa!