giovedì 8 dicembre 2016

Post-referendum Costituzione

articolo di Matteo Mazzuca pubblicato su LetteraDonna

Intervista ad Anna Falcone, la vice-presidente del Comitato per il No, che ci ha spiegato le ragioni della sua opposizione al referendum. E su Renzi: «Dimissioni? Non mi sono piaciute». 
La foto del suo volto sorridente, mentre intorno a lei i sostenitori del No esultano per la vittoria al referendum, è arrivata anche sui quotidiani stranieri.
Anna Falcone, vicepresidente del Comitato per il No, la si riconosce subito: è la 44enne col pancione, incinta di una bambina che sta per arrivare. L’hanno definita come una pasionaria, come il volto pulito di quel fronte che accomunava opposizioni diverse per stili e obiettivi. La giurista, avvocata e attivista originaria di Cosenza, ad esempio, non aveva l’obiettivo di far cadere il governo, ma fermare una riforma che, tra le altre cose, è «nata come un testo blindato. Senza chiamare in causa né giuristi né cittadini», come ha spiegato a LetteraDonna. E, nella vittoria del No, Falcone vede la conferma della «sensibilità democratica» dell’elettorato italiano.

D: Ha vinto un No per la Costituzione o un No contro Renzi?
R: È stato sicuramente un voto per difendere la Costituzione e un modello democratico che è stato minacciato dalle politiche degli ultimi vent’anni. Non tanto e non solo nell’architettura costituzionale, ma soprattutto nella garanzia dei diritti. Lì è iniziato il primo attacco alla Costituzione, aderendo a dei modelli di riforma che hanno reso i cittadini più fragili.

D: Dunque non è stato un voto populista attratto unicamente dall’opportunità di mandare a casa il Presidente del Consiglio?
R: Le componenti del voto sono tante, ovviamente. Ma quando si raggiungono percentuali così alte, considerata la generale disaffezione alla politica, non si può che convenire sul fatto che si tratti di un voto pro-Costituzione. I cittadini italiani sono spesso molto più maturi e responsabili rispetto a tanti politici. E quindi vanno ascoltati.

D: La nostra Costituzione è perfetta così com’è?
R: Qualsiasi testo può essere migliorato. Le costituzioni, poi, sono documenti storici con una connotazione storica. Quando si tocca la Carta, lo si fa per un miglioramento, non per cambiare surrettiziamente la forma di governo e i rapporti di forza tra le istituzioni, e quindi anche tra queste ultime e i cittadini.

D: Lei come la cambierebbe?
R: Ognuno di noi singolarmente ha delle idee di modifica, ma quando si va a toccare la Costituzione in maniera così importante non lo si può fare solo perché da giuristi si è affezionati a un’idea. Lo si può fare solo coinvolgendo i cittadini, in un’ampia consultazione che non sia quella referendaria, ma che parta a monte. La domanda da porre è: quale tipo di democrazia volete per i prossimi decenni? È una questione di metodo. I tecnici possono solo suggerire degli aggiustamenti, ma sono i cittadini che devono decidere.

D: E la riforma che è stata bocciata dal referendum?
R: È nata come un testo blindato. Senza chiamare in causa né giuristi né cittadini. In altri Paesi, le proposte di riforma sono state pubblicate su Internet, in maniera che i cittadini potessero esprimere il loro parere e magari fare delle proposte. La vera modernità non sta nelle turbo-costituzioni che prevedano processi legislativi fast and furious, ma nel capire che i cittadini chiedono l’evoluzione da un modello meramente rappresentativo a uno partecipativo, che non sia plebiscitario o ‘partecipato’ per ovazione.

D: L’Italia è pronta a un simile cambiamento?
R: La partecipazione è l’evoluzione del modello democratico, ed è normale che sia così quando raggiungono un livello tale di sensibilità democratiche che non si può fare a meno di ascoltarli. Il nostro modello rappresentativo è stato adottato quando la maggior parte della popolazione era analfabeta. Oggi la situazione è completamente diversa, tutti hanno una sensibilità democratica.

D: In questo senso, il Comitato per il No ha intenzione di portare avanti qualche controproposta, o comunque discuterne?
R: Stiamo pensando a una data per convocare una riunione dei comitati territoriali, e proprio nel rispetto dei principi democratici decideremo insieme. Noi comunque non siamo un partito politico. Siamo un gruppo di cittadini che chiedeva rispetto per lo spirito della Costituzione, partendo piuttosto da un suo rilancio.

D: A proposito di ‘cittadini’. È uno dei termini più usati dal Movimento 5 Stelle. Durante la campagna, avete avuto contatti con le altre forze del No, Lega Nord inclusa?
R: Combattevamo la stessa battaglia e abbiamo fatto degli incontri insieme. Ma non c’è stato nemmeno il tempo di pensare a un coordinamento, solo una comunanza d’intenti. Coordinare i nostri 700 comitati territoriali, oltre 100 comitati studenteschi e 37 all’estero, era un lavoro già complesso.

D: Avete seguito strategie differenti?
R: Ci siamo concentrati sulle attività sul territorio e non sulle riunioni che si fanno tra le varie forze. Non essendo noi un partito politico, abbiamo seguito logiche diverse. L’unica cosa che ci interessava era informare i cittadini che quella che veniva presentata come una riforma moderna, rispondeva in realtà alla logica estremamente conservatrice dell’uomo solo al comando.

D: I toni della campagna referendaria spesso sono stati eccessivi: come giudica il comportamento del comitato di cui è vicepresidente? C’è stata qualche intemperanza di cui si pente?
R: Personalmente no. Abbiamo dovuto rispondere a molte provocazioni, ma sempre mantenendo un tono pacato. Il nostro intento era informare, non fare polemica con i nostri interlocutori.

D: C’è chi accusa i promotori del no di aver aperto le porte alle forze populiste. Che cosa risponde?
R: Renzi ha dovuto dare le dimissioni per sua scelta e volontà, dopo aver deciso di personalizzare il referendum. Noi non gliel’abbiamo chiesto. Anzi, abbiamo trovato irresponsabile questa strategia, così come il ricatto strisciante che voleva coaptare il voto con la minaccia dell’instabilità. Tant’è che la Borsa non è crollata e nemmeno i mercati internazionali sembrano particolarmente scossi.

D: Che cosa avrebbe dovuto fare, invece, il Presidente del Consiglio?
R: Renzi avrebbe potuto rispettare maggiormente la volontà popolare, sedersi a un tavolo dopo aver preso atto del No espresso dagli italiani e cercare di smussare gli aspetti della riforma che non sono in sintonia con i principi della Costituzione. Lui, invece, è addirittura arrivato a dire che adesso tocca al No trovare una soluzione. Ma noi non siamo il Governo, è il Governo che deve trovare soluzioni e assumersene le responsabilità.

D: Le dimissioni non le sono piaciute quindi.
R: Né le dimissioni né il discorso, tutto concentrato su se stesso e volto a dimostrare il più velocemente possibile che lui non è attaccato alla poltrona. Dire «Vedetevela voi» non è un comportamento da leader responsabile, ma la conferma di uno stile di governare che non è né moderno né maturo. L’occasione l’ha persa il governo.

D: Ha chiesto un dibattito pubblico con il ministro Boschi, che non è avvenuto. Ha avuto modo di sentirla in privato?
R: Abbiamo chiesto più volte un incontro con la Boschi, ma non abbiamo mai ricevuto risposta. Ed è grave che nessun esponente del governo abbia accettato il confronto con l’unico comitato civico, nonché il fronte più numeroso tra quelli del No.

D: Quali sono gli scenari che si aprono ora?
R: La palla passa alle forze politiche. Vedremo come vorranno giocarsi la partita e che cosa vorrà fare il Partito Democratico, se sarà disponibile a formare un nuovo governo. Inoltre occorrerà vigilare in questa fase sull’Italicum, che era uno dei punti deboli dell’assetto che andava a delinearsi.

D: La soluzione migliore secondo lei?
R: Auspico che ci sia un governo di persone responsabili che ascoltino i cittadini, affinché possano esprimersi democraticamente. E che, ripeto, metta mano all’Italicum, una legge con cui è difficile andare al voto. Ci vuole una legge che non sia né sub iudice né che violi l’uguaglianza e la libertà del voto. Come dice la Costituzione, la sovranità appartiene al popolo. Chi sa ascoltarlo vince, chi non sa ascoltarlo perde.

D: E il suo futuro?
R: La priorità è la mia bambina, che sta per nascere.

D: Molti sostengono che potrebbe buttarsi in politica. In passato ha aderito anche al progetto di Ingroia.
R: Rivoluzione civile era una lista di ispirazione civica. Un’esperienza che Ingroia ha scelto di capitanare alle elezioni, combattendo per gli stessi nostri valori. Io faccio l’apprendista costituzionalista, ho una carriera universitaria, faccio l’avvocato e mi occupo di diritto costituzionale. Tutte le mie esperienze hanno seguito questa direttrice.

D: Quindi continuerà a fare l’avvocato?
R: Sì, dedicando una parte del mio tempo a quelle battaglie civiche che hanno un connotato non partitico, ma politico nel senso che hanno una ricaduta sulle vite dei cittadini. Essere avvocato significa anche questo, ed è un’ottica che andrebbe riscoperta e maggiormente valorizzata. Perché la democrazia non è fatta di stagioni: la democrazia nasce dall’impegno costante di tutti. Solo dedicandoci tutti, ognuno secondo le proprie possibilità, alle battaglie sociali e civili potremo elevare il livello di democraticità.

FONTE: http://letteradonna.it/278268/anna-falcone-referendum-intervista/

mercoledì 19 ottobre 2016

Quello che non sapevate su Bayer

Il capitalismo puzza di morte e la sua storia è un fiume di sangue. Sapevatelo!!

Ecco, per esempio, il vero volto del 
colosso Bayer che ha appena acquistato Monsanto per 59 miliardi di euro:

QUANDO LA BAYER COMPRAVA "LOTTI DI DONNE" AD AUSCHWITZ


Sotto il regime nazista, Bayer, ai tempi filiale del consorzio chimico IG Farben, condusse numerosi esperimenti medici sui deportati che prelevava nei campi di
concentramento.
Ecco alcuni estratti da cinque lettere indirizzate dalla Bayer al comandante del campo di Auschwitz, pubblicati nel numero di febbraio 1947 dal "Patriote Résistant".
Le lettere, trovate dall'Armata Rossa dopo la liberazione di Auschwitz, sono datate aprile- maggio 1943.


Prima lettera:

"Stiamo progettando di sperimentare un farmaco soporifero, sarebbe possibile metterci a disposizione alcune donne? E a quali condizioni, comprese le formalità concernenti il trasporto nel caso queste donne facciano al caso nostro?".

Seconda lettera:

"Abbiamo ricevuto la vostra lettera. Considerando esagerato il prezzo di 200 marchi ve ne offriamo 170 per capo. Ci servono 150 donne".

Terza lettera:

"D'accordo per il prezzo convenuto. Preparateci un lotto di 150 donne sane che noi manderemo a prelevare quanto prima".

Quarta lettera:

"Abbiamo a disposizione il lotto di 150 donne. La vostra richiesta è stata soddisfatta nonostante i soggetti siano indeboliti e smunti. Vi terremo informati sui risultati degli esperimenti".

Quinta lettera:

"Non è stato possibile concludere gli esperimenti. I soggetti sono morti. Vi scriveremo presto per chiedervi di preparare un altro lotto".

IG Farben, il consorzio Bayer, ha anche fornito lo Zyklon B utilizzato per le camere a gas, e ha impiegato massicciamente la manodopera dei campi di concentramento nelle sue fabbriche. Condannata allo scioglimento per crimini contro l'umanità a Norimberga, IG Farben è tuttora in possesso d'uno statuto giuridico, malgrado il suo smantellamento tra le società Bayer, BASF et Hôchst.
A quando la Norimberga del capitalismo?

 

Le capitalisme pue la mort et son histoire est une rivière de sang. Voilà, par exemple, le vrai visage de la firme colossale Bayer qui vient de se payer Monsanto pour 59…
blogyy.net


mercoledì 15 giugno 2016

Giovani allo sbando

La sconvolgente lettera di una insegnante sassarese. Perché in Sardegna la vera emergenza è quella educativa

giovani_alcol
Chi può, vi prego, legga la lettera che l’insegnante Franca Puggioni ha inviato alla Nuova Sardegna e che il quotidiano ha pubblicato oggi nella pagina dei commenti. Non si trova on line per cui mi sono permesso di pubblicarla alla fine di questo post. Si parla del caso del ragazzo 19enne che a Sassari ha aggredito a sprangate la sua fidanzata. Ma si parla più in generale della drammatica situazione che riguarda i giovani sardi.

La storia di Simone mi ha ricordato quella del ragazzo di Nule accusato di essere l’omicida di Gianluca Monni, il giovane di Orune ucciso un anno alla fermata del pullman che lo avrebbe portato a scuola. Senza entrare nel merito di questa vicenda giudiziaria, le intercettazioni ambientali ci hanno restituito un profilo (fatto di attentati incendiari su commissione, di furti, di violenze domestiche più agite che subite, tutte cose a quanto pare note in paese) che sembra molto simile a quello del giovane sassarese.
In entrambi i casi, né la famiglia, né la comunità, né la scuola, né i servizi sociali, né le autorità sanitarie, né l’autorità giudiziaria, benché sapessero che la situazione era grave, sono riusciti a fermare la folle corsa di questi giovani verso la cazzata della loro vita.

In Sardegna c’è una gigantesca emergenza educativa che trova la sua manifestazione più grave nella dispersione scolastica, segnale di un disagio esistenziale di cui la lettera della Puggioni dà conto.
Ma le emergenze sono anche altre. La nostra è una delle regioni italiane che spende di più per i servizi sociali, però è chiaro che i servizi sociali da noi non funzionano o funzionano molto male. Il caso di Sassari lo dimostra senza tema di smentita.
In questo settore sembra di assistere a quello che il sociologo Robert Merton chiamava “ritualismo burocratico”: all’interno di una organizzazione ciascuno fa il suo compitino, non importa se poi si ottengono i risultati attesi, l’importante è che tutti i timbri siano a posto e che, soprattutto, nessuno sia responsabile fino in fondo dei (pessimi) risultati ottenuti.
Se tutta la società sarda non prende coscienza nel suo complesso della devastante emergenza educativa che la sta investendo (ben più grave di tutte le crisi che conosciamo e che finiscono sempre sui giornali, da quella dei trasporti a quella industriale), nessun intervento potrà mai essere efficace. La varie componenti della società sarda dovrebbero fare un patto, con l’obiettivo di orientare ogni nostra azione  ai giovani, alla loro crescita, al loro benessere. Invece questo non avviene.
Molto poi dipende anche da come la si racconta la realtà. Oggi il caso di Simone viene trattato dall’Unione Sarda in due pagine dedicate al femminicidio quando è evidente che con quel tema c’entra poco o nulla. C’entra invece il tema dei servizi sociali e sanitari che non funzionano, della scuola che non ha gli strumenti per accogliere le esistenze problematiche come quella di Simone, dei giovani allo sbando che nessuno riesce a salvare. Simone, da minorenne, aveva rubato l’auto del padre e schiantandosi a 160 all’ora aveva provocato la morte di una ragazza. E Puggioni racconta come la scuola non avesse avuto i fondi per fare seguire a Simone uno specifico corso di riabilitazione. Niente, non c’è stato niente da fare.
Qualcuno dia ai giornalisti nuovi schemi di interpretazione della realtà perché senza una analisi corretta non ci può essere una soluzione possibile. E lo schema della violenza uomo/donna non può essere riproposto sempre come l’unico possibile in grado di spiegare quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Se non altro, non in questo caso.

***

A Sassari qualche giorno fa un diciannovenne, Simone Niort, quasi uccide la fidanzata a sprangate. L’episodio è preceduto da una scenata in strada con minaccia di accoltellamento per un passante che cerca di interporsi. I carabinieri intervengono e nonostante la reazione scomposta del giovane, dopo avergli sequestrato il coltello lo rilasciano. Lui, nel pomeriggio, quindi amente fredda, si arma di spranga, va a casa della fidanzata e la massacra. È viva, malconcia, forse con qualche danno permanente ma insomma, se la caverà, speriamo.
L’episodio provoca la solita ondata di indignazione, pena richiesta di inasprimento delle pene, castrazioni, calci e schiaffi (gli stessi che Simone Niort ha riservato alla sua donna), pena di morte, invocazioni a ministre e istituzioni e così via. Lo dico subito, così togliamo di mezzo questo argomentò: la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi sociali mi fa orrore.
Simone Niort ha 19 anni, se anche gli dessero dieci anni di carcere e li scontasse tutti, uscirebbe di galera rafforzato nella sua visione violenta del mondo e avrebbe 29 anni e una vita davanti per fare danno.
Che fare dunque? Io non lo so.
Però conosco un mondo, quello degli adolescenti che provengono dai quartieri della nostra città, o dai paesi vicini, spesso da situazioni familiari di estremo degrado, nelle quali la violenza nelle relazioni padre/madre, genitori/figli è l’unica modalità conosciuta, che vivono nutriti di Tv e poco altro. Questi ragazzi consumano alcol, droghe di varia natura, praticano sesso senza grandi protezioni (il numero di gravidanze precoci è impressionante), vivono senza regole e spesso non tornano a casa per giorni senza che nessuno si preoccupi di loro, sono razzisti, omofobi, violenti.
E questo vale anche per le ragazze che vivono però nella speranza di essere la prescelta del bullo di turno. Qualcuna di loro offre soldi, per comprare il fumo, in cambio di un pomeriggio di sesso che credono, solo loro, amore. Qualcuna in discoteca si presta a rapporti orali in cambio di un drink e una pasticca. È una realtà nella quale l’idea di una relazione rispettosa, civile, matura è, semplicemente, una faccenda per alieni.
Questi ragazzi, dei nostri discorsi su educazione al rispetto, campagne antifemminicidio, dichiarazioni di ministre e assessore, non sanno nulla e nemmeno ne vogliono sapere. Per essere più esplicita penso che la lingua che parliamo, noi emancipate e colte, sia per loro una lingua straniera ed estranea.
Nel caso specifico Simone Niort aveva una storia personale e familiare che le forze dell’ordine, servizi sociali, scuola, quartiere conoscevano benissimo. È un ragazzo con disturbi patologici del comportamento, che non aveva nessun autocontrollo, viveva tra palestra e la strada e purtroppo aveva una folta schiera di ammiratrici tra ragazzine che hanno la sua stessa storia. Il sollievo di sapere che non fosse una mia alunna mi consola ma non mi alleggerisce dall’angoscia.
La famiglia di Simone, la scuola di Simone ha chiesto aiuto molte volte. La scuola aveva chiesto un sostegno per tutta la durata dell’orario scolastico e uno specifico percorso di “riabilitazione sociale alla convivenza”. Per questo intervento non c’erano soldi, nemmeno per un percorso ridotto alla metà dell’orario. È chiaro che l’esito inevitabile è stato la sua esclusione dal percorso scolastico.
Nessuno può immaginare di tenere in una prima classe un ragazzo che passa da momenti di tranquilla serenità a momenti di violenza incontrollata contro compagni e insegnanti. Quello che è certo che i segnali di pericolo c’erano tutti, in passato anche tragici segnali.
Penso però che se qualcosa vale la pena di fare, è quella di ripensare radicalmente le politiche sociali, ci sono luoghi nelle nostre città dove bisognerebbe entrare con strumenti nuovi, più efficaci, meno burocratici, penso ad affiancamenti alle famiglie, sostengo alle scuole, operatori di strada per i ragazzi. Invece, noi insegnanti, le madri e i padri, i ragazzi siamo soli, ci parliamo con difficoltà, e restiamo poi muti davanti al sangue. Muti e sgomenti.
Franca Puggioni
insegnante

fonte: VitoBiolchini