mercoledì 28 dicembre 2011

Stefania Noce

Stefania Noce aveva 24 anni, era un'attivista impegnata in tante battaglie civili, studiava, amava la vita, ci aveva contattato in passato per avere i volantini del referendum da distribuire nel suo paese, Licodia Eubea, in provincia di Catania. Oggi (27.12.2011) è stata uccisa a coltellate dal suo ex fidanzato. Con lei sono 93 le donne uccise in Italia nel 2011 dalla cieca violenza di mariti, fidanzati o ex. Ciao Stefania... (il popolo viola)

Il 27 Dicembre è stata uccisa Stefania Noce, lei e suo nonno trovati accoltellati presso la loro abitazione, l'ennesimo femminicidio dall'inizio dell'anno, il novantatreesimo per l'esattezza e anche questa volta giornali e web tentano di etichettarlo come omicidio passionale, ma Stefania era Mia Sorella, Stefania era Sorella di ognuna di noi, aldilà di ogni opinione e schieramento politico o di idee, Stefania lottava ogni giorno come me seduta davanti a questo pc che ho scelto come mezzo di diffusione del mio lavoro, Stefania come tutte le donne assassinate merita che il suo impegno e il suo lavoro sia conosciuto, rendiamo giustizia alla memoria di ogni Donna io lo faccio a modo mio, con profonda gratitudine verso ogni singola voce che si alza dal coro oggi ringrazio la sua che con un vile gesto hanno fatto tacere per sempre ( forse). (๑๑๑ Nel Nome della Madre ๑๑๑)
Questo che segue è l'ultimo articolo scritto da Stefania   


Ha ancora senso essere femministe?

"Tra le cose condivise con Stefania pure un giornalino che avevamo chiamato "La Bussola". Uno degli scritti di colei che amava firmarsi Sen..."
Franco Barbuto
 
"Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c'è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare. A coloro i quali pensano ancora che il "femminismo" sia l'estremo opposto del "maschilismo": non risulta da nessuna parte che quest'ultimo sia mai stato un movimento culturale, nè, tantomeno, una forma di emancipazione! 
Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni '60 e '70, epoca dei "femminismi", abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizionedi eterne "minorenni" sotto "tutela" a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come "lavoratrici madri" e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di "lavori morali" e di dentalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi.
Abbiamo denunciato qualsiasi forma di "patriarcato", le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui.
Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto.
Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno. Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell'immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell'educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all'interno e i ragazzi all'esterno.
Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicchè le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera.
Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata "avrà avuto le sue colpe", "se l'è cercata" oppure non può appellarsi a nessun diritto perchè legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne.
Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato.
Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere. Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. 
 Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l'effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perchè di un'eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere.
Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO.
Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza.
Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un'uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l'orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l'altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l'autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, nè, tantomento, di una religione."
Sen (Stefania Noce)

fonte:  http://www.movimentostudentesco.org/cultura-e-culture/ha-ancora-senso-essere-femministe-un-articolo-di-stefania-noce

martedì 27 dicembre 2011

Auguri 2011-2012

Prendo a prestito le parole di questo meraviglioso canto sioux per augurarvi/mi un buon 2012, ma visto il profondo significato di queste parole, ci tengo a dire che codesti auguri valgono per sempre (e per sempre intendo...  per ogni giorno della nostra vita)!


Non ti auguro un dono qualsiasi,
Ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo Fare e il tuo Pensare,
... non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perchè te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull'orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo,
tempo per la vita.
Ti auguro tempo per vivere.

domenica 11 dicembre 2011

Lydia Cacho il 13 dicembre a Roma

Non posso (eticamente) e non voglio (umanamente) esimermi dall'esprimere due parole per descrivere e farvi apprezzare una vera Giornalista.
Lydia Cacho è un'anima nobile che vive in un corpo femminile e svolge la professione che ha scelto di fare con  grande passione, necessaria a portare alla luce un becero mondo fatto di pedofilia e corruzione.
E' una donna di grande coraggio che ha sopportato la prigione e la tortura per difendere una minoranza che nessuno ascolta, per attirare l’attenzione sugli abusi che bambine e donne devono subire in Messico e nelle parti più povere del mondo. 
Il 13 dicembre parteciperà ad una conferenza alla sede dell'Istituto Cervantes di Roma

Nel 2005  Lydia Cacho pubblica in Messico Los Demonios del Eden, un libro che ha reso noto alcuni dei fatti più orribili che accadono nel suo Paese (ma non solo):
Jean Succar Kuri, noto proprietario di alberghi, uno degli imprenditori messicani più facoltosi è accusato di essere coinvolto in un giro di pornografia infantile e prostituzione insieme a importanti esponenti politici e uomini d'affari. Per questa inchiesta, supportata dalle dichiarazioni delle vittime e da prove filmate con videocamera nascosta, Lydia Cacho viene accusata di diffamazione e arrestata, maltrattata e rinchiusa nel lontano carcere di Puebla.
 
In Memorie di un'infamia Lydia racconta ciò che ha vissuto in Messico, dove ogni anno vengono assassinati decine di giornalisti: il prezzo pagato da una donna coraggiosa che ha messo a nudo un sistema di delitti infamanti, puntando il dito contro uomini di potere inebriati dal senso di impunità. 

Il Consiglio Onu per i diritti umani consigliò alla Cacho di lasciare il Paese. Lei non lo ha fatto. Sotto scorta, continua a investigare e ricercare la verità al fianco dei più deboli, tenendo così  fede ad una promessa fatta proprio alla prima delle vittime intervistate: una bambina di 4 anni!
"Se ti racconto la mia storia mi prometti che quello che è successo a me non accadrà più a nessun'altra bambina?" le ha chiesto prima di metterla al corrente della sua infanzia violata, e in quel momento Lydia ha pensato che la più coraggiosa fra le due fosse proprio la bambina.
Lydia Cacho è nata a Città del Messico nel 1963.
Giornalista e scrittrice, femminista e attivista per i diritti umani, ha vinto il Premio Francisco Ojeda al Valor Periodístico. 
Dal 2006  è impegnata in prima persona nelle indagini e nella soluzione dei casi, ripetuti e numerosi, di omicidi e abusi su donne irrisolti a Ciudad Juárez. 
Nel 2007 Amnesty International le ha assegnato il "Ginetta Sagan Award for Women and Children's Rights" e nel 2008 ha ricevuto l'Unesco/Guillermo Cano World Press Freedom Prize. 
Nel 2010 Fandango Libri ha pubblicato "Schiave del potere". 
Nel 2011, Lydia Cacho ha contribuito con un testo sullo sfruttamento del lavoro minorile all'antologia di Amnesty International "Io manifesto per la libertà", edito da Fandango Libri.