giovedì 28 agosto 2014

La Monsanto dietro la marjuana di Mujica?

Il nuovo business della marijuana libera in Uruguay: svelati gli intrecci "segreti" tra Mujica, Soros, Monsanto e Rockfeller


L’inchiesta di Dario Clemente su Tanamerica.it è di quelle che colpiscono forte, come un pugno allo stomaco, e lasciano un profondo amaro in bocca. Le righe che seguono provano gli intrecci segreti tra Mujica, il presidente dell’Uruguay, Soros, il finanziere artefice di alcune tra le più grandi malefatte americane, e Rockfeller, il miliardario statunitense fondatore del Bilderberg. Ecco tutti i dettagli.
Di Dario Clemente
L’immagine del presidente uruguayano Pepe Mujica in Italia si divide tra due opposte e monolitiche narrazioni.  Viene attaccato, da destra, con il tipico argomento riservato per anni a Chavez: populista, utopista romantico, rottame di una sinistra ormai tramontata. Fino al killeraggio mediatico dallo scarso spessore analitico e dal molto livore ideologico . Per la sinistra è invece una specie di santo socialista.  

Ex-guerrigliero Tupamaro, leader pacato di un piccolo paese di 3 milioni scarsi di abitanti, la democrazia più  resistente del Sudamerica, candidato al nobel per la pace dal quotidiano inglese “The Guardian”. A prima vista il meno attaccabile dei presidenti “progressisti” del continente, oltretutto dedito al pauperismo e quindi facile sponda di varie argomentazioni “anti-casta”. Entrambe le “fazioni” si esercitano spesso nel gioco della spettacolarizzazione dei suoi atti, in un senso o nell’altro (a proposito, la contraffazione di notizie non è prerogativa unica del “nemiko imperialista”, come dimostra il falso diventato virale su internet qualche settimana fa di Mujica che faceva la coda in un ospedale pubblico).

È forse più interessante perciò prendere in considerazione (stando a nostra volta attenti a “non prendere una parte per il tutto”, “buttare il bambino con l’acqua sporca” ecc ecc) le critiche al suo operato che ci vengono dal continente sudamericano, tendenzialmente più imparziali e documentate. E che in questo caso prendono di mira la recente liberalizzazione del consumo e autoproduzione di marijuana in Uruguay.

Un aspetto importantissimo dell’attività dei movimenti sociali sudamericani e infatti il lavoro di ricerca e di opposizione alle attività nel continente della tristemente nota  multinazionale statunitense Monsanto. Mentre in Argentina, dove dal 1996 è permessa la coltivazione di soia transgenica, di cui è prima esportatrice mondiale, è in discussione la nuova “Ley de semillas” che garantirebbe a diverse multinazionali un maggior controllo sulle licenze di semi a discapito dei piccoli coltivatori, l’ombra minacciosa di Monsanto si allunga anche sulla recente legge sulla marijuana approvata in Uruguay.
 
A fine 2013 il paese sudamericano era stato infatti il primo al mondo a legalizzare la produzione e consumo di marijuana, con l’intento dichiarato di mettere fine al narcotraffico e al consumo di erba di pessima qualità proveniente dal Paraguay. Oltre a potersi costituire in cooperative di consumo e coltivare fino a 6 piante per persona, gli Uruguyani iscritti ad uno speciale registro potranno da fine 2014 comprare in farmacia marjuana prodotta da aziende private e commercializzata dallo Stato, ad un prezzo del 30% inferiore al mercato illegale, meno di un dollaro a grammo.

Il problema verterebbe però proprio sui soggetti che verranno autorizzati alla produzione destinata alle farmacie. I primi clamori erano stati suscitati da un incontro fra Mujica, Rockefeller e Soros a New York lo scorso settembre , proprio per parlare del processo di approvazione della legge, la cui campagna promozionale è stata finanziata al 60% dalla “Open Society Foundation” di Soros.
 
Il multimilionario statunitense, additato dalle sinistre di mezzo mondo come appendice della strategia della “destabilizzazione” dei governi invisi a Washington attraverso le sue innumerevoli associazioni, ha dichiarato che “l’Uruguay è un esperimento” nell’ambito della sua pluriennale campagna contro il narcotraffico nel continente.

Il fatto è che Soros è anche un importante azionista di Monsanto e non pochi hanno collegato la presenza della multinazionale nella produzione nazionale di soia e mais, nonché il suo ingresso nel paese nel 2013 con una nuova tipologia di soia transgenica, al nuovo business della marijuana.


Il timore, insomma, è che l’Uruguay sia un pilot-test su larga scala per una sperimentazione sui semi di marijuana che Monsanto starebbe conducendo da anni, seppur indirettamente, via Olanda e Colombia.
Oltretutto Mujica intenderebbe sviluppare un codice genetico unico per la qualità di marijuana venduta dallo Stato, con lo scopo di differenziarla da quella proveniente dal narcotraffico.  Un brevetto quindi, che potrebbe facilmente essere una varietà sviluppata da Monsanto, non nuova a distribuire semi gratis per poi in seguito rivendicarne la proprietà, e che potrebbe garantire una pianta “resistente” e adatta a coltivazioni estensive.
Sia il governo Uruguayano che Monsanto negano questo scenario. Anzi, la corporation statunitense arriva ad escludere completamente sia un suo interesse allo sviluppo di marijuana o.g.m. nel mondo sia un qualsiasi collegamento con Soros. Il quale sarebbe invece implicato nella vicenda anche come azionista della azienda di produzione di biocombustibile “America del Sur Adecoagro”. 

E non è finita qui perché l’interesse nordamericano alla sperimentazione uruguayana potrebbe estendersi ad altri imprenditori, intenzionati ad una  commercializzazione della sua marijuana negli Stati Uniti (Colorado e Washington) e Canada. L’Uruguay sarebbe infatti ormai più “affidabile” per l’approvvigionamento di altri paesi ( come il Messico ad esempio), anche se Mujica ha finora escluso che vi sarà una produzione per l’esportazione.

La produzione di Marijuana o.g.m. su larga scala aprirebbe inevitabilmente a tutte le problematiche connesse alle coltivazioni transgeniche presenti nel continente: monopolio dei brevetti da parte delle grandi multinazionali, abuso di pesticidi altamente intossicanti per la popolazione,  distruzione della biodiversità e della produzione contadina, nonché ovviamente delle implicazioni rispetto alla qualità del prodotto. Un ulteriore penetrazione di Monsanto renderebbe inoltre il paese ancora più dipendente dagli interessi del capitale “sojero” nazionale e straniero, avvezzo a tentativi di destabilizzazione politico-militari come dimostra il non lontano caso di colpo di stato in Paraguay nel 2012.

AGGIORNAMENTO
Nel frattempo la legge sta subendo un ritardo nella applicazione dovuto alla scarsa legislazione in materia presente a livello internazionale. L’erba destinata alle farmacie non è ancora stata piantata così come l’appalto per scegliere le aziende fornitrici non è stato ancora svolto. Infobae America riporta un sondaggio per cui il 64% degli uruguayani sarebbe contrario all’ applicazione della legge e il 62% favorevole a una sua derogazione parziale. Di sicuro c’è che se la coalizione oficialista di Mujica non risulterà vincente alle elezioni di ottobre (per ora si assesta sul 40% dei consensi) l’opposizione procederà a derogarla, almeno nella parte che avoca la coltivazione allo stato, lasciando in piedi solo la possibilità di auto-produrla.

Fonte:

mercoledì 27 agosto 2014

Israele-Hamas: la tregua

Il cessate il fuoco non dissolve i fantasmi della grande fuga da Israele

Hamas dice: tregua. Ma intanto Gerusalemme ha evacuato la prima linea di kibbutzim a ridosso della Striscia.

Questo l'articolo firmato da Giulio Meotti:

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Tra lunedì e martedì oltre 150 razzi e colpi di mortaio sono stati sparati dalla Striscia di Gaza contro Israele. L'allarme è suonato a Tel Aviv, Ramat HaSharon, Herzliya, Ra'anana, il cuore dello stato ebraico. Hamas ha rivendicato il lancio di un missile iraniano M-75 intercettato sopra Tel Aviv. Durante l'allarme, un volo della El Al in arrivo da Rodi ha dovuto rinviare l'atterraggio all'aeroporto internazionale Ben Gurion. Ieri un missile ha centrato anche un asilo nido di Ashdod.


Intanto, le città a sud del paese stanno diventando delle "ghost town". Come Sderot (foto mia), nota anche come la "città più bombardata al mondo". "ogni giorno arrivano persone traumatizzate in clinica", dice al Foglio la dottoressa Adriana Katz, psichiatra e direttrice dello Sderot Mental Health Center. "Non c'è nessuno per strada. La gente ha paura di uscire, e se lo fa sempre in auto. I negozi sono tutti vuoti. Per ora anche le scuole rimarranno chiuse".
Lì, negli avamposti agricoli vicino a Gaza, professori universitari, medici, ingegneri, hanno appreso a guidare i trattori, ad allevare mucche, polli e pecore, a fare innesti sugli alberi da frutto per ottenere prodotti selezionati. In uno di quei kibbutz una ventina di giovani si è specializzata nella coltivazione dei gladioli. I fiori nel deserto sembravano la pazzia; e forse lo erano, ma significavano anche la testarda tenacia degli israeliani nel vincere ogni difficoltà. Sono stati creati complessi canali di irrigazione, spostati milioni di metri cubi di terra, sono nati dei boschi dove prima non spuntava neppure un filo di erba.


Su questa ingrata costa mediterranea gli ebrei hanno smentito tutti gli esperti: il suolo sabbioso, ad alto tasso di salinità che contraddice ogni dato geologico, è un trionfo di coltivazioni: pomodori, cetrioli, datteri, capperi. "Adamo", in ebraico, significa terra, dicono i residenti di quei kibbutz. Il kibbutz era un modo di vivere senza eguali, pazientemente eroico, sempre esposto alla minaccia del mondo arabo perché la sua funzione, oltre alla produttività, rimaneva quella di avamposto verso le linee nemiche, a nord in Galilea come a sud nel Negev, ai confini della Striscia di Gaza.


Chi si è insediato a ridosso della Striscia ha sempre convissuto con la morte. Ogni tanto, uno dei kibbutz saltava in aria col suo trattore; si faceva lutto per un giorno e si ricominciava. Ma quello che è successo in questi giorni non ha precedenti in Israele.

"Una volta non si osava scappare di fronte al pericolo", scriveva nel 1991 il giornalista Dan Margalit alla vista alla vista di israeliani con le valige in mano. Quanto sta avvenendo oggi nel sud del paese è molto più grave del panico durante la guerra del Golfo. La morte del piccolo Daniel Tragermab, quattro anni, ha spinto tutto gli abitanti di Nahal Oz a partire. I genitori del bambino hanno già detto che non torneranno nel kibbutz. Hamas ha ucciso il piccolo sparando da una scuola di Gaza, la Ali Bin Abi Taleb.
A Nahal Oz così non è rimasto nessuno. In tre giorni, 400 famiglie hanno chiesto di andarsene. I campi, un tempo coltivati oggi sono bucherellati dai mortai di Hamas.


Analisti israeliani paragonano la caduta del fronte sud, otto i missili di Hamas, a quella della linea Bar Lev, la Maginot che gli israeliani costruirono lungo il Canale di Suez e che gli egiziani travolsero nel 1973. La linea Bar Lev, costruita dopo il 1967, da simbolo di eroismo, di fermezza, era divenuta simbolo di immobilismo. L'inopinato rapido crollo della linea Bar Lev ha provocato in Israele un "terremoto psicologico". Con la linea Bar Lev è caduto il mito della superiorità militare israeliana. 


La situazione nel sud di Israele è tale che nei giorni scorsi persino il ministro della Difesa, Moshe Yaalon, e il capo di stato maggiore, Benny Gantz, hanno dovuto annullare una visita ai kibbutz per "ragioni di sicurezza". A differenza delle città del centro del paese, che offrono dai 60 ai 90 secondi di tempo per trovare un riparo in caso di missile, nel sud si hanno dai tre ai quindici secondi.


LA MINACCIA SILENZIOSA PEGGIO DEI RAZZI

Le strade israeliane a ridosso di Gaza sono state ridisegnate con delle curve per ingannare i missili al laser lanciati dai terroristi palestinesi. Sono stati aggiunti anche alberi. Le chiamano "foreste difensive".
Nl kibbutz di Kfar Aza sono caduti così tanti missili che i resti dei Qassam sono usati per decorazioni e vasi dei fiori. I colpi di moraio sono così frequenti che in ebraico sono stati ribattezzati "tif tuf", una pioggerellina. I campi dei kibbutz vanno arati e gli animali accuditi. Così Israele ha inventato per i contadini i cosiddetti "rifugi portatili". Tende fortificate da capo. Nel caso la sirena suoni mentre sei al lavoro. I contadini israeliani, che durante il giorno hanno sudato nei campi, la sera di chiudono nei kibbutz e si apprestano ad affrontare una nuova notte di veglia. Con i fucili.


Missili sono caduti a Havat Shikmin, il ranch di Ariel Sharon, che aveva portato via gli israeliani da Gaza, promettendo sicurezza. I kibbutzim, ancor più dei missili, temono però quella che chiamano "minaccia silenziosa". I tunnel scavati dai terroristi sotto le loro case. Non ci sono sirene per questi. La morte sbuca senza avvertirti e ti porta via. Si sa che Hamas pianificava un "D-day" per il Capodanno ebraico, Rosh Hashannah, a settembre: duecento terroristi mandati a uccidere quanti più israeliani possibile nei kibbutz.
Ecco, questo è Israele.>>


Fonte: "Il Foglio" - 27.08.2014

lunedì 25 agosto 2014

Sulla morte del reporter italiano a Gaza

di Umberto Minopoli
 
Media italiani. Fate bene a nascondere dietro la retorica la morte del nostro giovane connazionale. Dovreste porvi altrimenti delle domande. E sarebbero imbarazzanti per voi. State cantando da tempo la tragedia di Gaza con il metro logoro del racconto epico della lotta tra Davide e Golia. Vi state assumendo la responsabilità' di trattare quelle strade polverose e minate di Gaza come un normale teatro di guerra. Dove mandate a rischiare la vita giovani cronisti a cui fate credere di fare un lavoro eroico. E invece voi, direttori di giornali, di TV, di struttura associate di stampa, state facendo solo un lavoro sporco. Si', sporco. Perché' vi state prestando, senza battere ciglio, all'idea insopportabile della guerra, della vita e della morte di una banda di terroristi. Perché' quel nostro cronista era li'? Cosa c'è' da comunicare nel disinnesco di una bomba? E perché' non farlo da lontan, come sempre si fa in questi casi? Non diteci balle: non era un'azione di guerra da riprendere. Era un'operazione di sminamento normalissima dappertutto e che si svolge dappertutto osservando banalissime regole di sicurezza. La prima? Sul posto ci stanno solo gli artificieri. Invece a Gaza una pericolosissima ma ordinaria azione di sminamento si svolge sotto telecamere e taccuini. Pazzesco! Perché' quello che è normalissima regola dappertutto, non lo è' a Gaza? Perché' solo a Gaza governanti assatanati e terroristi concepiscono la guerra come spettacolo di propaganda. E misurano la vittoria in termini di numero di vittime civili della propria gente. Questa e' Hamas. Per loro il teatro di guerra devono essere case, ospedali, scuole. Per loro le scene di guerra, anche uno sminamento, vanno amplificate  con video e servizi che emozionino il mondo perché' mettono davanti le vittime civili, le case distrutte, le bombe inesplose nei cortili. Tutto da riprendere con foto e video per emozionare. Hamas ha ideato,  a tavolino,  una guerra che deve svolgersi non in campo aperto o intorno ad obiettivi militari come avviene nella terribile convenzione della guerra. Ed  esponendo " al minimo" i civili, dandosi cioè' regole di ingaggio che espongano al minimo i civili ( compresa la regola di allontanare giornalisti e curiosi durante azioni di sminamento). No! Hamas concepisce la guerra come spettacolo della morte dei civili. Ha trasformato strade, scuole, ospedali nel teatro di guerra. Ha inventato gli scudi umani, i soldati-bambino. Costringe la gente durante gli attacchi a stare sotto le bombe. Ha costruito centinaia di canali per colpire Israele ma non li usa come rifugio per i civili ma, solo, per i capi terroristi.  Hamas massimizza il rischio per i civili perché' concepisce l'esibizione di morti civili come successo militare: perché' così' mostrifica l'avversario e punta ad isolarlo confidando sull'emozione del mondo per le vittime civili. Perché' non figurano mai combattenti di Hamas tra i morti palestinesi? Perché' gli israeliani morti sono solo soldati e i palestinesi solo civili? Primo: perché' Hamas trucca i dati per emozionare il mondo. Secondo: perché' Hamas ha trasformato la popolazione civile in combattenti ma indifesi. Solo esponendoli allo spettacolo della morte. Perché' quella e' la guerra per Hamas. E i morti civili sono il suo trofeo. E i media internazionali consentono tutto questo. Tacciono la denuncia dei metodi di Hamas. Titillano questa concezione bestiale, primitiva, odiosa della guerra-spettacolo e del sacrificio ricercato dei civili. Tacciono perché' lo spettacolo e' anche il loro scopo. Loro non dovrebbero solo raccontare e filmare. Dovrebbero contribuire a denunciare la miserabile concezione della guerra, della vita e della morte che hanno i terroristi. Per contribuire ad isolarli. E a perdere. Invece se li fanno amici per raccontare lo spettacolo. Ignobile. E per niente eroico. Continuate pure a criticare Israele, se vi aggrada, ma fate il vostro dovere e dite la verità' su Hamas.Media italiani. Fate bene a nascondere dietro la retorica la morte del nostro giovane connazionale. Dovreste porvi altrimenti delle domande. E sarebbero imbarazzanti per voi.
State cantando da tempo la tragedia di Gaza con il metro logoro del racconto epico della lotta tra Davide e Golia. Vi state assumendo la responsabilità di trattare quelle strade polverose e minate di Gaza come un normale teatro di guerra. Dove mandate a rischiare la vita giovani cronisti a cui fate credere di fare un lavoro eroico. E invece voi, direttori di giornali, di TV, di struttura associate di stampa, state facendo solo un lavoro sporco. Sì, sporco. Perché vi state prestando, senza battere ciglio, all'idea insopportabile della guerra, della vita e della morte di una banda di terroristi.

Perché quel nostro cronista era lì?
Cosa c'è da comunicare nel disinnesco di una bomba?
E perché non farlo da lontano, come sempre si fa in questi casi?

Non diteci balle: non era un'azione di guerra da riprendere. Era un'operazione di sminamento, normalissima dappertutto e che si svolge dappertutto osservando banalissime regole di sicurezza. La prima? Sul posto ci stanno solo gli artificieri. Invece a Gaza una pericolosissima ma ordinaria azione di sminamento si svolge sotto telecamere e taccuini. Pazzesco!

Perché quella che è normalissima regola dappertutto, non lo è a Gaza?
Perché solo a Gaza governanti assatanati e terroristi concepiscono la guerra come spettacolo di propaganda. E misurano la vittoria in termini di numero di vittime civili della propria gente. Questa è Hamas. Per loro il teatro di guerra devono essere case, ospedali, scuole. Per loro le scene di guerra, anche uno sminamento, vanno amplificate con video e servizi che emozionino il mondo perché mettono davanti le vittime civili, le case distrutte, le bombe inesplose nei cortili. Tutto da riprendere con foto e video per emozionare.

Hamas ha ideato, a tavolino, una guerra che deve svolgersi non in campo aperto o intorno ad obiettivi militari come avviene nella terribile convenzione della guerra. Ed esponendo "al minimo" i civili, dandosi cioè regole di ingaggio che espongano al minimo i civili (compresa la regola di allontanare giornalisti e curiosi durante azioni di sminamento).
No! Hamas concepisce la guerra come spettacolo della morte dei civili. Ha trasformato strade, scuole, ospedali nel teatro di guerra.
Ha inventato gli scudi umani, i soldati-bambino.
Costringe la gente durante gli attacchi a stare sotto le bombe.
Ha costruito centinaia di canali per colpire Israele ma non li usa come rifugio per i civili ma, solo, per i capi terroristi.
Hamas massimizza il rischio per i civili perché concepisce l'esibizione di morti civili come successo militare: perché così mostrifica l'avversario e punta ad isolarlo confidando sull'emozione del mondo per le vittime civili.

Perché non figurano mai combattenti di Hamas tra i morti palestinesi?
Perché gli israeliani morti sono solo soldati e i palestinesi solo civili?

Primo: perché Hamas trucca i dati per emozionare il mondo.
Secondo: perché Hamas ha trasformato la popolazione civile in combattenti ma indifesi. Solo esponendoli allo spettacolo della morte. Perché quella è la guerra per Hamas. E i morti civili sono il suo trofeo.

E i media internazionali consentono tutto questo. Tacciono la denuncia dei metodi di Hamas.
Titillano questa concezione bestiale, primitiva, odiosa della guerra-spettacolo e del sacrificio ricercato dei civili.
Tacciono perché lo spettacolo è anche il loro scopo.

Loro non dovrebbero solo raccontare e filmare. Dovrebbero contribuire a denunciare la miserabile concezione della guerra, della vita e della morte che hanno i terroristi. Per contribuire ad isolarli. E a perdere. Invece se li fanno amici per raccontare lo spettacolo. Ignobile. E per niente eroico. Continuate pure a criticare Israele, se vi aggrada, ma fate il vostro dovere e dite la verità su Hamas.