domenica 30 agosto 2015

Pallywood: i video propaganda della Tamimi press

Anche prima di leggere questo articolo http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=59385 già lo sospettavo che ci fosse dell'altro dietro l'arresto del 31enne italiano in Cisgiordania, ma la stampa italiana ce l'ha tenuto nascosto. eh già, nascosto, certo, perché se ci sono arrivata io che non sono giornalista (non indago la verità), la seguente domanda direi che è piuttosto lecita: come mai non ci sono arrivati loro? i professionisti? Eppure della famiglia Tamimi (attori consumati ormai) si sapeva già da un pezzo (cmq visto che state leggendo questo post guardate pure i video su you tube che troverete linkati).
Mi chiedo (ma senza stupirmi poi più di tanto, considerata la carenza etica e professionale di alcuni: una delle giornaliste italiane -notizia del mese di luglio- ha persino pagato una ragazza nomade perché durante l'intervista dichiarasse quello che lei stessa le aveva chiesto di dire!!): perché queste mezze notizie (anzi, magari fossero mezze!) che servono solo a buttare benzina sul fuoco?
La vostra (e mi rivolgo ai giornalisti che hanno dato la notizia dell'arresto del 31enne italiano "come l'hanno data" cioè neanche a metà!) è pura ignoranza o lo fate proprio apposta perché così il vostro padrone richiede?
E non per ultimo c'è da aggiungere che le foto che tanto hanno fatto "il giro del mondo" (e delle quali i giornalisti ci si sono tanto riempiti la bocca!) sono un falso: non è un soldato israeliano a maltrattare quel bambino (l'attore) ma qualcuno che millanta di esserlo (molto probabilmente uno di hamas). I soldati israeliani usano il casco e non il passamontagna! eppoi figuriamoci  la fine che avrebbe fatto quell'uomo se davvero fosse stato un soldato israeliano (da solo, in mezzo al deserto, contornato dalla folla... sarebbe bastata una pietra a metterlo fuori uso eppure... stranamente tutti erano li a strillare e a filmare o fotografare invece di intervenire!)
Quel video è un falso e anche un ceco se ne accorgerebbe!

Di seguito il commento di Deborah Fait su Informazione Corretta


Ciak, si gira ! Una delle migliori recite della famiglia Tamimi al completo

https://www.youtube.com/watch?v=xHy8J58eUuM
il video dal blog di Danielle Guez

Grandissima interpretazione della famiglia Tamimi diventata famosa grazie alla figlia, Ahel Tamimi, una peste premiata da Erdogan per aver assalito a calci, pugni, parolacce e urla isteriche un gruppetto di soldati israeliani .
Questa volta tutta la famiglia è stata protagonista di Pallywood con un filmato firmato “Tamimi press” (ehhh, ormai sono diventati un’agenzia vera e propria) diventato virale sul web, sui telegiornali internazionali, sui media di tutto il mondo!

Un soldato israeliano con una divisa senza nessun segno di riconoscimento (le camicie cachi di Zahal hanno sempre sulla manica una piccola bandiera di Israele), senza casco, con una specie di calzamaglia in testa e un grosso mitra sulle spalle si aggira solo soletto nel deserto quando vede un ragazzino con un braccio ingessato in mezzo alle rocce sotto di lui che tira sassi. Gli corre dietro urlando “yeled yeled” (bambino) con un fortissimo accento arabo, finalmente lo becca e se lo mette tra le gambe mentre il bimbo che si chiama Bilal Tamimi si mette a urlare e a divincolarsi .

All’improvviso il deserto si anima e, dal nulla più profondo, appaiono donne urlanti seguite da alcuni uomini fra i quali Bassem Tamimi, padre e noto “attivista”, e da alcuni cameramen che stavano, casualmente, passando da quelle parti. Ma che ci fanno, secondo voi, dei cameramen, tutti attrezzati, in mezzo al deserto, tra sassi e sabbia, col caldo che fa!
Chiaramente erano stati chiamati per assistere allo show: urla, botte, mamma Tamimi, papa’ Tamimi, alcuni parenti, tutti intenti a pestare il “soldato”, poi, sempre dal nulla, arriva lei, la primadonna, Ahed Tamimi con la sua treccia bionda che le è valso il nomignolo di Shirley Temple palestinese, e, come un’attrice provetta, si lancia contro il soldato urlando in inglese “My brother” e incomincia a prenderlo a botte e a mordergli la mano, fermandosi ogni tanto per controllare se le telecamere la stanno inquadrando.
Anche le altre donne, tra un urlo e l’altro, lanciano occhiate alle telecamere, forse preoccupate di non essere riprese come si conviene. Tutto costruito col chiaro intento di provocare, con la pestifera Ahed, una vera e propria canaglia, più scatenata che mai, che ha il potere di farmi prudere le mani.

Pallywood è diventato un grande business che fa danni enormi all’immagine di Israele spesso incapace di reagire come si deve alla propaganda araba senza scrupoli che non si preoccupa di usare bambini e adolescenti pur di danneggiare l’odiato nemico sionista.
L’ANP e tutte le ONG antisraeliane spendono milioni per questo tipo di propaganda, sempre attivissime, spaziano dal boicottaggio internazionale ai filmati taroccati e costruiti all’uopo contro i soldati di Tzahal che, nei pattugliamenti , devono letteralmente scrollarsi di dosso nugoli di ragazzini isterici e pericolosi, di donne urlanti e cercare anche di restare calmi.
Se a volte, umanamente, non ce la fanno, anche perchè le pietre che gli tirano addosso fanno male, cadono vittime della più bieca propaganda.

Ecco qui un altro filmato di Right Reporter, pubblicato a suo tempo anche da informazionecorretta, dove si vede benissimo tutto l’imbroglio che sta dietro all’informazione fasulla che dai territori contesi va poi a fare il giro del mondo. Attori presi dalla strada, pagati per disperarsi davanti alle cineprese. Una vecchia che piange a comando mentre un’altra in piedi vicino a lei ride divertita e si sente la voce di uno dei presenti che dice in ebraico “Non posso crederci, piange quando glielo chiedono e poi ride quando non riprendono.
Che sceneggiata è questa?” http://www.rrvideo.org/video/ciak-si-gira-pallywood-in-azione/

Appunto, che sceneggiata è questa? Purtroppo tutto serve per ingigantire l’odio del mondo contro Israele e il video della “Tamimi press” è la ciliegina avvelenata su una torta fatta di fango. Il fango in cui sguazza l’ANP.

lunedì 3 agosto 2015

Ma quanti eravamo a Tel Aviv? Non tutti.

di Etgar Kere

(Il Corriere della Sera, 4 agosto 2015)

"Non ci sono tutti", ha esclamato mio figlio, sabato, sui gradini del municipio di Tel Aviv in Piazza Rabin, «ne arrivano altri, giusto?».



foto di Shalom7.


Erano già le 9, era passata un'ora e mezza dall'inizio ufficiale della manifestazione contro la violenza, l'istigazione. Non ha ancora 10 anni, ma ha già visto quella piazza piena di gente che dimostrava per cause meno importanti ed è sicuro che, come in un buon film western, la cavalleria sta per arrivare, che si riverseranno in piazza decine, forse centinaia di migliaia di cittadini inorriditi dai terribili eventi occorsi questa settimana in Israele.
Come è possibile che a manifestare contro l'assassinio di bambini e innocenti vengano meno persone di quelle che parteciperebbero a una protesta contro il prezzo della case o il blocco edilizio nelle zone degli insediamenti?

Il giorno dopo, i giornali avrebbero scritto che c'erano «migliaia di dimostranti», ricorrendo al termine «migliaia» solo per nascondere gli spazi vuoti nella piazza. Abili fotografi avrebbero elaborato delle immagini per le prime pagine che fanno sembrare grande la folla relativamente piccola. Questo triste sforzo per aumentare la portata della manifestazione non è dovuto a misteriose ragioni politiche, ma a un senso di vergogna collettivo, perché la verità imbarazzante è che una manifestazione contro l'uccisione di neonati palestinesi e l'accoltellamento di partecipanti alla parata dell'orgoglio omosessuale non spinge le persone a uscire di casa, certamente non in questo agosto particolarmente caldo e umido. E questa verità non è bella per nessuno. 


Sono abbastanza vecchio da ricordare Piazza Rabin, quand'era ancora chiamata I re d'Israele, in numerose occasioni piena di manifestanti: ricordo, da teenager, centinaia di migliaia di persone che protestavano contro la guerra del Libano dopo il massacro di Sabra e Shatila, e una folla così piena di speranza alla manifestazione per l'accordo di pace, dopo il quale fu assassinato Yitzhak Rabin. La ricordo piena di uomini con la kippah lavorata a maglia, che protestavano contro il disimpegno, e i giovani appassionati che cantavano alla manifestazione a favore della giustizia sociale. Ma oggi è mezza vuota. Dove sono tutte le persone che allora la riempivano? 


I giovani miseramente sconfitti nella loro battaglia per la giustizia sociale hanno perso la loro speranza e fiducia nell'efficacia di questo strumento democratico?

Quelli di sinistra, che vengono a sudare in questa piazza tutte le volte che si perpetra una nuova ingiustizia nel nostro Paese — un'evenienza non affatto insolita — cominciano a essere stanchi? 
E dove sono quei coloni con i loro yarmulkes (copricapo tipico degli ebrei) che riempivano rapidamente questa piazza e qualunque altro posto in cui avevano luogo le manifestazioni contro la demolizione degli insediamenti illegali, ma che scelgono di non protestare contro l'assassinio di neonati?
Pensano che, quando si tratta di palestinesi e della comunità Lgtb (persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender), il comandamento «Non uccidere» sia stato cancellato dalle loro tavole di pietra? 
Che qui abbiamo una sorta di divisione dei compiti: la destra manifesta per la sacralità della terra, e tutto quello che riguarda l'omicidio di innocenti non ebrei o eterosessuali ricade fuori dalla loro giurisdizione? 
E quelli che non seguono la politica ma vivono semplicemente qui e cercano di sopravvivere: pensano anche loro che questa manifestazione non abbia niente a che fare con le loro vite? 

Sembra che abbiamo perso la convinzione di poter cambiare qualcosa; il fatto è che persino quei pochi che hanno partecipato alla manifestazione sembrano stanchi. Molti di loro sono seduti sul bordo della fontana e sui gradini del municipio. Solo pochi sono venuti, e non hanno neanche la forza di stare in piedi. Gli oratori hanno già finito i loro discorsi e la folla ha cominciato a disperdersi, ma mio figlio si rifiuta di andarsene. 

Nella sua logica, chiunque creda sia sbagliato uccidere bambini e accoltellare innocenti dovrebbe uscire a manifestare contro questi misfatti. Secondo lui, nel nostro Paese, ci dovrebbero essere milioni di persone che la pensano così, milioni. 
Se la gente non è ancora arrivata, insiste, è solo perché ha qualche impedimento. Forse il figlio non trova la scarpa o la babysitter è in ritardo. E solo questione di tempo perché vengano, è chiaro. «Aspettiamo ancora un po'», dice, avvolgendo la sua manina alla mia mano. «Ancora un po', finché non arrivano». L'unica risposta che riesco a borbottare è che è già tardi, e potrebbe passare molto, davvero molto tempo prima che arrivi la gente che dovrebbe esserci.

(Traduzione di Ettore Claudio lannelli)

lunedì 11 maggio 2015

Discorso di George Deek, ambasciatore d’Israele a Oslo

Traduzione dall’inglese della trascrizione integrale di Tzur Trevi

Discorso pronunciato ad Oslo, il 27 Settembre 2014, dal Dr. George Deek, Vice-Ambasciatore di Israele in Norvegia

Deek
Quando cammino per le strade della mia città, Jaffa, mi capita spesso di pensare al 1948. I viali della Città Vecchia, le case del quartiere di Ajami, le reti stese ad asciugare nel porto – tutte queste cose sembrano volermi raccontare tante storie diverse a proposito di quell’anno che ha cambiato, e per sempre, la storia della mia città. Una di queste storie è quella di una delle più antiche famiglie residenti nella città – la famiglia Deek – la mia famiglia.
Prima del 1948 mio nonno George, quello che portava il nome con cui mi hannno chiamato, lavorava come elettricista presso la Società Elettrica Rotenberg.
Non si era mai interessato alla politica.
E siccome Jaffa era una città mista, naturalmente aveva anche amici ebrei.
A dire il vero, questi suoi amici erano riusciti addirittura a fargli imparare lo Yiddish dell’Europa Orientale, facendo di lui probabilmente uno dei primi Arabi che mai avesse parlato tale lingua.
Nel 1947 mio Nonno si fidanzò con Vera – mia Nonna – ed insieme si misero a fare progetti sul mettere su famiglia in quella stessa città dove tutti i Deek avevano vissuto negli ultimi 400 anni.
A Jaffa.
Ma qualche mese dopo, tutti questi progetti andarono in fumo, letteralmente dalla sera alla mattina.
Quando le Nazioni Unite approvarono la creazione dello Stato di Israele, ed in pochi mesi gli Ebrei misero in piedi tale Stato, i leaders del mondo arabo misero in allarme gli Arabi dicendo che se gli Arabi avessero deciso di restare nelle proprie case, gli Ebrei si preparavano ad ucciderli tutti e citarono il massacro di Deir Yessin come esempio di ciò che sarebbe loro successo.
I leaders dissero a tutti: “Lasciate le vostre case e scappate!”
Dissero loro che si trattava di stare lontani per pochi giorni, perché ben cinque Eserciti Arabi ben presto avrebbero annientato quello Stato d’Israele appena sorto.
La mia famiglia, terrorizzata al pensiero di che cosa avrebbe potuto accaderle, decise di mettersi in salvo, così come fece anche la maggioranza di tutte le altre famiglie Arabe.
Un prete venne chiamato in tutta fretta a casa dei Deek, e gli fu chiesto di sposare George e Vera, così, su due piedi, nella casa di famiglia.
Mia nonna non ebbe nemmeno la possibilità di indossare un abito appropriato per la cerimonia.
Subito dopo questo matrimonio improvviso, l’intera famiglia cercò rifugio andando verso il Nord, in Libano.
Ma quando la guerra finì, fu evidente che gli Arabi avevano fallito nel loro scopo di distruggere Israele.
La mia famiglia era rimasta al di là del confine, e sembrò ormai certo che il destino dei fratelli e delle sorelle della famiglia Deek sarebbe stato quello di disperdersi ai quattro angoli del Mondo.
Oggi ho parenti che vivono in Giordania, Libano, Dubai, Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Australia, ed in altri paesi ancora. 

La storia della mia famiglia è solo una – e probabilmente nemmeno la peggiore – tra le tante tragiche storie familiari dell’anno 1948.
E, per essere franchi, non è necessario essere anti-israeliani per riconoscere che ciò che è capitato agli Arabi di Palestina nel 1948, e che da essi è chiamato “Naqba”, è stato un immane disastro umanitario.
Il fatto che io debba usare Skype per parlare con i miei parenti canadesi – che non parlano più arabo – o che abbia un cugino in un paese arabo di cui non ha tuttora la cittadinanza, pur essendovi nato come esponente della terza generazione dall’arrivo in quel paese della sua famiglia – sono tutte testimonianze viventi delle tragiche conseguenze di quella guerra.
Secondo quanto stabilito dalla risoluzione dell’ONU n.711 migliaia di Palestinesi vennero dislocati dai loro luoghi di origine, tra coloro che fuggirono volontariamente e quelli che vennero espulsi.
In quello stesso arco di tempo, a causa della nascita dello Stato di Israele, circa 800mila Ebrei subirono pogrom nei paesi Arabi dove vivevano da secoli e vennero costretti a fuggire a loro volta, lasciando oggi tali paesi presso che privi della presenza ebraica.
Come abbiamo sentito e letto molte volte le atrocità commesse su entrambi i lati non furono cosa rara.

Tuttavia appare anche chiaro che questo particolare conflitto non è stato certo il solo ad essersi verificato, su scala mondiale, nel corso dei secoli XIX e XX, che abbia causato come conseguenza espulsioni generalizzate e trasferimenti forzosi di intere popolazioni.

Tra il 1821 ed il 1922, circa 5 milioni di musulmani ottomani vennero espulsi dall’Europa e rimandati in Turchia.

Negli anni ’90 del secolo scorso la Jugoslavia siè sfaldata in pezzi in una serie di guerre civili che hanno causato oltre 100.000 morti e 3 milioni di profughi.

Nell’arco di tempo tra il 1919 ed il 1949 in esecuzione della cosiddetta “Operazione Wisla” 150.000 persone rimasero uccise negli attriti di confine tra Polonia ed Ucraina ed 1,5 milioni furono i profughi dislocati.
 
Al termine della II Guerra Mondiale, in seguito a quanto stabilito alla Convenzione di Potsdam, all’incirca tra 12 a 17 milioni di Tedeschi dovettero lasciare come profughi i confini delle nuove nazioni stabiliti dai trattati di Pace per andare a cercare rifugio in Germania.

Nel 1948, al momento della creazione dell’India e del Pakistan come risultato della fine dell’Impero Britannico in India, furono oltre 15 i milioni di persone che lasciarono le loro case per trasferirsi come profughi nel paese della religione di loro appartenenza.

E del resto questo è stato un trend comune anche nello stesso Medio Oriente.

Gli Ottomani hanno trasformato in profughi 1,1 milioni di Curdi che vivevano in Turchia.

Circa 2,2 milioni di Cristiani sono stati cacciati, espulsi dall’Iraq.
Mentre stiamo parlando, in questo stesso momento, Yazidi, Baha’i, Curdi, Cristiani ed anche Musulmani vengono assassinati e fatti fuggire, al ritmo di oltre mille persone al mese, a seguito del dilagare dei proseliti del neo-Califfato dell’Islam radicale.

Le possibilità che qualcuno di questi gruppi di popolazione possa ritornare alle proprie case di origine è pressoché inesistente.
Ed allora perché? Perché si verifica che le tragedie subite dai Serbi, dai Musulmani Europei, dai rifugiati Polacchi e dai Cristiani Iracheni, non vengano commemorate da nessuno?
Perché la cacciata di centinaia di migliaia di Ebrei dal mondo Arabo è andata completamente dimenticata, mentre la simmetrica tragedia degli Arabi di Palestina, la Naqba, è invece ancora viva ed attiva nella politica di oggi?

A me sembra che la spiegazione consiste nel fatto che la Naqba, da disastro umanitario è stata trasformata nello strumento di un’offensiva politica.
La commemorazione della Naqba da molto tempo ormai non è più l’occasone per ricordare ciò che è successo, ma un modo per dimostrare la propria insofferenza per la stessa esistenza dello Stato di Israele.
E lo dimostra chiaramente il fatto di quale sia il giorno in cui si è scelto di commemorarla: questo giorno non è infatti il 9 di aprile, il giorno dell’anniversario del massacro di Deir Yassin, oppure il 13 di Luglio, cioè l’anniversario dell’espulsione da Lod.
No.
Il Giorno della Naqba è stato fissato il 15 di maggio, cioè esattamente il giorno successivo allo Yom HaAtzmaut, la festa israeliana dell’Indipendenza.
Così facendo la leadership Palestinese ha implicitamente dimostrato di ritenere che il disastro a cui ci si riferisce con il termine “Naqba” non è quello delle espulsioni, dell’abbandono delle case e dei villaggi, o del perdurante esilio degli Arabi, ma che “Naqba” per essi è il fatto stesso della creazione dello Stato di Israele.

Dimostrano nei fatti di provare meno dolore nei confronti della catastrofe umanitaria che si è abbattuta sui Palestinesi, di quanto non ne provino per la rinascita di uno stato Ebraico in Israele.
In altre parole, dal mio punto di vista: loro non sono addolorati per il fatto che mio cugino oggi sia un Giordano, ma piuttosto del fatto che io, oggi, sia un Israeliano.
Scegliendo di fare così i Palestinesi si sono resi schiavi del passato, che si mantengono in una condizione di prigionieri legati da catene fatte di risentimento, intrappolati in un mondo fatto di odio e di frustrazioni.

Ma, amici, la verità, tanto evidente quanto è semplice, è che allo scopo di non essere ridotti a vivere nella mera dimensione della sofferenza e dell’amarezza, dobbiamo riuscire a guardare in avanti.
Per dirlo nel modo più chiaro: “Per porre rimedio al passato, per prima cosa devi assicurarti di avere un futuro”.
Questa è una cosa che ho imparato dal mio maestro di musica, Avraham Nov.
Quando avevo 7 anni mi unii alla Banda Marciante della comunità Arabo-Cristiana di Jaffa. È lì che incontrai Avraham, il mio insegnate di musica, che mi ha insegnato dapprima a suonare il flauto, ed in seguito anche il clarinetto. Ero bravo, credetemi.
Avraham è un sopravvissuto all’Olocausto. La sua famiglia è stata completamente sterminata dai Nazisti. Di tutti loro, lui è l’unico sopravvissuto, e questo perché un certo ufficiale nazista – dopo averlo ascoltato mentre suonava l’armonica a bocca – lo ritenne un musicita dotato, e lo portò a casa sua allo scopo di intrattenere a cena i suoi ospiti.
Quando la guerra finì Avraham restò solo. Avrebbe potuto facilmente adagiarsi, e restarsene lì, accasciato ed in lacrime, considerando che cosa gli era capitato a causa del più grande crimine mai perpetrato nella storia contro il genere umano.
Ma lui non lo fece.
Lui scelse di guardare avanti, e non dietro.
Scelse la Vita e non la Morte.
La Speranza e non la Disperazione.

Avraham venne in Israele, si sposò, costruì una famiglia, e decise di insegnare quella stessa cosa che gli aveva salòvato la vita – la musica. È diventato così l’insegnante di musica di centinaia, di migliaia di bambini, in giro per tutto Israele.
E quando vide la tensione tra Arabi ed Ebrei montare e sfuggire al controllo, questo sopravvissuto all’Olocausto decise di insegnare la Speranza, attraverso il canale della musica, a centinaia di bimbi arabi come me.
I sopravvissuti all’Olocausto, come Avraham, sono tra le persone più straordinarie che vi possa essere mai dato di incontrare nella vita.
Sono sempre stato curioso di capire come fossero riusciti a trovare la forza di sopravvivere, sapendo quello che sapevano ed avendo visto ciò che avevano visto. Eppure nei quindici anni che ho conosciuto Avraham come insegnante, lui non parlò mai del suo passato, tranne una volta sola, quando io gli chiesi di farlo.
Quello che compresi allora fu che Avraham non era il solo ad essere così, che molti dei sopravvissuti all’Olocausto non parlavano mai di quegli anni, nemmeno nelle proprie famiglie, a volte per decenni, a volte per il resto delle loro vite.
Solo quando ritenevano di essersi assicurati un futuro, solo allora, si concedevano di poter ripensare al passato. Solo quando fossero riusciti a costruirsi un tempo per sperare, potevano permettere a se stessi di ricordare i giorni neri della disperazione.
E loro avevavo costruito il loro futuro nella loro ancestrale ed al tempo stesso nuova casa, lo Stato di Israele.
Ed agendo sotto l’ombra della loro più immane tragedia, gli Ebrei furono capaci di costrure una nazione che oggi è un leader mondiale nella Medicina, nell’Agricoltura e nella Tecnologia.
Come hanno potuto riuscirci? Perché hanno guardato avanti.

Amici, quella di Israele è una lezione che è valida per ogni nazione che vuole riuscire a superare una tragedia che l’abbia colpita, inclusa la nazione Palestinese.
Se i Palestinesi vogliono redimere il loro passato, allora devono per prima cosa assicurarsi di avere un futuro, in un mondo che sia quello che dovrebbe essere, che sia quello che i nostri figli si meritano cha sia.
Ed il primo passo in questa direzione è, senza alcun dubbio, quello di porre fine al vergognoso trattamento dei rifugiati Palestinesi.
Nel mondo arabo, i rifugiati Palestinesi – compresi i loro figli, i loro nipoti, e talvolta anche i loro bis-nipoti – non sono stati integrati, e sono stati aggressivamente fatti oggetto di ogni discriminazione, e nella maggior parte dei casi è stata loro negata la cittadinanza ed i più fondamentali diritti umani.
Qualcuno mi può spiegare perché i miei parenti che vivono in Canada sono cittadini Canadesi, mentre i miei parenti che vivono in Siria, in Libano, o negli Emirati del Golfo Persico – persone che sono tutte nate lì e che non conoscono altro posto che possano chiamare “casa” – sono ancora considerati dei meri rifugiati?
Chiaramente il trattamento che subiscono i Palestinesi nei paesi Arabi rappresenta la condizione di oppressione più grande di cui essi abbiano mai fatto esperienza, ovunque nel mondo.
Ed i complici in questo crimine non sono altri se non la Comunità Internazionale e le Nazioni Unite.
Invece che adempiere alle sue stesse funzioni, ed aiutare i rifugiati a ricostruirsi una vita, la Comunità Internazionale preferisce alimentare la narrativa della vittimizzazione.
Mentre infatti vi è un’unica agenzia dell’ONU che si deve occupare di tutti i rifugiati esistenti nel mondo, la UNHCR, l’ONU ha creato una seconda agenzia, la UNRWA, al solo scopo di occuparsi dei rifugiati Palestinesi.
E questo fatto – lo sdoppiamento – non è affatto un coincidenza. Infatti mentre l’obiettivo perseguito dalla UNHCR è quello di aiutare i rifugiati a crearsi una nuova casa, e da essa partire per creare per essi stessi un nuovo futuro, in modo da poter al più presto dismettere lo status di rifugiati, l’obiettivo perseguito dalla UNRWA è esattamente l’opposto: mantenere i rifugiati in tale loro status, ed impedire loro di iniziare a crearsi delle vite nuove.
La Comunità Internazionale non può seriamente aspettarsi di risolvere il problema di questi rifugiati, se collabora con il Mondo Arabo nel trattarli come un ostaggio dslla politica, negando loro quei diritti fondamentali di cui essi meritano pienamente di godere.
Dovunque nel mondo ai profughi Palestinesi sia stato dato di godere di uguali diritti rispetto ai cittadini del paese ospitante, essi hanno prosperato e contribuito significativamente alla prosperità di quei paesi dove sono stati accolti, siano questi i Paesi del Sud America (N.d.t. particolarmente il Cile), sia negli Stati Uniti d’America, sia nello stesso Stato di Israele.
Infatti Israele è stato uno dei pochissimi stati nel mondo che hanno accordato automaticamente piena cittadinanza ed uguaglianza di diritti a tutti i Palestinesi presenti nello Stato di Israele dopo il 1948.
E noi possiamo vedere oggi i risultati di quella decisione: a dispetto di tutti gli ostacoli e delle difficoltà i cittadini Arabi di Israele sono riusciti ad assicurarsi un futuro nello stato ebraico.
Gli Arabi Israeliani sono i più istruiti del Mondo Arabo, quelli che godono degli standard di vita migliori, e che hanno le migliori opportunità, tra tutti gli Arabi della regione Medio Orientale. 
Ci sono Arabi che sono Giudici della Corte Suprema dello Stato di Israele.
Alcuni dei Medici più rinomati in Israele sono Arabi, ed essi lavorano presso che in tutti gli ospedali del paese.
Nel Parlamento siedono 13 Membri della Knesset eletti nelle file dei Partiti Arabi, che godono del loro diritto di criticare il Governo – cosa che essi concretamente fanno nel modo più esaustivo ed estremo che sia immaginabile – protetti dal loro diritto di libertà assoluta di parola.
Arabi sono alcuni dei vincitori dei più popolari talent show televisivi.
Ed addirittura vi sono diplomatici israeliani che sono Arabi, ed uno di loro è chi vi parla in questo momento.

Oggi, quando passeggio per le strade di Jaffa, io guardo i vecchi edifici ed il vecchio porto.
Ma vedo anche bambini che vanno a scuola o studenti che vanno all’Università, vedo imprese commerciali fiorenti, e mi vedo circondato da una cultura viva e vibrante.
In breve, nonostante il fatto che abbiamo ancora una lunga strada da percorrere avanti a noi in quanto minoranza , nondimeno noi abbiamo un futuro nello Stato di Israele. 

E questo mi porta al punto successivo del mio discorso –
È venuto il momento di porre fine alla cultura dell’odio e dell’incitamento di quest’odio, perché l’Anti-Semitismo, io credo, è una grande minaccia che incombe tanto sui Musulmani e sui Cristiani, quanto incombe sugli Ebrei.
Sono arrivato in Norvegia poco più di due anni or sono, e per me è stata la prima volta in cui ho interagito con Ebrei locali in quanto esponenti di una comunità minoritaria.
Ovviamente ero abituato nella mia vita a considerarli la comunità di maggioranza. Qui la loro condizione mi sembrava, devo dirlo, molto familiare.
Anch’io sono cresciuto in un ambiente molto simile, nella comunita Arabo-Cristiana di Jaffa. Ero parte della minoranza Ortodosso Cristiana, che era parte della Comunità Cristiana in generale, che è una parte minoritaria della minoranza Araba nello Stato Ebraico di Israele, il solo stato non-musulmano del Medio Oriente Islamico. Lo vedete? È come una matrioska russa, ogni volta che ne apri una, dentro c’è n’è una più piccola. E la mia è la più piccola di tutte.
Essere un Ebreo in Norvegia ed essere un Arabo in Israele, significa in entrambi i casi che tu sei parte di una piccola comunità dove ognuno si proccupa per gli altri e tutti si supportano a vicenda.
Ed è una cosa bellissima che, a prescindere da ogni altra considerazione, c’è e ci sarà sempre per te una comunità che si preoccuperà di accudirti.
Essere parte di una comunità di minoranza è stata per me una benedizione che mi ha accompagnato in tutto il percorso della mia vita.
Tuttavia, amici miei, la vita di una minoranza è sempre una vita impegnata nella lotta che non ha mai fine per ottenere un trattamento equo.
Alle volte ti capiterà di essere discriminato, ed è possibile che tu divenga la vittima di un crimine che è espressione di un odio etnico.
Anche in una democrazia come Israele, essere una minoranza di etnia Araba non è una cosa semplice.
Appena un anno fa una banda di giovani bulli appartenenti al movimento “PriceTag” sono entrati nel cimitero di Jaffa ed hanno dissacrato le tombe presenti con graffiti che dicevano “Morte agli Arabi”, ed una delle tombe colpite in quel cimitero era quella di mio padre.

Essere una minoranza, amici miei, è sempre e dovunque una sfida da affrontare, perché essere una minoranza significa essere diversi.
E nessuna nazione umana ha pagato un prezzo più caro per il fatto di essere minoranza, per il fatto di essere diversi, del Popolo Ebraico.
La storia del Popolo Ebraico ha contribuito ad aggiungere molte parole prima sconosciute al vocabolario dell’Umanità, parole come: “espulsione”, “conversione forzosa”, “inquisizione”, “ghetto”, “pogrom”, per finire con la parola “Olocausto”.
Il Rabbino Lord Jonathan Sacks, rabbino capo del Regno Unito, ci ha spiegato accuratamente come gli Ebrei siano stati perseguitati attraverso tutti i secoli proprio perché erano “diversi”.
Perché erano la più significativa minoranza non-Cristiana in Europa.
E prechè oggi sono la più significativa minoranza non-musulmana nel Medio Oriente.
Io però dico, amici miei, non siamo forse tutti “diversi”?
La verità è proprio questa: essere diversi è quello che ci rende umani!
Ogni individuo, ogni cultura, ogni forma religiosa è unica e, quindi, insostituibile.
Ed un’Europa o un Medio Oriente che non hanno più posto per gli Ebrei, beh, allora non hanno più posto per l’unanità.
Amici miei, non lo dimentichiamo!
L’Anti-Semitismo può iniziare a prendere di mira gli Ebrei, ma non finisce mai con essi.
Gli Ebrei non sono infatti stati i soli ad essere convertiti a forza sotto il torchio dell’Inquisizione;
Hitler si assicurò che zingari, omosessuali, e molti altri soffrissero lo sterminio nei campi di fianco agli Ebrei;
E sembra che la stessa cosa intenda verificarsi oggi, questa volta in Medio Oriente.
 
Il Mondo Arabo sembra essersi voluto dimenticare che i suoi giorni più splendidi nel corso degli ultimi 1400 anni, sono quelli in cui gli Arabi hanno dimostrato di essere capaci di tolleranza e di apertura verso coloro che erano diversi.
Il genio matematico Ibn Musa el-Khawazmi era Uzbeko,
Il grande filosofo Rumi era Persiano,
Il glorioso leader Salah a-din (Saladino) era Curdo,
Il fondatore del nazionalismo arabo moderno fu Michel Aflaq – un Cristiano,
E colui che ha dato al mondo la riscoperta islamica del pensiero di Platone ed Aristotele è stato Maimonide, un Ebreo.
Ma invece di cercare di far rivivere oggi quell’approccio tollerante di grande successo, ai giovani Arabi di oggi viene insegnato l’odio per gli Ebrei, attraverso il ricorso alla retorica Anti-Semitica dell’Europa Medioevale coniugata con l’Islamismo più radicale.
Ed ancora una volta, ciò che è incominciato come ostilità verso gli Ebrei è diventata ben presto ostilità nei confronti di chiunque sia “differente”.

Solo nel corso dell’ultima settimana oltre 60.000 Curdi hanno dovuto fuggire dalla Siria in teritorio Turco nel terrore di essere massacrati dagli Islamisti radicali.
Nello stesso giorno 15 Palestinesi di Gaza sono annegati cercando di sfuggire alle grinfie di Hamas;
Baha’i e Yazidi sono in grave pericolo.
E in cima a tutto ciò vi è la pulizia etnica dei Cristiani dal Medio Oriente, un crimine contro l’umanità che è forse il maggiore commesso finora nel XXI secolo. Nel corso di appena due decenni infatti i Cristiani come me sono stati ridotti dall’essere il 20% della popolazione totale del Medio Oriente a costituire oggi il mero 4% di essa.
E se andiamo a vedere che in testa alla lista delle vittime dellla violenza Islamista ci sono i Musulmani stessi, allora appare chiaro a chiunque che, alla fine, l’odio finisce sempre per divorare anche lo stesso odiatore.

Pertanto, amici,
se vogliamo condurre al successo il nostro tentativo di proteggere il nostro comune diritto ad essere diversi, e se vogliamo avere ancora un futuro in questa regione del Mondo, allora credo che dobbiamo fare causa comune, tutti insieme: Ebrei, Musulmani e Cristiani.
Noi ci batteremo per il diritto dei Cristiani, ovunque essi siano nel mondo, di vivere la loro fede senza paura, con la stessa passione con cui ci batteremo per il diritto degli Ebrei di fare lo stesso.
E noi ci batteremo contro l’islamofobia, ma abbiamo bisogno che i nostri partners Musulmani si uniscano a noi nella battaglia contro la Cristianofobia e contro la Giudeofobia.
Perché la posta in gioco è la nostra umanità, quell’umanità che condividiamo.

Lo so che quanto sto dicendo può apparire ingenuo ai più, ma io credo che sia possibile, e credo che la sola cosa che si frappone fra noi ed un mondo più tollerante, sia la paura.
Quando un mondo inizia a cambiare la gente si proccupa perché è incerta su che cosa porterà con sé il futuro.
Una simile paura porta la gente a contrarsi, a raggrinzirsi in una posizione passiva di vittime, di persone che hanno un atteggiamento di rifiuto della realtà, alla ricerca soltanto di qualcuno da incolpare additandolo a tutti come il colpevole di tutto quello che sta succedendo. E questo è vero oggi, tanto quanto era vero nel 1948.

Il Mondo Arabo può riuscire a superare questa impostazione mentale negativa, ma ciò richiede il coraggio necessario per pensare e per agire in modo diverso da quanto è stato fatto finora.
Questo cambiamento richiede agli Arabi di comprendere che non sono delle mere vittime passive ed indifese di un processo storico. Richiede che gli Arabi si aprano alla possibilità di poter fare auto-critica, e che accettino di poter essere ritenuti responsabili delle proprie attuali condizioni.
Tuttavia, a tutt’oggi, non un solo libro di storia edito nel mondo arabo ha mai posto la questione se forse il rifiuto totale della creazione di uno stato ebraico non sia stato un errore di portata storica.
Nessun Accademico Arabo di fama finora si è esposto per sostenere che se gli Arabi avessero allora accettato l’idea du uno stato nazionale per gli Ebrei, avremmo avuto due stati, non ci sarebbe stata alcuna guerra e quindi non avremmo avuto alcun problema di profughi e rifugiati.
Io vedo Israeliani come Benny Morris, che è con noi oggi, che hanno il coraggio di sfidare le narrazioni politicamente standardizzate fatte proprie dalle leadership al potere in Israele, e che si assumono rischi personali andando alla ricerca di una verità che non sempre può essere considerata confortevole dalla propria gente che è parte del conflitto.
Ma purtroppo non riesco ad individuare alcun loro omologo nel Mondo Arabo.
Io non riesco a vedere traccia nel mondo Arabo di un dibattito che ponga in questione la saggezza di una leadership distruttiva come quella del Mufti di Gerusalemme Hajj Amin al-Hussaini; oppure la guerra non inevitabile scatenata dalla lega Araba contro Israele nel 1948, o qualsiasi altra guerra posteriore scatenata contro Israele fino ad oggi;
Ed io non vedo neppure traccia di autocritica nella maggior parte della società Palestinese di oggi a proposito dell’uso che è stato fatto del terrorismo, del lancio di una seconda Intifada, oppure a proposito dell’aver respinto almeno due offerte da parte israeliana tese a porre fine al conflitto, negli ultimi 15 anni.
La capacità di riflettere su se stessi non significa debolezza; è un segno di forza.
Fa venire alla luce la nostra capacità di andare oltre le nostre paure per poter finalmente guardare in faccia la realtà.
È un atto che ci richiede di guardare con sincerità mentre andiamo all’interno dei nostri processi decisionali, e di assumerci le responsabilità che discendono dalle nostre decisioni.
Solo gli stessi Arabi detengono il potere di cambiare la loro stessa realtà. 
Smettendo per esempio di propendere per teorie complottistiche e smettendo di addossare sempre la colpe di tutto a qualche potere esterno – l’America, gli Ebrei, l’Occidente o chi altri – quando ci si trova davanti a dei problemi da risolvere;
Imparando dagli errori del passato;
Prendendo decisioni più sagge in avvenire.

Solo due giorni fa il Presidente degli Stati Uniti Barak Obama ha parlato dal podio delle Nazioni Unite di fronte ai delegati dell’Asssemblea Generale ed ha detto:
Il compito di respingere ed abbandonare il settarismo e l’estremismo è un compito che grava sulle spalle di un’intera generazione, un compito che le genti del Medio Oriente devono assolvere esse stesse, da sole. Non esiste alcun potere esterno che possa indurre una vera trasformazione dei cuori e delle menti”. 

Recentemente ho avuto la possibilità di leggere un articolo molto interessante scritto da Lord Sacks a proposito della rivalità fra fratelli presenti nella Bibbia.
Solo nella Genesi ci vengono presentate ben quattro storie di fratelli rivali: Caino ed Abele, Isacco ed Ismaele, Giacobbe ed Esaù, e Giuseppe ed i suoi fratelli.
Ciascuna di queste storie termina in un modo diverso –
Nel caso di Caino ed Abele, Abele alla fine viene ucciso.
Nel caso di Isacco ed Ismaele, i due si ritrovano insieme, in piedi, raccolti sulla tomba del loro padre.
Nel caso di Giacobbe ed Esaù, alla fine i fratelli si incontrano, si abbracciano, e poi se ne vanno ciascuno per la sua strada.
Ma nel caso di Giuseppe la fine è molto diversa.
Per tutti coloro che non hanno troppa familiarità con questa storia, Giuseppe era l’11° dei 12 figli maschi di Giacobbe ed il primogenito avuto da sua moglie Rachele, nato nella Terra di Canaan.
Ad un certo punto, a causa della loro gelosia per le qualità di Giuseppe, i fratelli complottano e decidono di venderlo come schiavo.
Tuttavia, dopo qualche tempo, Giuseppe risalì la china per diventare il secondo uomo più potente dell’Egitto, subito dopo il Faraone.
Quando la carestia colpì Canaan suo Padre Giacobbe ed i suoi fratelli vennero nel prospero Egitto in cerca di salvezza.
Ed in Egitto Giuseppe, invece di punirli per ciò che gli avevano fatto, decide di perdonare tutti i suoi fratelli.
Si tratta della prima narrazione in assoluto nella storia della letteratura universale, che ci parla di perdono e di riconciliazione.
Giuseppe provvede a tutti i bisogni dei suoi fratelli. Ed essi prosperano, crescono in numero e divengono in Egitto una vasta nazione.
Alla fine del racconto biblico Giuseppe dice ai suoi fratelli:
“Il vostro intento era quello di farmi del male, ma il Signore lo ha mutato in un’opportunità necessaria perché io potessi compiere, ora, ciò si deve fare, e cioè provvedere a salvare molte vite umane”. 

Con questo discorso Giuseppe intese dire che attraverso le nostre azioni nel presente noi possiamo dare forma al nostro futuro, e, facendo questo, possiamo anche redimere il nostro passato.

Ebrei e Peatinesi: possiamo anche non essere fratelli nella fede, ma certamente siamo fratelli per il fatto che condividiamo lo stesso destino umano.
Ed io credo che proprio come nella storia di Giuseppe, attraverso la capacità di fare le giuste scelte, e ponendo il focus della nostra attenzione sul futuro, potremmo anche redimere il nostro passato.
I nemici di ieri possono diventare gli amici di domani. È già successo tra Israele e Germania, Israele ed Egitto, Israele e Giordania.
È venuto il momento di incominciare a forgiare un nuovo raggio di speranza per illuminare le relazioni tra Israeliani e Palestinesi, tale che possiamo smettere di rinfacciarci le vecchie e reciproche lamentele, e mettere il focus sul nostro futuro e sulle eccitanti prospettive che esso ha in serbo per noi tutti, se solo troviamo il coraggio di osare.

Non vi ho ancora raccontato il resto della storia della mia famiglia, in quel 1948. 
Dopo un lungo viaggio verso il Libano, compiuto per la maggior parte a piedi, i miei nonni George e Vera raggiunsero infine il Libano. Restarono lì, per molti mesi. E mentre erano fermi lì, mia nonna diede alla luce il loro primo figlio, mio zio Sami.
Allor quando la Guerra finì, compresero che era stato loro mentito: gli Arabi non avevano vinto la guerra, così come avevano promesso di fare. Ed allo stesso tempo gli Ebrei non avevano ucciso gli Arabi, diversamente da come i leaders Arabi avaveano detto loro che sarebbe successo.
Mio Nonno si guardò intorno, e non vide nient’altro che una strada senza uscita, il vicolo cieco di una vita da trascorrere tutta come profughi senza speranza.
Guardò la sua giovane moglie, Vera – che all’epoca non aveva nemmeno 18 anni – e suo figlio, appena nato, e capì che in un luogo bloccato nel passato non c’era alcuna possibilità di guardare avanti e che quindi non c’era alcun futuro lì per la sua famiglia.
Mentre i suoi fratelli e sorelle vedevano il loro fututo in Libano o in altri paesi, Arabi o dell’Occidente, lui aveva pensieri diversi dai loro.
Lui voleva tornare a Jaffa, la sua città.
Per il fatto di aver lavorato fianco a fianco con colleghi Ebrei nel passato, ed essere riuscito a diventare loro amico, mio nonno non aveva subito gli effetti del lavaggio del cervello praticato dalla propaganda araba. Non c’era odio nel suo cuore.

Mio Nonno George fece quello che pochi altri avrebbero osato fare – cercò di contattare quelli che la sua stessa comunità vedeva come i loro nemici.
Era riuscito a ristabilire un contatto con uno dei suoi vecchi amici dei tempi della Società Elettrica e gli chiese se poteva aiutarlo a ritornare.
E quall’amico di mio nonno, di cui ho sentito parlare nelle storie raccontatemi da mio padre, e di cui non ho mai saputo il nome, non solo era in grado e voleva essergli d’aiuto, ma in uno straordinario atto di bontà riuscì addirittura a fare riavere a mio nonno il suo posto, in quella che era nel frattempo diventata la Compagnia Elettrica Nazionale di Israele, e facendo così di lui uno dei pochissimi Arabi che abbiamo mai lavorato per loro.

Oggi, fra i miei fratelli e sorelle, ed i miei cugini e cugine, ci sono commercialisti, insegnanti, agenti assicurativi, ingegneri Hi-Tech, diplomatici, direttori di stabilimento, professori universitari, medici, avvocati, consulenti finanziari, managers di importanti imprese Israeliane, architetti, e, naturalmente, anche elettricisti.
La ragione per cui la mia famiglia ha avuto successo nella vita, e la ragione per cui io sono qui di fronte a voi nelle vesti di un rappresentante diplomatico di Israele e non come un profugo palestinese dislocato in Libano, dipende dal fatto che mio Nonno ebbe il coraggio di prendere una decisione che per altri era inconcepibile.
Invece che cadere in uno stato di disperazione, egli riuscì a trovare una speranza là dove nessuno avrebbe osato cercarla; egli scelse di vivere in mezzo a quelli che erano considerati i suoi nemici, e decise che li avrebbe tresformati in amici;
per questo motivo Io e la mia Famiglia dobbiamo a Lui, ed a mia Nonna, eterna gratitudine.
La storia della famiglia Deek dovrebbe diventare una fonte di ispirazione per il popolo Palestinese.

Noi non possiamo cambiare il passato.
Ma possiamo assicurare un futuro alle generazioni che verranno dopo di noi, se un giorno decideremo che possiamo correggere le conseguenze del nostro passato.
Noi possiamo aiutare i profughi Palestinesi ad avere una vita normale;
Noi possiamo essere sinceri a proposito del nostro passato, ed imparare dai nostri errori;
E noi possiamo unirci – Musulmani, Ebrei e Cristiani – per proteggere il nostro diritto di essere diversi e così facendo preservare la nostra umanità;
Perché è vero che noi non possiamo cambiare il passato;
Ma se facciamo tutto il resto, allora noi potremo cambiare i futuro.

Vi ringrazio.