venerdì 8 gennaio 2016

L’indice di Colonia

articolo di Ida Dominijanni

Un branco di maschi è un branco di maschi. A qualunque latitudine e di qualunque colore (anzi: “colore presunto”) essi siano. Con rara onestà intellettuale e morale, l’ha ricordato ieri su Repubblica Gabriele Romagnoli, a partire dalla sua propria esperienza di studente universitario bolognese, nonché di “maschio sessualmente arretrato”, che quarant’anni fa partecipava, o assisteva, ai riti goliardici di carnevale che ogni anno contemplavano caccia, molestie e palpeggiamento delle ragazze. E lo si potrebbe ricordare con svariati altri esempi presi dal mondo occidentale, bianco e libero, dove stupri di gruppo, molestie di varia natura, femminicidi di varia efferatezza non smettono di accadere. Oppure con altri esempi tratti dal circuito militare, occidentale e orientale, settentrionale e meridionale, dato che sempre nelle guerre, e in qualunque guerra, le donne continuano a essere la preda succulenta che gli eserciti di maschi si contendono, o il marchio etnico che cercano di conquistare, o la presunta altrui proprietà che cercano di rapinare.

Lo si ricorda per sminuire i fatti di Colonia, Francoforte, Amburgo, Düsseldorf e Stoccarda

No. I fatti della notte di capodanno non vanno sminuiti: sono fatti brutti, e, se fossero come si sospetta l’effetto di un’azione coordinata di bande di maschi “nordafricani” – ma attenzione, basta interpellare delle amiche che abitano in quelle città per sapere che la notte di capodanno l’aria che tira è sempre la stessa – sono fatti inquietanti.
Segnalano che la provocazione dei maschi islamici contro i maschi occidentali tramite l’aggressione delle “loro” donne entra ufficialmente, dichiaratamente, a far parte delle tattiche della guerra civile globale in corso. E questa è certamente una pessima notizia, che non va derubricata.
Ma che non va nemmeno distorta, o piegata ad altri fini, l’altro fine essendo il titillamento dell’ideologia dello “scontro di civiltà” cui si presta egregiamente: che è precisamente quello che gli islamisti radicali cercano di fomentare e dovrebbe essere precisamente la trappola in cui evitare di cadere.

Intendiamoci, c’è pochissimo di nuovo sotto il sole. È dall’indomani dell’11 settembre americano che tutto l’occidente suona la grancassa dell’oppressione femminile come marchio d’inferiorità della cultura islamica, e della liberazione delle donne dal patriarcato islamico come legittimazione per le guerre occidentali di “democratizzazione” del Medio Oriente.
Non per caso, questa grancassa suona soprattutto nel fronte conservatore americano ed europeo, che è tanto pronto a difendere la libertà femminile delle donne contro l’aggressione degli “altri” maschi quanto è pronto a tacitarla, all’occorrenza, in casa propria: 
che dire dell’allarme per i fatti di Colonia di un commentatore come Sallusti, che ai tempi del Berlusconi-gate non aveva mezzo dubbio sulla libertà maschile di comprarsi il corpo femminile?
Oppure, che dire delle certezze del Corriere della Sera, che dagli attentati di Parigi porta avanti una strenua battaglia a difesa dello “stile di vita” occidentale assimilando la libertà femminile alla libertà di andare a teatro o a prendersi un aperitivo al bar? 
Difese sospette, cui consegue sempre l’ingiunzione alla sinistra, o a ciò che ne resta, a non sacrificare i diritti delle donne alla bandiera del multiculturalismo.
Ma qui non è questione di multiculturalismo, se per multiculturalismo si intende il rovescio dello scontro di civiltà, ovvero l’accettazione acritica di una cultura diversa dalla propria e la giustificazione delle sue gerarchie e sopraffazioni interne, a partire dalla gerarchia uomo/donna e dalla sopraffazione delle donne da parte degli uomini. 


I branchi di maschi che assalgono donne non sono giustificabili in nome di niente, né nella cultura islamica né nella cultura occidentale, né fra gli immigrati di Colonia né nei campus americani o nelle scuole “bianche” italiane. Assumere davvero lo stato dei rapporti fra i sessi e la libertà femminile come indici dello stato di una civiltà – o meglio, della crisi di civiltà in cui il mondo intero si trova – significa affrontare le contraddizioni comune e trasversali alle civiltà che vengono rappresentate come contrapposte e in lotta fra loro. Significa combattere la brutalità del patriarcato islamico come i residui, o i rigurgiti, patriarcali nelle democrazie occidentali. E viceversa: significa anche e forse oggi soprattutto riconoscere i segni positivi di libertà femminile non solo nelle democrazie occidentali, ma anche nei paesi più patriarcali dei nostri. Solo pochi giorni fa Shirin Neshat, un’artista che in materia di rapporti tra i sessi nel mondo islamico non ha uguali e non teme confronti, in un’intervista sul Manifesto interpretava l’efferatezza contro le donne nel radicalismo islamico come il segno non tanto di una permanente oppressione femminile, quanto di una inquietante arretratezza e reattività della cultura politica di fronte a una libertà femminile sempre più diffusa.
È una sindrome che in occidente conosciamo bene: il patriarcato diventa più aggressivo proprio quando scricchiola. Se cominciassimo a leggere il disordine mondiale nei termini di una crisi planetaria del patriarcato, e non nei termini autorassicuranti di un Eden occidentale della libertà femminile in guerra contro l’inferno patriarcale islamico, probabilmente cominceremmo finalmente a fare un po’ d’ordine, a capodanno e tutti i giorni. 


fonte: http://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2016/01/08/colonia-capodanno-molestie

Se vogliamo discutere di Colonia, dobbiamo schierarci dalla parte delle donne

Musa Okwonga, New Statesman, Regno Unito

Per ognuna di loro deve essere stato terrificante. Sono state circondate, molestate e aggredite da gruppi di uomini ubriachi, la notte di capodanno, nel centro di Colonia. A quanto pare gli aggressori erano quasi mille e le loro azioni potrebbero essere state coordinate. Un ministro ha parlato di un “reato di dimensioni completamente nuove”. Secondo il capo della polizia Wolfgang Albers, “ci sono state aggressioni sessuali su larga scala”. E ha continuato: “I reati sono stati commessi da un gruppo di persone che a giudicare dall’aspetto erano in larga misura di origine nordafricana o araba”.

La portata delle violenze a sfondo sessuale contro le donne in tutto il mondo è incredibile: è raccapricciante, dolorosa e suscita molta rabbia. Che le donne si trovino in spazi pubblici o nella presunta sicurezza delle loro case, i reati commessi contro di loro sono infiniti. Per citare le Nazioni Unite: “Si stima che il 35 per cento delle donne in tutto il mondo abbia subìto violenze fisiche e/o sessuali commesse dal compagno o violenze sessuali compiute da una persona diversa dal partner. Tuttavia, alcune ricerche su base nazionale dimostrano che in Germania almeno il 70 per cento delle donne nel corso della vita ha subìto violenza fisica e/o sessuale da parte del partner”.

Le aggressioni a Colonia, dunque, non sono un caso isolato, ma la punta dell’iceberg di una situazione particolarmente grave che, dal punto di vista globale, è sempre stata sul punto di esplodere. Suona troppo drammatico? Ma le statistiche e le testimonianze sono abbastanza precise. Come scrive il Guardian:

Una delle vittime, Katja L., ha riferito al Kölner Express: ‘Quando siamo uscite dalla stazione, ci siamo meravigliate degli uomini che incontravamo, che erano solo stranieri… Abbiamo attraversato un gruppo di uomini che formavano una specie di tunnel, e noi dovevamo passarci in mezzo… Sono stata palpeggiata dappertutto. È stato un incubo. Urlavamo e li colpivamo, ma non si sono fermati. Era orribile, credo di essere stata toccata circa cento volte in duecento metri’. Un inquirente ha riferito al Kölner Express: ‘Le donne vittime delle aggressioni sono state spintonate, avevano lividi sui seni e nella parte posteriore del corpo’.
 
Il Guardian prosegue:

Le aggressioni sono state l’argomento di conversazione principale su Twitter in Germania. Alcuni hanno accusato i mezzi d’informazione di non aver parlato della vicenda, altri temevano che l’incidente sarebbe stato strumentalizzato dai movimenti di destra contro i profughi.
A questo punto c’è il pericolo reale che le donne aggredite spariscano dall’orizzonte, sommerse da una guerra di parole tra destra e sinistra. A dire il vero sta già succedendo. Perciò ripetiamo cosa è successo: un migliaio di uomini ha aggredito con violenza parecchie donne in un luogo pubblico. Novanta di loro hanno presentato una denuncia alla polizia. La stessa notte si sono verificate aggressioni sessuali simili anche ad Amburgo.
Quegli uomini hanno pensato di avere un diritto assoluto sul corpo delle loro vittime. È sconvolgente.

I fatti di Colonia stanno scatenando polemiche, perché negli ultimi dodici mesi la cancelliera Angela Merkel ha accolto circa un milione di profughi arrivati dalle stesse aree geografiche da cui si dice che provengano gli autori delle aggressioni. Perciò tanti indicano proprio la politica di Merkel come responsabile della loro presenza in Germania.
A voler essere precisi, molti degli aggressori erano già noti alle forze dell’ordine e non erano tra i profughi arrivati di recente.
Però, il dibattito sarà comunque dominato dalla questione razziale, quindi parliamone. La Germania non è particolarmente diversificata dal punto di vista etnico, e la maggior parte dei neri e degli arabi che si vedono in giro appartiene alla classe operaia. I motivi sono vari, uno tra tutti la difficoltà per chi arriva dall’Africa o dal Medio Oriente di ottenere i documenti o di trovare un lavoro.

A Berlino, la città dove vivo, i neri sono in maggioranza poveri, senzatetto, oppure spacciano a Görlitzer o a Warschauer strasse, due delle più affollate stazioni ferroviarie della città. E quando dico maggioranza, intendo qualcosa che si avvicina all’80 per cento, se non di più.
E a rischio di apparire impietoso, penso che le persone interessate a cogliere le sfumature socioeconomiche dei motivi di questa povertà siano molto meno numerose di quanto vorrei. Penso invece che ci sia una tendenza, più diffusa di quanto si vorrebbe ammettere, a considerare gli uomini neri intrinsecamente inaffidabili o criminali.
Lo dico basandomi in parte sulle mie esperienze nella città e in parte su quanto raccontato da amici non bianchi. Uno di loro, un africano, ha avuto enormi difficoltà a trovare un appartamento a Berlino tramite Airbnb, al punto che ha dovuto chiedere a qualcun altro di prenotare al posto suo.
Le storie di neri che hanno difficoltà a trovare stanze e appartamenti sono tantissime. Certo, trovare casa in affitto a Berlino non è facile, tenuto conto della popolarità della città, ma le storie di discriminazione dopo un po’ cominciano ad accumularsi. Più banalmente, mi colpisce constatare quante volte – perfino sui treni più affollati – i bianchi lasciano uno spazio tra loro e me, temendo forse di sedersi vicino a un uomo di aspetto africano. E se vi sembra paranoico, allora vi dirò che me ne sono accorto quando un bianco comprensivo me l’ha fatto notare, scuotendo la testa divertito.

A quanti di voi staranno pensando che sono troppo suscettibile, dirò che sto solo raccontando dei dati di fatto. Adoro questa città, e per viverci vale la pena affrontare simili difficoltà. Ma questi esempi mi fanno capire che i comportamenti nei confronti dei neri in alcune zone della Germania siano già pericolosamente discriminatori. E adesso ci troviamo davanti alle aggressioni di Colonia, probabilmente uno degli episodi più gravi di questo tipo.
E dunque cosa fare con tutte queste analisi? Be’, in realtà è semplice. Schieriamoci dalla parte delle donne.

In Germania come altrove, i razzisti odiano comunque gli uomini neri. Hanno pensato che fossimo stupratori e pervertiti appena ci hanno visto. Ai razzisti non importa delle donne che sono state aggredite a Colonia e Amburgo, a loro importa solo dimostrare quel che hanno sempre pensato – o sperato: che siamo delle bestie.
A me, di loro non importa. Né mi importa delle persone che non vogliono sedersi accanto a me sul treno. La paura di ciò che non si conosce è difficile da superare. Mi preoccupa molto di più la sicurezza delle donne che adesso potrebbero sentirsi più vulnerabili nei luoghi pubblici. Non penso che le donne si siano mai sentite particolarmente tranquille di fronte a folle di uomini ubriachi e aggressivi, a prescindere dalla loro razza. Ma indipendentemente dalle loro intenzioni, le donne saranno più intimorite di prima dai gruppi di giovani nordafricani e arabi.

Perciò ecco la mia proposta. Perché non partiamo dal presupposto che camminare per strada senza essere molestata è un diritto fondamentale di ogni donna, in qualunque parte del mondo? Per noi uomini, a prescindere dalla nostra appartenenza etnica, è arrivato il momento di condannare sul serio il trattamento riservato alle donne negli spazi pubblici: dobbiamo rifiutare con decisione l’idea che siano le convenzioni sociali a spingerci a trattare le donne come oggetti, o che siamo condannati dai nostri incontrollabili desideri sessuali a saltargli addosso mentre ci passano accanto.
Dobbiamo fare tutto il possibile per sfidare la misoginia che da troppo tempo domina nel mondo, e dobbiamo respingere ogni atteggiamento di repressione sessista che ci sia stato impartito. Perché le donne sono stanche di parlarci di tutto questo, e sfinite da una battaglia che è stata sottovalutata troppo a lungo.

(Traduzione Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.

domenica 3 gennaio 2016

Sunniti e Sciiti: un po' di chiarezza

di Lidia Krieger
 
"Dato che pochi sanno la differenza tra sunniti e sciiti, provo a spiegarvi perché alcuni musulmani si ammazzano tra di loro:
le sanguinose guerre in corso in Siria, Iraq, Yemen e altri Paesi musulmani nascono da due visioni (quella sunnita e quella sciita) islamiche che si confrontano da 1400 anni.
Il punto cruciale della discordia è su chi sia e che ruolo debba avere il khalifa, il califfo, cioè il successore di Maometto.

Tutto comincia con l’imam Hussein, considerato dagli sciiti vero erede del Profeta ma trucidato nel 680 a Karbala, in Iraq.
 
Il profeta e il califfo
 
1) Maometto, Muhammad (570-632 dopo Cristo), per i musulmani è il Profeta incaricato da Dio (Allah) di diffondere la sua Parola, il Corano. Nomina califfo (khalifa, successore) Abu Bakr, uno dei primi compagni. I sunniti aderiscono a questa linea di successione.
2) Gli sciiti non riconoscono come successore Abu Bakr ma Ali, cugino e genero di Maometto
 
Origine del nome

1) Il nome sunnita viene da sunna, la tradizione dei detti (ahadith) di 
Maometto
2) Il nome sciita viene da Shiat Ali, "Partito di Ali"
 
Pilastri del culto
 
1) Per i sunniti sono 5: la testimonianza di fede, al-shahada; la preghiera rituale, al-salah; l’elemosina canonica, al-zakah; il digiuno durante il Ramadan, sawm; il pellegrinaggio a Mecca, hajj.
2) Nello sciismo ci sono 10 pilastri: fra gli altri, la tawalla, esprimere l’amore per il bene; tabarra, esprimere odio per il male
 
Atteggiamento nella preghiera
 
1) I sunniti pregano con le mani congiunte all’altezza del diaframma. Per la Professione di fede si ripete la formula: «Testimonio che non c’è divinità se non Iddio, e Muhammad è il suo Profeta». È la frase che vediamo anche sulle bandiere dell’Isis
2) Alla shahada gli sciiti aggiungono «e Ali ibn Abi Talib è amico di Dio». Gli sciiti pregano con le mani in parallelo rispetto al corpo, davanti alle cosce. Finisce pronunciando tre volte il takbir («Allahu akbar).
 
Feste
 
1) I sunniti celebrano solo due feste: Eid al-Fitr, che segna la fine del mese di digiuno, e la Eid al-Adha, festa del sacrificio, alla fine del pellegrinaggio (hajj) alla Mecca.
2) Gli sciiti festeggiano in particolare l’Ashura, in cui viene ricordato il martirio di Hussayn a Karbala.
 
Cibi e bevande
 
1) Vietata la carne di maiale e l’alcol.
2) Non ci sono differenze con il sunnismo.
 
Velo islamico
 
1) L’uso del velo è obbligatorio in base a due sure del Corano. Ma le versioni più rigide, come niqab e burqa sono diffuse in Paesi sunniti come l’Afghanistan
2) In Iran, il più grande Paese sciita, il velo più usato è lo hijab
 
Diffusione
 
1) La maggior parte dei musulmani è sunnita, l’80% del totale.
2) Il 15% dei musulmani è costituito da sciiti. Lo sciismo è diffuso in Iran (90%), Iraq (55%), Pakistan (20%), Arabia Saudita (15%), Bahrein (70%), Libano (27%), Yemen (50%), Siria (15%)
 
Clero
 
1) Fra i sunniti non c’è clero. L’imam è colui che guida la preghiera
2) Lo sciismo ha un clero organizzato, preparato in università specifiche di scienze islamiche"